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Il movimento dei coloni fuori e dentro Israele

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«I coloni davvero radicali, che partecipano agli attacchi, sono circa quattrocento», stima l’antropologo Idan Yaron, che da dieci anni studia questi gruppi dall’interno. «Quelli che ne condividono l’ideologia sono forse cinquemila». Sono una minoranza dentro una minoranza. Eppure, il progetto territoriale che questo movimento porta avanti sul terreno ha acquisito negli ultimi anni un peso crescente nelle politiche e nelle istituzioni israeliane. Un progetto che comprende la sovranità israeliana permanente su Giudea e Samaria (denominazioni storiche usate oggi dall’amministrazione israeliana per la Cisgiordania, nome risalente invece al periodo del controllo e dell’annessione giordana del 1950), l’espansione sistematica degli avamposti e ovviamente il tramonto definitivo dell’ipotesi di uno Stato palestinese. Nato sulle colline, tra roulotte e pecore, il movimento ha saputo risalire fino ai palazzi del governo, capace di esercitare un’influenza che nessun conteggio di teste basterebbe a spiegare.

Il paradosso si incarna ogni giorno in una scena minima che si ripete a Taybeh, Qusra, Al Auja, come altrove nella Valle del Giordano. I coloni della Gioventù delle Colline scendono dagli avamposti circostanti con un gregge, cesoie e bastoni. Tra loro e i palestinesi, si frappone un diverso gruppo di israeliani: professori, studenti, attivisti che praticano la «presenza protettiva». Anche gli attivisti si contano nell’ordine delle centinaia, con qualche migliaio di simpatizzanti. Ma solo i primi hanno dalla propria parte rappresentanti al governo e, spesso, la copertura dell’esercito.

Quanto, dunque, del progetto politico nato negli insediamenti è penetrato nella politica e nella società israeliana, e che peso avrà alle elezioni del 27 ottobre?

Giovani coloni presso un avamposto illegale

 

Dagli avamposti agli insediamenti

Circa 540.000 israeliani vivono oggi oltre la Linea Verde (la linea di demarcazione informale tra il territorio di Israele e quello occupato), escludendo Gerusalemme Est. Sono poco più del 5% della popolazione del Paese, distribuiti in circa 150 insediamenti. Ma una sola parola — coloni — racchiude realtà che hanno ben poco a che vedere l’una con l’altra. La maggioranza di loro non corrisponde all’immagine del colono ideologico. Si tratta di famiglie e giovani lavoratori concentrati in centri urbani, con strade, scuole e linee di autobus, spesso a mezz’ora di macchina da Gerusalemme o Tel Aviv. Gente comune che conduce vite comuni, attirata lì più dal costo inferiore delle case che dall’ideologia.

Accanto agli insediamenti autorizzati esiste però la realtà parallela e informale degli avamposti e delle fattorie pastorali. Nuclei di roulotte, container e tende piantati su una collina senza autorizzazione (anche secondo la legge israeliana), con l’obiettivo di estendere il proprio controllo del territorio spingendo il pascolo sempre più in là.

Negli ultimi anni la distanza fra questo mondo informale e le istituzioni si è ridotta drasticamente. I dati più citati sono quelli di Peace Now, organizzazione israeliana che si oppone all’espansione degli insediamenti. Secondo il suo monitoraggio, dall’insediamento del governo Netanyahu alla fine del 2022 sono stati creati 231 nuovi avamposti. Nello stesso periodo il governo ha approvato circa cento nuovi insediamenti, di cui 39 derivano dalla regolarizzazione retroattiva proprio degli avamposti sorti senza autorizzazione. Quasi quattro nuovi insediamenti su dieci approvati dallo Stato erano dunque nati al di fuori dalla sua stessa legalità.

Il riconoscimento procede per tappe. Un avamposto può anzitutto essere riconosciuto come idoneo a finanziamenti e infrastrutture pubbliche, pur restando formalmente non autorizzato. Può poi essere collegato a servizi come acqua ed elettricità. Infine, attraverso modifiche della giurisdizione e l’approvazione di un piano urbanistico, può essere riconosciuto come insediamento o come quartiere di un insediamento esistente.

