Scacco all’Arabia Saudita
Per l’Arabia Saudita, lo scenario geopolitico più temuto dall’inizio della guerra fra Stati Uniti e Iran ha ormai preso forma. E’ l’accerchiamento da tre direzioni: Iran, milizie sciite filo-iraniane in Iraq, gli Houthi in Yemen. In tale contesto, la ripresa del conflitto in Yemen, dopo la tregua del 2022, riaccende una guerra distinta – e con dinamiche proprie – ma sempre più interdipendente con lo scacchiere del Golfo, data l’alleanza fra gli Houthi e Teheran.

Il blocco delle rotte marittime
Sul piano marittimo, questo accerchiamento si riflette nell’ostruzione di due vie commerciali fondamentali: lo stretto di Hormuz di fronte all’Iran e quello del Bab el-Mandeb davanti alle coste yemenite. Dal momento che il 70% del greggio saudita è destinato all’Asia (motivo per cui Hormuz è particolarmente rilevante), la situazione è estremamente delicata per l’economia del regno, più di quanto lo fosse durante la prima fase della guerra fra Israele, Stati Uniti e Iran, ovvero prima della firma del memorandum dello scorso giugno. Lo dimostra la decisione di riprendere in settembre parte dell’export petrolifero da Hormuz, nonostante il livello elevato della minaccia: è il “rischio necessario” che Riyadh sceglie di correre poiché, per le casse del regno in piena trasformazione economica, stare fermi non è un’opzione.
La strategia di contenimento del rischio, fin qui adottata dall’Arabia Saudita nei sette mesi di guerra a “intensità variabile” fra Stati Uniti (con Israele) e Iran, ora appare sempre meno efficace date le mosse coordinate e sfidanti dei nemici regionali. Essa rimane, tuttavia, la strada perseguita per evitare un’escalation incontrollata. Tra l’altro, gli alleati dei sauditi, Stati Uniti, ma anche Turchia e Pakistan (ovvero i due altri membri della nuova Mecca Defence Alliance), e l’Egitto, sono fin qui riluttanti all’ipotesi di unirsi al contro-attacco di Riyadh in Yemen, optando invece per il sostegno indiretto e difensivo all’Arabia Saudita.
La vulnerabilità della rete petrolifera
L’attacco del 10 settembre all’oleodotto East-West (conosciuto anche come Petroline, che corre per circa 1200km nella parte centrale del territorio saudita) ha completamente interrotto per dieci giorni (dal 12 al 22) l’operatività dell’infrastruttura, colpita da droni partiti dal territorio iracheno. Nonostante la riattivazione la pipeline, che adesso funziona al 40% circa, avrà bisogno di sei settimane per tornare a piena capacità: tre stazioni di pompaggio sono state colpite.
Il danneggiamento della East-West massimizza la vulnerabilità, reale e percepita, dell’Arabia Saudita, nel contesto delle guerre mediorientali. Probabile che l’attacco abbia visto coinvolti più attori filo-iraniani: già nel luglio scorso, gli Houthi avevano svolto un ruolo di pianificazione e supporto a un attacco delle milizie irachene contro impianti petroliferi sauditi.
Già nel 2019, un attacco iraniano partito dall’Iraq, con l’utilizzo di droni, colpì due importanti siti petroliferi di Saudi Aramco, Abqaiq e Khurais, situati nella regione orientale, dimezzando la produzione di greggio del Paese. Anche allora c’era Donald Trump alla Casa Bianca, che ha puntato moltissimo sul rapporto diretto con il principe Mohammed bin Salman per un riassetto a lui vantaggioso della regione. Sette anni dopo, la galassia iraniana è di nuovo riuscita a danneggiare il principale oleodotto saudita attualmente in utilizzo. Infatti, Riyadh aveva aggirato il blocco iraniano su Hormuz tramite la rotta alternativa del Mar Rosso che passa, in direzione Asia, dal Bab el-Mandeb, arrivando alla piena capacità della pipeline (7 milioni di barili di greggio al giorno) e all’export di quasi 5 milioni giornalieri.

Le contromosse insufficienti
Nei sette anni trascorsi fra i due attacchi più gravi al petrolio del regno, ovvero tra il 2019 e il 2026, l’Arabia Saudita non è rimasta a guardare: l’architettura difensiva fin qui costruita non è però abbastanza. I sauditi hanno continuato a rafforzare le proprie difese aeree, facendo perno sul tradizionale alleato americano – ma non solo – per diventare sempre più capaci e autonomi nella protezione dello spazio aereo. Evidentemente, non in misura sufficiente.
Il sostegno degli alleati fa ancora la differenza, anche se non può neutralizzare il rischio. Dal 2021, la Grecia opera con personale militare una batteria di missili Patriot statunitensi a protezione delle infrastrutture energetiche: nel 2026 i militari greci hanno intercettato almeno tre sciami di droni, l’ultimo nella provincia di Yanbu, sede del terminal petrolifero sul Mar Rosso. La protezione dei principali impianti di Saudi Aramco rientrerebbe inoltre nell’accordo di difesa decennale siglato da Riyadh con l’Ucraina lo scorso marzo, per condividere capacità tecnica e produrre sistemi di difesa anti-droni, anche se l’azienda ha smentito. La Francia ha annunciato che invierà soldati, sistemi di difesa e radar proteggere la città e le infrastrutture di Yanbu, hub energetico del Mar Rosso.
