La possibile via negoziale in Afghanistan

Qualcosa sembra muoversi nell’intricata matassa della guerra infinita in Afghanistan. Le danze le ha aperte a fine febbraio il New Yorker con un articolo di Steve Coll – un giornalista che ha vinto il Pulitzer, e dunque non solo un cronista d’assalto. Secondo Coll, che riferiva di quanto gli hanno detto alcuni funzionari dell’amministrazione Obama, alcuni inviati statunitensi sono entrati in contatto diretto con i talebani avviando un primo contatto con la guerriglia. La Casa bianca non ha smentito, limitandosi a ricordare i paletti che gli americani hanno sempre messo davanti a qualsiasi negoziato: riconoscimento della Costituzione afgana e abbandono della lotta armata e dei legami con al Qaeda. In febbraio queste precondizioni sono state reiterate dalla signora Clinton, ma la chiusura totale a un confronto diretto coi talebani sembra essersi dissolta. I paletti restano ma la porta è aperta.

Se a Coll sia stata raccontata la verità o un pio desiderio, non sappiamo dire. Certo l’atteggiamento a Washington è cambiato, così come sembra essersi ammorbidito quello assai muscolare di David Petraeus, il generale al comando della coalizione che fa capo alla NATO. Nell’ammettere davanti al Congresso, qualche giorno fa, che nonostante “significativi progressi” la situazione resta “fragile e reversibile”, il marmoreo comandante americano sembra aver aperto lui pure uno spiraglio.

Sul piano militare la NATO non ha in realtà fatto progressi sostanziali, ma quantomeno la marea montante talebana sembra aver subito una battuta d’arresto. L’aumento consistente di azioni terroristiche a danno di civili (come a Kunduz e a Jalalabad alcuni giorni fa, dove kamikaze hanno ucciso quasi cento cittadini inermi) e la crescita degli attacchi con le “bombe improvvisate” (IED) poste al ciglio delle strade, possono leggersi in effetti come un segnale di debolezza dei talebani. Il ricorso massiccio ai kamikaze e agli IED evidenzia una tattica militare che cerca di evitare lo scontro in campo aperto. Al contempo, l’aumento consistente di civili uccisi sta creando un danno alla guerriglia in termini di consenso: sembra che si sia aperto un vero processo interno alle frange che utilizzano sistemi il cui costo sociale è enorme.

Benché i talebani abbiano contestato le cifre fornite dall’ONU e dalla Commissione nazionale afgana per i diritti umani, secondo cui la guerriglia sarebbe responsabile del 75% delle morti di civili nel 2010, un problema interno alla guerriglia esiste. Lo conferma l’Afghanistan Analysts Network (AAN), un autorevole think tank afgano che ha condotto un inchiesta in proposito. Secondo un portavoce talebano, verranno puniti quei comandanti che saranno ritenuti colpevoli di aver violato i comandamenti emessi da Mullah Omar nel 2009 sul rispetto e la protezione dei civili. È noto che la distanza tra la shura di Quetta – che fa riferimento diretto alle decisioni del Mullah Omar – e la filiera della famiglia Haqqani, che controlla parte del settore orientale al confine col Pakistan, sta aumentando. L’oggetto del contendere è appunto la tattica con cui condurre la guerra.

C’è poi il gruppo di Gulbuddin Hekmatyar, leader del “terzo fronte” guerrigliero e in grado di controllare, almeno in parte, la zona di Kunduz.

Come è ben noto, insomma, un unico vertice guerrigliero non c’è, e questo è al tempo stesso un elemento di forza e debolezza per i talebani.

Tutti questi elementi spiegano lo stallo della guerra: i talebani ripetono di aver dalla loro il tempo, ma sanno che non potranno mai prendere le città e che le stragi di civili minano un già magro consenso popolare anche nelle regioni che controllano. Potrebbero dunque essere ormai disposti a una vera trattativa diretta. Da parte loro, gli americani sono pressati dalla data fissata per l’inizio del ritiro nel luglio 2011, e hanno dunque interesse a negoziare, almeno alle loro condizioni.

Un primo problema sulla via negoziale è che il detentore legittimo del piano di riconciliazione nazionale, cioè il presidente Karzai e il suo Consiglio supremo di pace, non può essere del tutto scavalcato da un negoziato diretto tra guerriglia e alleati. Il secondo ostacolo è rappresentato dal Pakistan, che non ha fatto mistero di voler giocare la carta negoziale purché sia Islamabad a guidare il gioco e non certo Washington. Su questo sfondo, in alcuni incontri di alto profilo a Kabul e a Islamabad, si è esplorata l’ipotesi di un patto pachistano-afgano nel quale Karzai riconoscerebbe una sorta di diritto di prelazione ai pachistani, e il Pakistan garantirebbe i suoi buoni auspici sulla leadership talebana. Alla shura di Quetta questa prelazione pachistana va però stretta: ecco perché l’opzione della trattativa diretta col nemico potrebbe prendere piede.

A conti fatti, quello che sembra ancora mancare è un mediatore terzo e super partes, anche se le ipotesi non mancano: l’Arabia Saudita o gli altri paesi del Golfo, l’ONU, o magari la Turchia. Intanto, circola con insistenza una richiesta di cancellazione dei capi talebani dalla lista nera dell’ONU, con garanzie sicure che l’inizio del negoziato non sarebbe seguito da arresti di massa.

Potrebbe persino essere che la scarsa attenzione internazionale alle vicende afgane, distolta dagli aventi africani e mediorientali, si riveli un’occasione importante per poter lavorare sotto traccia senza troppi occhi indiscreti. 

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