 

Normalizzare gli insediamenti

In parallelo, è cambiata anche la procedura per approvare nuove unità abitative ed espandere gli insediamenti. Fino al 2023 ogni fase di un piano edilizio negli insediamenti richiedeva l’autorizzazione personale del ministro della Difesa. L’organo che esamina i piani si riuniva quattro volte l’anno. Da fine 2024 si riunisce ogni settimana. L’espansione degli insediamenti è passata così da decisione politica eccezionale a procedura amministrativa di routine.

Uno dei responsabili diretti di questo cambiamento, se non il principale, è il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, leader del Partito Sionista Religioso. Dal 2023 Smotrich è anche ministro all’Interno del ministero della Difesa. Poteri su pianificazione, insediamenti, amministrazione delle terre e infrastrutture, tradizionalmente esercitati attraverso la Civil Administration nell’ambito della catena di comando militare, sono stati in larga parte trasferiti o posti sotto la direzione di strutture civili sotto la sua autorità.

Lo stesso percorso si è riflesso in parlamento. Il 23 luglio 2025 la Knesset ha approvato, con 71 voti favorevoli e 13 contrari, una dichiarazione che invita il governo ad applicare la sovranità israeliana alle aree di insediamento ebraico in Giudea e Samaria. Sovranità significa applicare lì la legge, la giurisdizione e l’amministrazione dello Stato. Il voto non aveva valore legislativo – anche perché comporterebbe di fatto un’annessione completa, per il momento insostenibile a livello internazionale: era una dichiarazione politica non vincolante rivolta al governo. Il risultato resta però significativo, perché la proposta, che ha ottenuto la maggioranza assoluta, ha raccolto consensi anche fuori dalla coalizione di governo.

Smotrich ha descritto il risultato come la prima di due tappe verso la sovranità territoriale israeliana. La prima consiste in «una serie di procedure, alcune delle quali legate alla sensibilizzazione, per normalizzare gli insediamenti». La seconda in una serie di «processi interni al sistema, affinché tutto sia pronto quando avverrà l’atto formale di applicazione della sovranità».

Palestinesi su una collina durante un’esercitazione dell’IDF nella zona occupata di Masafer Yatta

 

Consenso sul territorio, rifiuto della violenza

Questa istituzionalizzazione non è tuttavia il segno di un consenso sociale automatico verso i coloni radicali e i loro metodi. I dati disponibili suggeriscono un quadro più sfumato, distribuito su due assi distinti.

Il primo asse riguarda l’idea che Giudea e Samaria debbano essere sotto controllo israeliano permanente. Su questo, il consenso si è allargato oltre l’elettorato storico della destra territoriale. Secondo i sondaggi del Pew Research Center, nel 2013 il 31% degli ebrei israeliani riteneva che la prosecuzione della costruzione degli insediamenti rafforzasse la sicurezza del Paese. Nel 2025 la quota è salita al 53%.

Il secondo asse riguarda la violenza dei coloni radicali, e qui la tolleranza rimane minoritaria nell’opinione pubblica ebraico-israeliana. Secondo l’Institute for National Security Studies, a marzo 2025 il 65% degli israeliani considerava la violenza nazionalista ebraica un fenomeno grave da fermare e prevenire. Il 45% la definiva esplicitamente «terrorismo ebraico», il 20% la considerava grave senza usare quell’etichetta. Il 13% l’attribuiva a giovani marginalizzati bisognosi di assistenza e sostegno.

Nell’aprile 2026 l’Israel Democracy Institute ha chiesto agli ebrei israeliani come giudicassero il trattamento riservato dalle autorità ai coloni radicali. La risposta più frequente, indicata dal 46% degli intervistati, lo ha definito troppo indulgente, e solo il 23% lo riteneva invece troppo severo.

