Il breve risveglio della coscienza civica in Pakistan: il caso Malala

Malala Yousafzai, la giovane studentessa pachistana sfuggita a un omicidio il 9 ottobre scorso è diventata cittadina onoraria della città di Roma, mentre è stata lanciata via Facebook una campagna per far sottoscrivere una petizione di candidatura al Premio Nobel da capi di Stato e altri esponenti governativi. Nel frattempo, le Nazioni Unite hanno istituto un “Malala Day”, pensando a quei 35 milioni di bambine che nel mondo non hanno accesso all’istruzione. La giornata servirà così a ricordare l’attentato a questa giovanissima studentessa dello Swat pachistano, rea di aver difeso il diritto allo studio delle sue coetanee; aveva poi tenuto un diario per la BBC che denunciava i metodi cui vengono sottoposte le ragazze come lei nel cono d’ombra più scuro del Pakistan tradizionalista. È questo il tunnel in cui vivono gran parte delle bambine e delle donne del paese dei puri.

Ma se la reazione occidentale era pressoché scontata, quanto ha rivelato il caso Malala sulla società pachistana? Cosa ha mosso nella politica del paese, nell’animo della gente, nella società civile? E cosa rimane adesso di quel movimento spontaneo che ha occupato strade e piazze? A due mesi da quell’episodio, Naziha Syed Ali, editorialista dell’autorevole The Dawn, ricordando che secondo la Aurat Foundation nel 2011 oltre 8.500 pachistane hanno subito violenze, ha voluto sottolineare come negli ultimi sette anni il parlamento di Islamabad abbia varato tante leggi a favore delle donne quante mai in tutta la sua storia. Anche il caso Malala, non riconducibile al solo diritto all’istruzione, sta contribuendo a cambiare le cose, come certo ha fatto un giovane movimento femminile organizzato, una novità per questo paese.

In ottobre il caso Malala ha sollevato un vasto dibattito in Pakistan, che si è in parte affievolito, ma che verte in sostanza su un punto centrale: non è forse giunta l’ora di farla finita col movimento talebano (Tehrik-i-Taliban Pakistan o TTP) responsabile dell’attentato e di centinaia di morti negli ultimi anni? Su questo sfondo, il 18 ottobre il capo di Stato maggiore generale Ashfaq Kayani spiegava però chiaramente che un’azione di controguerriglia in profondità nel Waziristan del Nord, agenzia tribale che fa parte delle Federally-Administered Tribal Areas nella provincia del Khyber Pakhtunkhwa, non può essere condotta. Il Nord Waziristan è la sede di organizzazioni radicali e terroriste come la Rete Haqqani, attiva in Afghanistan e del gruppo settario Laskhar-e-Jhangvi, che combatte in Pakistan contro gli sciiti: controllano quel territorio condividendolo con il TTP. Il capo delle forze armate argomenta che un’azione di questo tipo si sarebbe potuta fare solo con il consenso del parlamento e con un vasto assenso della società pachistana.

Il generale ha buon gioco, dal momento che solo un paio di giorni prima la risoluzione parlamentare voluta dal governo del debole premier Raja Pervaiz Ashraf, che avrebbe dovuto dar luce verde a un’offensiva in Waziristan, viene affossata dal principale partito d’opposizione (Pakistan Muslim League-Nawaz (PML-N). Il momento magico, che ha visto la spinta popolare far scaturire in Pakistan un dibattito senza precedenti, sfociato in manifestazioni di piazza, dichiarazioni di politici e di importanti personaggi pubblici, commenti e servizi su tv, giornali, siti internet e social network, è insomma durato poco più di una settimana.

Nei giorni immediatamente successivi all’attentato contro Malala, la quantità di gente riversatasi spontaneamente nelle piazze, mostrava un volto nuovo della società pachistana, che solo in parte si era già visto in due occasioni: nel 2009 quando la pressione popolare aveva costretto l’esercito a intervenire nello Swat e a “liberarlo” dalla presenza talebana che ormai aveva preso in ostaggio l’intera valle; e poi dopo la sospensione del capo della Corte suprema Iftikhar Muhammad Chaudhry, licenziato d’imperio dall’ex presidente Musharraf nel 2007 (e proprio le manifestazioni di piazza portarono allora al suo reinsediamento). Dopo l’attentato alla giovane Malala quel movimento di massa o in capo alle organizzazioni della società civile vecchie e nuove si è riacceso.

Ai microfoni della BBC un residente della Swat spiegava che Malala è ormai “l’orgoglio dello Swat” e che “c’è una forte resistenza della società della valle ai talebani e un’amplissima condanna dell’attentato”. Sentimento diffuso e condiviso in tutto il paese. “Siamo infettati dal cancro dell’estremismo”, scrive un’editoriale del quotidiano della capitale The News. “Il nemico è in buona salute e più brutale che mai” aggiunge l’Express Tribune di Karachi. Nondimeno, c’è subito anche qualche voce fuori dal coro: un’editoriale sul quotidiano islamista Ummat mette in guardia sulla copertura internazionale dell’attentato che avrebbe avuto il compito di “calunniare il Pakistan e l’Islam”. E se Muhammad Malick, sul canale Dunya, sostiene che incidenti del genere “giustificano la condanna internazionale”, Salim Safi sulla diffusissima GeoTv sottolinea come una politica confusa del governo verso i talebani abbia creato divisione nel paese. Un tema ripreso poi da altri, specie tra i ranghi militari, per lasciar cadere l’ipotesi dell’attacco nel Waziristan.

Il governo non aiuta, e il parlamento nemmeno. L’immagine che ne esce è confusa. Se il potente MQM di Karachi, uno dei maggiori movimenti politici del paese nato tra gli ex sudditi britannici musulmani poi passati in Pakistan nel 1947, ha organizzato manifestazioni di massa in nome di Malala, qualche deputato in parlamento ha sostenuto che l’opzione migliore coi talebani è il dialogo, non il muso duro – perché in fondo sono “fratelli”. Se la autorità hanno deciso di dare al college statale di Malala il nome della ragazza e se il governo ha varato una legge che darà ai genitori di chi manda i figli a scuola un bonus in denaro, il partito islamista legale Jamiat Ulema-e-Islam-Fazl (JUI-F) di Maulana Fazlur Rahman (che è stato a capo di governi provinciali) non ha smesso di remare contro.

Anche i talebani, pur in evidente difficoltà per le inaspettate reazioni dell’opinione pubblica che li hanno spinti a emanare una sorta di saggio in sette pagine per giustificare l’azione, non hanno aspettato molto per rialzare la voce. Solo qualche giorno dopo l’attentato, hanno pronunciato una sorta di fatwa contro i giornalisti colpevoli dell’eco data alla vicenda.

I prossimi mesi diranno quanto è rimasta fresca la memoria di quell’attentato e quanto sopravvive l’esempio di Malala. Se, in sostanza, quei germogli di coscienza critica e progressista in nome dei diritti, matureranno. Certo il quadro resta torbido, tanto in Pakistan quanto nel vicino Afghanistan: qualche giorno fa i talebani hanno ucciso una giovanissima volontaria (di nome Anisa) di una campagna anti-polio nella provincia di Kapisa. Ma sulla povera Anisa è scesa una coltre di silenzio anche, perfino sui giornali occidentali così attenti invece alla vicenda Malala. Soltanto Afghan Women’s Network, una rete afgana di oltre cento associazioni femminili con forti legami con omologhe pachistane, ha denunciato il silenzio di Kabul.

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