Ankara e la sfida siriana

Ankara deve confrontarsi con uno scenario di crisi regionale che potrebbe avere un forte impatto sulla propria sicurezza interna. Il vento di cambiamento che soffia sulla Siria, infatti, accresce il timore che le proteste si trasformino in scontri di natura settaria e mettano a dura prova la stabilità di entrambi i paesi.

A fronte delle continue proteste per un nuovo assetto governativo e una nuova costituzione, Damasco ha reagito con una repressione molto violenta. La rivolta coinvolge direttamente anche i settori curdi della popolazione, soprattutto nelle province meridionali di Al-hasakah e Ar-Raqqah. Il primo ministro turco, preoccupato dagli eventi, ha parlato direttamente con il presidente siriano Bashar al Assad esortandolo a rispondere alle richieste della popolazione e ad adottare un approccio riformista.

“Noi incoraggiamo il cammino dei nostri fratelli siriani verso il processo di riforma (…). La Turchia è pronta a sostenere il processo di riforma e sostiene chiaramente che il presidente Assad, traendo esperienza da ciò che è successo nella regione, deve procedere in senso più democratico”[1].

Anche il ministro degli Esteri Ahmet Davutoğlu ha avuto un colloquio con il suo omologo a Damasco, Walid al-Moallem, il 6 aprile scorso, per poi chiedere esplicitamente al regime di astenersi dall’uso della forza.

E non è certo un caso che la missione di Davutoğlu in Siria sia stata preceduta dalla visita di Hakan Fidan, capo dell’intelligence turca.

Il deteriorarsi della situazione in Siria ha intanto spinto il CHP – Cumhuriyet Halk Partisi – maggior partito di opposizione nel parlamento turco – a premere sul governo per un’azione diplomatica più attiva. L’AKP di Recep Tayyip Erdoğan si trova in effetti in una posizione molto delicata: il ministro degli Esteri Davutoğlu, in particolare, ha scommesso buona parte della sua credibilità sullo “sdoganamento” internazionale della Siria. Le relazioni personali di Davutoğlu con l’establishment siriano (senza dimenticare la leadership di Hamas, basata a Damasco) sono state un punto chiave per affermare le potenzialità della Turchia come “asset” per una politica europea (e occidentale) più dinamica nella regione.

In effetti, dopo che negli anni Novanta Turchia e Siria erano giunte sull’orlo di un conflitto militare, le relazioni con Damasco sono migliorate al punto da essere oggi considerate da Ankara un esempio di confidence building per l’intero Medio Oriente. Di particolare rilevanza sono stati i progressi siriani nelle politiche di apertura dei confini e di liberalizzazione economica, che hanno contribuito ad un cambiamento qualitativo dei rapporti con il vicino turco.

Dunque, la posta in gioco è davvero alta: nel quadro della diplomazia di Ankara che cerca di integrare l’approccio basato sull’interesse nazionale con la retorica di una fratellanza “turco-araba”, la partnership strategica con Bashar al Assad è un tassello essenziale. Il versante degli interessi concreti è piuttosto evidente, visto che la Turchia non vuole certo trovarsi con un paese confinante sottoposto a pesanti sanzioni internazionali, magari perfino con il rischio di un intervento militare. La questione assume un rilievo interno molto importante soprattutto con l’avvicinarsi delle elezioni parlamentari turche del 12 giugno: il costo del caos politico siriano potrebbe essere troppo alto per l’AKP in termini di credibilità nei confronti dell’opinione pubblica e dei settori curdi del proprio elettorato, già delusi dalle precedenti politiche di “apertura democratica” adottate dal governo.

In ogni caso, sembra arrivato il momento di sottoporre la strategia turca di “zero problemi con i vicini’’ ad una seria revisione. Data anche la prossimità geografica con la Siria, Ankara potrebbe incoraggiare un nuovo corso di riforme democratiche in un’ottica di mediazione; l’ispirazione islamica “moderata sunnita” dell’AKP dovrebbe in teoria offrire una piattaforma ideologica adeguata per i gruppi che si oppongono ad Assad. In realtà, però, il governo turco si è finora allineato con il regime più che con le forze della contestazione.

Il problema, in sostanza, è che la politica estera turca si trova di fronte a una classica tensione tra diversi obiettivi ritenuti comunque prioritari: il sostegno al cambiamento (utile anche per perseguire importanti progetti economici) e l’interesse nella stabilità regionale. Nel caso specifico, potrebbe avvicinarsi il momento in cui un’effettiva transizione democratica in Siria diventerà un imperativo per assicurare la coesistenza pacifica tra i due Stati. La sfida è notevole per Ankara e il suo “modello” politico: Assad incarna tuttora l’interpretazione araba dello Stato nazionalista e secolare (oltre che repressivo), ma guida un paese con cui la Turchia ha sviluppato forti interessi comuni. Il dilemma siriano potrebbe rivelarsi decisivo anche per le prospettive future del ruolo turco nella regione.


[1] R. T. Erdoğan, dichiarazione riportata da Reuters, 25 marzo 2011

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