Si parla di israeliani e palestinesi, e una domanda importante è: cosa resta di Hamas? Della sua ala militare, e soprattutto, politica? Tenterà di tornare al potere a Gaza sotto finto nome? Infiltrandosi tra i tecnici della ricostruzione? Nella polizia? Nelle charity? Mimetizzandosi tra medici e giornalisti? Ma in realtà, la domanda vera è un’altra. Dove sono i palestinesi?
Il 25 aprile si è votato per le elezioni amministrative, sia in Cisgiordania che nella Striscia di Gaza. Ma il voto è passato sostanzialmente inosservato. L’unico dato riportato dalle agenzie è stata l’affluenza. Che è stata del 56% in West Bank e del 23% a Gaza. Ma sono numeri che non dicono molto. Perché a un esame più attento, si è votato solo nel 42% delle municipalità, e cioè 183 su 429. In 197 municipalità, inclusa Ramallah, era in gara una lista sola, e in 49, nessuna. Non c’erano candidati.
Si è votato anche a Gaza, sì. A Deir al-Balah, l’unica città in cui era logisticamente possibile organizzare dei seggi. E che ha 70mila residenti. I votanti, quindi, sono stati 16mila. Su 2 milioni di abitanti della Striscia.
Il non voto, ovviamente, è stato un voto, e chiaro: un voto contro l’Autorità Palestinese. E più esattamente, contro Mahmoud Abbas, che governa, o meglio, regna, ormai, da 21 anni. Con un emendamento alla legge elettorale ha imposto ai candidati, pena squalifica, di accettare il programma dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e i suoi “international committments“, e cioè, gli Accordi di Oslo (1993 e 1995), di cui l’OLP è legale firmataria: ciò esclude dunque Hamas, perché gli Accordi di Oslo significano confini del 1967 e riconoscimento di Israele, e rinuncia alla lotta armata. Ma Abbas e l’Autorità hanno imposto anche un altro punto: l’accettazione di non meglio precisate “decisions of international legitimacy“. Un probabile riferimento al Board of Peace, e al Piano Trump per Gaza del settembre 2025. A quel punto, gli altri partiti hanno scelto di boicottare il voto – inclusa la sinistra del Fronte Popolare, Mustafa Barghouti. Non è rimasta che Fatah. E neppure per intero.
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Ma per Mahmoud Abbas, il 25 aprile è stato un successo. La prova del rinnovamento in corso. Anche se in realtà le elezioni amministrative si sono sempre tenute regolarmente, non c’è nulla di speciale. Perché tanto, i sindaci hanno poteri minimi. Quelle che contano solo le elezioni legislative: che invece non si tengono dal 2006.
Un anno fa, Mahmoud Abbas aveva promesso di indirle entro un anno. Avendolo promesso già svariate volte, stavolta aveva accompagnato l’impegno con una lettera al presidente francese Emmanuel Macron, in occasione di un vertice su Gaza a Parigi. Ma niente. Per questo, intanto, ha fissato le elezioni amministrative. Per avere meno pressione internazionale. E soprattutto, per avere i fondi dell’Unione Europea, la sua principale finanziatrice. Fondi condizionati, ufficialmente, a riforme e democrazia.
Quello che non è affatto passato inosservato, invece, a dimostrazione di chi comanda davvero, è stato, subito dopo, il Congresso di Fatah, organizzato a Ramallah dal 14 al 16 maggio. I suoi 2.514 delegati hanno eletto il nuovo Consiglio Rivoluzionario, il parlamento di Fatah, e soprattutto, i 18 membri del Comitato Centrale, cioè il vertice di Fatah. E basta leggere i nomi. Arrivano tutti dalle forze di sicurezza, come Majed Faraj, il capo dell’Intelligence, e Hussein al-Sheikh, responsabile del coordinamento con Israele, o dalle file dell’amministrazione, come la governatrice di Ramallah Laila Ghannam: dipendono da Mahmoud Abbas. Letteralmente. E non a caso, Mahmoud Abbas è stato riconfermato all’unanimità segretario di Fatah non alla fine del Congresso, né all’inizio: ma prima dell’inizio.
Giusto per stabilire il perimetro del consentito. E del proibito.
Poi, si è molto detto che nel Comitato Centrale, il più votato è stato Marwan Barghouti, tuttora in un carcere israeliano. Ma non è che un’operazione di marketing. Come tutta la questione dei detenuti politici: se condannati a più di 20 anni, hanno automaticamente titolo per partecipare ai congressi di Fatah – novità che ha sdegnato Israele, dal momento che le condanne superiori ai 20 anni sono per omicidio o tentato omicidio. Ma i detenuti sono usati per coprire una Fatah a cui di loro importa ben poco: una Fatah che pensa solo a sé e ai propri interessi. La famiglia di Marwan Barghouti ha dichiarato che la divergenza non è temporanea: che ormai, la differenza con Fatah è proprio di mentalità e approccio.
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Sottobanco, Mahmoud Abbas si è sempre opposto al rilascio di Marwan Barghouti. Non è un segreto. Perché con il suo rilascio, il potere occupato dalla vecchissima guardia sarebbe spazzato via.
Più che i presenti, comunque, sono stati eloquenti gli assenti. Mancava Nasser al-Qudwa, diplomatico di lungo corso, già ministro degli Esteri: uno dei primi, e più stenui, critici di Mahmoud Abbas – figlio della sorella di Yasser Arafat. Dal 7 Ottobre, è stato l’unico, dentro e fuori Fatah, a proporre un piano di pace, la “Two States Alliance”. Insieme a Ehud Olmert, l’ultimo primo ministro israeliano a trattare con i palestinesi.
E poi soprattutto mancava Mohammed Dahlan con tutta la sua corrente. Un tempo alla guida della Sicurezza Preventiva, figura controversa, in esilio dal 2011 dopo una condanna per corruzione, è oggi un imprenditore, e un milionario, e uno dei consiglieri più fidati del presidente emiratino Mohammed Bin Zayed. Infatti vive a Dubai: ed è accusato di essere tra gli architetti degli Accordi di Abramo e della normalizzazione con Israele. In cambio dell’amnistia, gli è stato chiesto di ammettere la violazione delle norme interne di Fatah. E non ha voluto. Risultato: è rimasto a Dubai. Ma intanto, Mohammed Dahlan è il maggiore filantropo di Gaza. Paga cibo, medicine, gasolio. Ed è lui, storico nemico di Hamas, ma originario di Khan Younis, e vicino di casa di Yahya Sinwar, che sta mediando tra Hamas e Israele.
Mancava Nasser al-Qudwa, mancava Mohammed Dahlan: e mancava Gaza, che ha il 40% della popolazione palestinese; ma nel Comitato Centrale, un solo rappresentante. Mancavano gli studenti: in una delle aree demograficamente più giovani del mondo, l’età media del Comitato è di 67 anni.
Mancava un programma, mancava una proposta. O anche solo una riflessione sul futuro. Non una parola. In compenso, è entrato nel Comitato Centrale Yasser Abbas, un altro imprenditore, un altro milionario venuto dal niente: il figlio di Mahmoud Abbas. La cui ricchezza è sconfinata quanto il conflitto di interessi: fa affari con l’Autorità Palestinese, di cui suo padre è Presidente. Ed è così legato alla Palestina da vivere in Canada.
Non c’è mai stata tanta solidarietà internazionale con i palestinesi. Eppure restano sprovvisti di vera rappresentanza.