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Stati Uniti e minerali critici: competizione con la Cina e diplomazia delle filiere

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Nel contesto di una competizione strategica sempre più marcata tra Stati Uniti e Cina, le catene del valore dei minerali critici sono diventate uno dei principali terreni di confronto geoeconomico. Nel quadro di catene del valore particolarmente concentrate dal punto di vista geografico, la Cina occupa una posizione di particolare vantaggio, grazie al suo ruolo dominante nella raffinazione di terre rare (85% della produzione globale nel 2025), cobalto, litio, grafite (94% della produzione globale) e manganese (96% della produzione globale). Accanto alla disponibilità geologica di risorse sul proprio territorio, la forza di Pechino risiede in particolare nel consolidato controllo delle fasi midstream e downstream delle filiere, anche quando i minerali vengono estratti altrove.

Dal canto loro, gli Stati Uniti dipendono fortemente dall’estero per l’approvvigionamento di numerosi minerali critici, e questa dipendenza riguarda in misura significativa anche la Cina, sia in modo diretto sia indiretto. In questo quadro, il Critical Minerals Outlook 2026 della Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) riporta lievi miglioramenti rispetto alla capacità di estrazione e raffinazione statunitense delle terre rare, che ha contribuito – insieme ad avanzamenti in altri Paesi come la Malesia – a un  seppur modesto calo della concentrazione dell’offerta globale di terre rare tra il 2023 e il 2025.

I controlli all’esportazione introdotti da Pechino nell’aprile 2025 e nell’ottobre 2025 su terre rare e sui relativi prodotti derivati si inseriscono nel contesto della posizione dominante acquisita dalla Cina, facendo seguito alle restrizioni già applicate tra il 2023 e il 2024 a minerali come gallio, germanio, grafite e antimonio.

Queste misure (poi parzialmente e temporaneamente sospese per un anno a seguito dell’incontro tra il presidente USA Donald Trump e il cinese Xi Jinping a Busan, Corea del Sud, a fine ottobre 2025) sono maturate nel quadro della più ampia escalation commerciale e tecnologica tra Washington e Pechino, e hanno reso più evidente la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento occidentali in segmenti industriali altamente strategici, come la raffinazione delle terre rare e la conseguente produzione di magneti permanenti.

In questo senso, le restrizioni cinesi hanno motivato ulteriormente gli Stati Uniti ad accelerare lo sviluppo di capacità produttive domestiche, diversificare le proprie forniture, creare catene del valore integrate con Paesi partner e rafforzare la dimensione del riciclo e dell’innovazione tecnologica. Ciò al fine di ridurre la dipendenza da Pechino, e affermarsi a propria volta come attori centrali nelle catene del valore dei minerali critici.

La miniera di mobildeno di Climax, in Colorado (USA)

 

La costruzione della strategia USA sui minerali critici

La strategia statunitense sui minerali critici non è uno sviluppo recente: gli Stati Uniti hanno iniziato a valutare sistematicamente la criticità di queste materie prime con la Critical Materials Strategy pubblicata dal Department of Energy nel 2010 (sotto l’amministrazione Obama), focalizzata sui materiali utili per le tecnologie per la transizione energetica (le cosidette clean tech), come turbine eoliche e celle solari, batterie e veicoli elettrici. La prima lista federale ufficiale di minerali critici, che ne contava trentacinque, è stata pubblicata dall’USGS nel 2018 sotto la prima presidenza Trump; la lista è poi stata aggiornata a cinquanta minerali nel 2022 durante la presidenza Biden, e poi nuovamente nel 2025 durante la seconda presidenza Trump, quando l’elenco è stato ampliato a sessanta minerali o gruppi minerali considerati critici per l’economia e la sicurezza statunitensi.

Il progressivo ampliamento di questa lista sottolinea come queste materie prime siano sempre più viste a tutto tondo come risorse essenziali per la sicurezza economica e la competitività strategica complessiva degli Stati Uniti in materia di transizione energetica (aspetto prevalente sotto il mandato Biden), ma anche in ambito digitale, della difesa, infrastrutturale e industriale. Lo scopo, evidenziato dall’attuale Segretario agli Interni Doug Burgum durante la presentazione della lista aggiornata al 2025, è che il Paese possa tornare a essere una “mineral powerhouse”, riducendo progressivamente le proprie vulnerabilità e dipendenze esterne, in particolare dalla Cina.

 

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Accanto alla classificazione dei minerali critici, l’approccio statunitense ai minerali critici si è stratificato nell’ultimo decennio attraverso ordini esecutivi, strumenti legislativi, incentivi industriali e iniziative diplomatiche, ampliandosi fino a diventare parte integrante della politica industriale, estera, energetica e di sicurezza nazionale degli Stati Uniti. A tale titolo, esso prevede il coinvolgimento del Dipartimento dell’Energia, di Stato, della Difesa, del Tesoro, e del Congresso, con la guidance strategica della Casa Bianca.

