L’ISIS e la possibile svolta della politica estera turca

Dall’inizio dei bombardamenti aerei in Siria nel mese di settembre, la Turchia ha sperimentato un enorme flusso di profughi curdi in fuga dalla città di Kobani, dove l’avanzata dell’ISIS ha minacciato la comunità locale. Secondo le autorità turche, dopo l’ultima apertura dei confini i rifugiati curdi ammassati nel piccolo villaggio turco di Suruç sono più di 150.000. Considerando la porosità della lunga linea di confine, Ankara ha rischiesto la creazione di una buffer zone internazionale ed è impegnata intanto a contenere i connazionali curdi che tentano di attraversare la frontiera per unirsi alla lotta dei loro fratelli contro l’ISIS.

L’esodo di massa e l’incalzare della minaccia hanno spinto il governo turco ad aggiornare la road map di risoluzione del problema curdo all’interno dei propri confini; questo pone Ankara di fronte a un bivio nella strategia regionale da adottare. In tale quadro di enorme incertezza politica crescono le aspettative per un maggior coinvolgemento militare turco nella coalizione guidata dagli Stati Uniti.

La risposta del presidente Recep Tayyip Erdoğan non si è fatta attendere: pur in toni piuttosto vaghi, si è sottolineato il supporto attivo della Turchia nella cooperazione anti-ISIS. È evidente che per Ankara questo movimento è il prodotto dell’oppressione del regime siriano, per cui l’obiettivo primario dovrebbe essere la deposizione di  Bashar al-Assad, lasciando intendere che la vittoria contro i terroristi può avvenire solo via terra; pertanto, armare l’Esercito Libero Siriano sarebbe l’opzione migliore. 

A parte lo scetticismo verso le operazioni aeree lanciate dalla coalizione, l’ambivalenza dell’approccio turco si basa su considerazioni interne molto concrete. Innanzitutto, un  contributo attivo potrebbe rendere la Turchia un bersaglio diretto e primario dell’azione terroristica dell’ISIS, che è sospettato di avere cellule nascoste e di reclutare membri anche nei maggiori centri urbani del Paese.

Inoltre, le tensioni al confine meridionale stanno già avendo ripercussioni dirette sul processo interno di dialogo con i curdi, caposaldo dell’agenda dell’AKP. I curdi del movimento siriano di Tutela di Unità Popolare (YPG), appartenente al Partito di Unione Democratica (PYD), sono notoriamente affiliati al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) che dalle montagne di Kandil nel nord dell’Iraq sta dando manforte nel contenere la minaccia posta dall’avanzare dell’ISIS. Sebbene questi gruppi stiano guadagnando legittimità agli occhi occidentali come elementi chiave della lotta contro il terrorismo, la Turchia rimane  restia a combattere fianco a fianco al PKK – riconosciuto come organizzazione terroristica e principale minaccia per la sua unità nazionale.

Il governo AKP ha dunque deciso di congelare un certo numero di capitoli negoziali che prevedono misure in materia di disarmo dei militanti del PKK e indicazioni precise riguardo il loro rientro sul territorio turco. Sospesa dunque la procedura di “addio alle armi’’, entrambi i partiti curdi all’opposizione – il Partito  Democratico del Popolo (HDP) e il Partito Democratico della Regione (DBP) – si sono attivati nel coordinare il flusso dei membri della comunità curda che da tutto il Paese si sta riversando al confine per unirsi ai combattenti. Mentre crescono le pressioni per un concreto sostegno politico alla resistenza, il leader del PKK Abduallah Ocalan ha intimato la fine dei colloqui di pace tra il suo gruppo e il governo turco nel caso della definitiva caduta di  Kobani.

La congiunturaè particolarmente delicata nei calcoli politici di Ankara, anche per altre ragioni. In vista delle prossime elezioni generali di giugno 2015 uno degli obiettivi della Yeni Turkiye del neo eletto presidente Erdoğan è la redazione di una nuova Costituzione che modifichi formalmente l’attuale sistema parlamentare in uno semi-presidenziale, garantendo al presidente maggior controllo del ramo legislativo e giudiziario. Tuttavia, data la distribuzione attuale dei seggi in Parlamento sarebbe impossibile per l’AKP ottenere la maggioranza dei due terzi utile per  porre mano al testo costituzionale senza il coinvolgimento del Partito Democratico del Popolo (HDP). Il problema è dunque che il sostegno curdo implicherebbe serie concessioni politiche ed operative da parte del duo Erdoğan-Davutoğlu, fino alla possibile fornitura di armi al PKK.

Tra le maggiori preoccupazioni di Ankara vi poi è la tutela della propria immagine, già compromessa dal presunto supporto, nel recente passato, all’attività dell’ISIS in Siria. Un atteggiamento passivo della Turchia – che come membro della NATO ospita sul proprio territorio contingenti militari e unità Patriot contro una potenziale offensiva oltreconfine – produrrebbe una definitiva perdita di credibilità agli occhi dei partner occidentali, isolandola ulteriromente nello scacchiere regionale. I recenti sviluppi hanno infatti evidenziato l’inefficacia della leadership turca nel far fronte alle crisi in corso, quando nella realtà l’unico modo per riaffermare una politica di engagement  sarebbe agire in linea con i propri tradizionali alleati. Ora la convergenza degli interessi sembra aumentata, e i nemici che Washington sta colpendo con i raid aerei costituiscono un pericolo anche per la  sicurezza nazionale della Turchia; ma il pieno coivolgimento militare turco dipenderà soprattutto da come Washington riuscirà ad accomodare le priorità strategiche di Ankara.

In altra parole, la lotta all’ISIS rappresenta un serio game changer nell’approccio della Turchia, che deve oggi necessariamente calibrare le proprie aspirazioni politiche con un efficace posizionamento regionale. Visti gli sviluppi in corso lungo il confine con la Siria, proprio un intervento turco potrebbe, a sua volta, essere un game changer per le operazioni che la coalizione a guida americana sta conducendo contro l’ISIS.

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