In Arabia Saudita, la vulnerabilità dei siti petroliferi e delle infrastrutture collegate dipende soprattutto da tre fattori. Il primo è la grandezza del territorio saudita, impossibile da difendere per intero quando le minacce provengono contemporaneamente da tre direzioni. Nello specifico, come ricordato l’oleodotto East-West è lungo 1200 chilometri: un raggio difficilmente presidiabile interamente con la stessa accuratezza.
Poi c’è il secondo fattore, gli intercettori: anche l’Arabia Saudita ne ha utilizzati tanti nei sette mesi del conflitto intermittente fra Stati Uniti e Iran – in particolare i Patriot di produzione americana e i SAMP/T italo-francesi. In questo senso, Riyadh ha chiesto aiuto agli Stati Uniti (che ne hanno anch’essi utilizzati abbondantemente) e sono in attesa di consegne dalla Corea del Sud, dopo l’accordo di fornitura del 2024. Per questo, i sauditi si sarebbero rivolti anche a Francia, Gran Bretagna, Pakistan ed Egitto.
Infine, difendere l’intera rete petrolifera saudita, ovvero impianti, infrastrutture e il greggio stesso, richiederebbe un impegno aereo ma anche marittimo, quindi multi-dominio: non solo sistemi anti-missili e anti-droni, ma anche navi a protezione dei due corridoi di export. Una missione di fatto impossibile. Lo scorso agosto, Riyadh ha lanciato la Multinational Maritime Defense Alliance per la sicurezza del Mar Rosso, coinvolgendo i Paesi costieri: una riedizione di un’analoga iniziativa del 2020 che non ebbe alcun impatto concreto e che vede, adesso, la partecipazione in più di Turchia e Pakistan, i paesi alleati nel patto della Mecca.
Hormuz come “rischio necessario”
Mentre il fronte yemenita si riapre, affiancandosi a quello iraniano, l’Arabia Saudita ha ripreso a esportare parte del greggio attraverso Hormuz, nel quadro di un rinnovato sforzo diplomatico con Teheran da parte delle monarchie del Golfo.
Nei giorni successivi all’attacco all’oleodotto East-West, Riyadh avrebbe esportato circa 3,6 milioni di barili di greggio al giorno tramite una rotta, ad alto rischio e ad alto costo, che passa per lo Stretto di Hormuz (erano stati appena 900 mila in agosto): le petroliere saudite, procedendo a transponder spento, hanno raggiunto il porto di Sohar, in Oman, per caricare i barili su altre navi, lungo la rotta omanita “protetta” dagli americani.
Leggi anche:
The Gulf monarchies in the trap of regional instability
Precisione, deterrenza e la partita di Hormuz
Un’operazione complessa ed esposta agli attacchi iraniani che evidenzia quanto i sauditi abbiano progressivamente alzato l’asticella della propensione al rischio pur di non perdere rendita e mercato, in un contesto in cui la minaccia è diventata la realtà in cui navigare (a vista). Insomma, un “rischio necessario” che Riyadh sta correndo – diversamente dal solito – per tenere in piedi produzione ed export.
I tentativi di mediazione
L’attacco all’oleodotto del Mar Rosso ha posticipato, per ora senza una data, l’incontro in Oman fra Iran e i Paesi arabi del Golfo, allargato anche all’Iraq, per discutere della gestione di Hormuz. Difficile, per i sauditi, stringere la mano agli iraniani nelle ore in cui la principale arteria petrolifera in uso veniva colpita.
Alla diplomazia regionale, però, si è già tornati per provare a sbloccare l’impasse dei rapporti fra Stati Uniti e Iran – magari allentando anche la pressione degli Houthi su Riyadh – prima con l’incontro al vertice dei BRICS fra il presidente iraniano e il principe ereditario degli Emirati Arabi, poi con l’ennesima mediazione del Qatar tra il Golfo e New York, nei giorni dell’Assemblea Generale dell’ONU.
L’offensiva degli Houthi contro l’Arabia Saudita completa l’accerchiamento di Riyadh, riducendo i margini d’azione, economici e strategici, dei sauditi. Una situazione di minaccia diffusa alla quale Riyadh si sta adattando, per esempio con la ripresa dell’export da Hormuz, ora che la vulnerabilità degli interessi economici si è trasformata da rischio ipotetico in realtà quotidiana. Con due fronti di guerra aperti, Yemen e Iran, distinti e insieme interdipendenti, l’Arabia Saudita è ancora alla ricerca di formule efficaci, e di alleati, per gestire meglio, tra difesa e diplomazia, un rischio che si sta pericolosamente cronicizzando, a ogni lato del territorio saudita.