 

Da Biden a Trump: la dimensione domestica

Un’osservazione dell’evoluzione dell’approccio statunitense ai minerali critici mette in luce sia tratti di continuità sia di evoluzione tra la presidenza Biden e la prima parte del secondo mandato Trump. A rimanere sostanzialmente invariato è stato l’obiettivo di ridurre la dipendenza dalla Cina attraverso il rafforzamento delle capacità domestiche lungo le intere catene del valore, dall’estrazione alla raffinazione e al riciclo, con l’adozione di forme di politica industriale attiva per rafforzare il ruolo USA nelle filiere dei minerali critici.

Durante la presidenza Biden, i minerali critici erano inquadrati soprattutto nella strategia statunitense di industrializzazione verde e transizione energetica, come condizione abilitante per lo sviluppo di filiere domestiche legate a batterie, veicoli elettrici e tecnologie pulite. Una cornice, questa, che con il ritorno di Trump è stata progressivamente ridimensionata da una politica energetica orientata all’espansione della produzione fossile, sintetizzata nel famoso slogan “drill baby drill”.

Nel quadro del mandato Biden, le politiche di rafforzamento del settore minerario prevedevano incentivi fiscali, sussidi e investimenti pubblici per mobilitare il capitale privato – si pensi all’Inflation Reduction Act, molto criticato da Trump. Ciò accanto a un forte focus sul  miglioramento degli standard ambientali e sociali in ambito minerario – il cosiddetto “responsible critical minerals development” – e alla promozione dell’innovazione.

Con il secondo mandato Trump, invece, i minerali critici si collocano in una cornice più securitaria e industriale, più direttamente ed esplicitamente legata al settore della difesa e al rafforzamento della base produttiva nazionale nel quadro della competizione economica con Pechino. L’accesso ai minerali critici e la salvaguardia di catene del valore sicure e affidabili figurano infatti tra le priorità della National Security Strategy, pubblicata dalla presidenza Trump a novembre 2025. A tal fine, le misure messe in campo prevedono un’accelerazione di permitting ed estrazione a livello nazionale, accompagnata da un ridimensionamento dei vincoli ambientali e regolatori rispetto alla produzione mineraria interna,  e un maggiore ricorso federale a strumenti commerciali, finanziari e industriali a sostegno della sicurezza delle catene di approvvigionamento e alla base industriale della difesa, a partecipazioni pubbliche e investimenti diretti nel settore minerario.

Si tratta insomma di un’impronta più interventista e direttamente connessa con l’interesse nazionale, che ha riguardato anche la dimensione internazionale.

 

La diplomazia USA dei minerali critici e la sua evoluzione

La dimensione internazionale rappresenta un pilastro fondamentale nelle strategie sui minerali critici. Nella prospettiva di attori importatori come Stati Uniti ed Europa, questo si struttura attorno a cooperazione bilaterale e multilaterale nell’ambito della cosiddetta “diplomazia dei minerali critici”, al cui centro rimane la necessità di assicurarsi forniture il più possibile sicure e diversificate. Sebbene resa complessa dall’elevata concentrazione dell’offerta di queste materie prime e dalla posizione dominante della Cina nella raffinazione, una reale diversificazione delle filiere industriali di approvvigionamento resta infatti essenziale per ridurre i rischi e le vulnerabilità legati alla strumentalizzazione geopolitica e a possibili interruzioni delle catene del valore.

Nel quadro della presidenza Biden, ciò si è tradotto innanzitutto in meccanismi di coordinamento multilaterale con Paesi alleati per la costruzione di coalizioni tra attori affini (like-minded partners), con attenzione a standard ambientali e sociali comuni e sostenibilità. Ne sono un esempio le iniziative sostenute in ambito G7, ma soprattutto la Mineral Security Partnership (MSP), lanciata nel 2022 da Washington e sottoscritta da Australia, Canada, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, India, Italia, Giappone, Norvegia, Repubblica di Corea, Svezia, Regno Unito, e Unione Europea. La MSP aveva l’obiettivo di accelerare lo sviluppo di catene di approvvigionamento diversificate e sostenibili in materia di minerali critici tra i Paesi partner, fornendo supporto finanziario e diplomatico a progetti sostenibili e ad alto valore aggiunto locale attraverso il coinvolgimento di governi e settore privato, con forte focus sulle catene del valore legate ai processi di transizione energetica.

Accanto alla dimensione multilaterale, l’amministrazione Biden ha avviato o rafforzato anche la cooperazione bilaterale sui minerali critici con attori quali Giappone, Australia, e Regno Unito e Unione Europea, con l’obiettivo di rendere operativa la cornice del friendshoring tra Paesi alleati definita da iniziative come la MSP.

 

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Il secondo mandato Trump mantiene la centralità della dimensione internazionale; al contempo, però, l’enfasi al coordinamento multilaterale e alla convergenza normativa promossa da Biden ha lasciato spazio a un approccio più transazionale, dove dazi, controlli commerciali, accordi bilaterali e strumenti di intervento sui mercati assumono maggior peso politico. Ciò nel quadro di una strategia di sicurezza economica più deliberatamente finalizzata alla salvaguardia e promozione del vantaggio strategico americano.