Nella distanza fra questi due, il movimento dei coloni risulta abbastanza ampio da rendere l’espansione una politica di Stato sostenibile, ma troppo stretto perché i settori più violenti trovino legittimazione popolare esplicita.

 

Gli israeliani dall’altra parte della collina

Dall’altra parte della collina, si muovono gli attivisti della presenza protettiva. Per alcuni di loro la posta è anche religiosa. È il caso del rabbino Arik Ascherman, che per ventun anni ha guidato Rabbis for Human Rights sostenendo che la difesa dei diritti umani universali sia un obbligo ebraico.

Tra gli attivisti c’è anche Udi Salmanovich, che partecipa a missioni, proteste e manifestazioni mentre il figlio maggiore presta servizio nell’esercito. «Io non sono un pacifista», dice. «So che cosa bisogna fare per difendere un Paese, e so che per fare la pace bisogna essere in due. Il problema è che oggi non vedo Israele come uno di quei due. Loro [i coloni] hanno dalla loro parte l’esercito, la polizia e gente al governo: l’unica cosa che possiamo fare è mostrare ai nostri concittadini che cosa sta succedendo, finché la maggioranza non sarà più disposta ad accettarlo».

Per gli attivisti, il Paese dal massacro del 7 ottobre 2023 «non ha imparato niente» e sta lasciando che si ricompongano esattamente le condizioni che lo hanno preceduto. «Siamo di nuovo al 6 ottobre», spiega l’attivista Paula HK. «La situazione è la stessa: tesa, incendiaria, pronta a esplodere. E il governo non sta facendo niente per costruire una società diversa da quella che ci ha portati al 7 ottobre. Noi non vogliamo aspettare che succeda di nuovo».

 

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Verso il voto del 27 ottobre

In questo spazio compresso fra consenso territoriale e rifiuto della violenza, l’esito delle elezioni del 27 ottobre resta difficile da anticipare. Per governare servono almeno 61 dei 120 seggi della Knesset, normalmente costruiti attraverso una coalizione, e nessuno sembra avvicinarcisi.

I sondaggi di metà settembre mostrano però un dato che prescinde dalle possibili alleanze: né l’annessione formale dei Giudea e Samaria né la creazione di uno Stato palestinese rappresentano oggi, da sole, la posizione dominante nell’offerta politica ebraico-israeliana.

Il fronte più esplicitamente annessionista, le due formazioni Sionismo Religioso di Smotrich e Potere Ebraico di Itamar Ben-Gvir, restano minoritarie con circa 13 seggi. Ancora più contenuti sono i Democratici, accreditati di circa nove seggi, unico partito a mantenere esplicitamente lo Stato palestinese come obiettivo.

In testa, con circa 23 seggi ciascuno, si trovano il Likud di Netanyahu e Yashar, il nuovo partito centrista dell’ex capo di Stato Maggiore Gadi Eisenkot. Eisenkot si oppone all’annessione e condanna la violenza dei coloni, ma si è definito un sostenitore dell’insediamento ebraico, purché «nel rispetto della legge» (da un’intervista a Channel 12 del 6 giugno 2026).

Segue, intorno ai 13 seggi, la lista di Naftali Bennett e Yair Lapid. Bennett sostiene da anni lo smantellamento degli avamposti illegali. Come alternativa allo Stato palestinese, però, propone la sovranità israeliana sull’Area C con autogoverno palestinese nelle Aree A e B.

Se dunque si raggruppano, pur nelle loro profonde differenze, i partiti che non indicano la creazione di uno Stato palestinese come un obiettivo perseguibile nell’attuale fase politica, il loro peso nei sondaggi supera la maggioranza. Non costituiscono un blocco politico unitario e divergono radicalmente su annessione, insediamenti, autonomia palestinese e futuro dei territori. Ma la loro somma, indipendentemente da chi vincerà il voto, misura quanto il destino delle terre chiamate Giudea e Samaria o Cisgiordania dipenda sempre più dalla soluzione che si troverà in relazione all’insediamento dei coloni.