Ecco quindi che il Forum on Resource Geostrategic Engagement (FORGE), annunciato a febbraio 2026 a Washington durante un vertice ministeriale sui minerali critici come erede della MSP, segnala il passaggio verso una diplomazia delle risorse più operativa e geostrategica, orientata a costruire mercati alternativi alla Cina attraverso l’ introduzione di zone commerciali preferenziali e strumenti più diretti per la riduzione dei rischi per gli investitori, tra cui meccanismi di intervento sui prezzi e accordi di off-take. In questo quadro, FORGE si inserisce nel quadro della più ampia architettura statunitense in ambito di sicurezza economica – tra cui Pax Silica, iniziativa del Dipartimento di Stato americano volta a rafforzare la cooperazione sulle tecnologie strategiche dell’intelligenza artificiale (Artificial Intelligence – AI).

Questo formato di cooperazione “plurilaterale”  si nutre a livello bilaterale di accordi mirati con singoli Paesi produttori di minerali critici: durante il lancio di FORGE è stata annunciata la firma di intese con undici Paesi (Argentina, Ecuador, Emirati Arabi Uniti, Filippine, Guinea, Isole Cook, Marocco, Paraguay, Peru, Regno Unito e Uzbekistan). Pochi mesi dopo, ad agosto 2026, il Segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato che la presente amministrazione avrebbe già firmato in tutto ventisette accordi in materia di minerali critici – tra questi, quelli con Arabia Saudita, Giappone, Messico, Repubblica Democratica del Congo, Ucraina e la stessa UE. Una tendenza, questa, che fa emergere un’accelerazione della cooperazione bilaterale USA sui minerali critici verso una direzione più selettiva, strumentale e più apertamente connessa con la sicurezza economica e il posizionamento geostrategico americani.

I minerali critici sono anche parte dell’equazione nel recente accordo tra USA, Danimarca e Groenlandia, dove la messa in sicurezza dell’accesso a riserve di terre rare e altre materie prime groenlandesi – peraltro già possibile per le aziende statunitensi – è legata a stretto giro con la sicurezza economica e militare in una regione strategica come l’Artico, in particolare in funziona di contenimento di attori rivali come Russia e Cina.

 

Trade over aid

L’evoluzione della diplomazia dei minerali critici statunitense è da leggere anche nel quadro del più ampio approccio di Washington alla cooperazione internazionale, laddove la National Security Strategy di Trump ha segnato il passo da un approccio definito come focalizzato sugli aiuti allo sviluppo a uno incentrato sulla dimensione degli investimenti e delle relazioni commerciali, seguendo la logica del “trade over aid”. In particolare, nel quadro delle relazioni con il continente africano, tale approccio è definito dall’attuale amministrazione come davvero in grado di valorizzare le risorse naturali africane e l’ancora latente potenziale economico del continente.

Questo approccio è stato accompagnato da una riduzione degli Aiuti allo Sviluppo (Official Development Assistance – ODA) statunitensi su scala globale del 56,9% nel 2025 rispetto al 2024, nel quadro di una più ampia riduzione dell’ODA da parte anche di altri donatori occidentali come Francia, Germania, Giappone e Regno Unito. Nei Paesi dell’Africa Sub-sahariana, ciò si è tradotto in una riduzione generalizzata di circa un quarto degli aiuti allo sviluppo che, in contesti fragili e fortemente dipendenti da questi flussi, rischia di avere un impatto disastroso, soprattutto in ambiti quali salute, istruzione e assistenza umanitaria.

 

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In questo contesto, a inizio 2026 un forte dibattito ha riguardato la negoziazione di un accordo tra Stati Uniti e Zambia, tra i Paesi colpiti dai tagli agli aiuti statunitensi in materia sanitaria. Nella proposta, poi contestata da Lusaka, un pacchetto di sostegno finanziario statunitense per il settore sanitario locale sarebbe stato legato ad una contestuale intesa in ambito di minerali critici, che avrebbe dato alle aziende statunitensi accesso preferenziale alle riserve minerali zambiane, dove la Cina ha sinora svolto un ruolo di rilievo. Uno sviluppo, questo, che segnala l’estensione della logica transazionale e del profitto a un settore tradizionalmente associato alla cooperazione allo sviluppo come quello della sanità, rischiando di rafforzare ulteriormente asimmetrie di potere e dinamiche estrattive in seno alla cooperazione con i Paesi del Sud Globale.

 

I costi del transazionalismo

La partita dei minerali critici, ormai al centro della competizione tra Stati Uniti e Cina, si è affermata come uno dei fattori fondamentali delle dinamiche geopolitiche e geoeconomiche, contemporanee, a maggior ragione in considerazione dell’accelerazione della competizione sull’IA. In risposta a ciò, Washington ambisce a costruire e aumentare le capacità produttive interne e a diversificare le proprie forniture, secondo un approccio che concepisce l’accesso alle risorse come uno strumento di sicurezza economica e posizionamento geostrategico.

Si tratta di una logica sempre più “transattiva”, che riconduce ogni aspetto della cooperazione internazionale in cornici negoziali orientate al vantaggio strategico. Il grosso rischio, come visto, è che nella foga della competizione si moltiplichino i costi e danni collaterali, derubricando riflessioni sulla stessa sostenibilità di questo gioco a somma zero.