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Il fronte libanese nella guerra mediorientale e nel diritto internazionale

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La crisi profonda che colpisce il Libano è molto di più di un ennesimo capitolo dello storico scontro tra Israele e il partito armato sciita Hezbollah. Da settimane, il fronte libanese ha smesso di essere un ambito laterale della guerra che incendia il Medio Oriente, per trasformarsi nello spazio in cui si concentrano e si confondono le principali fratture di un equilibrio geopolitico che si avvicina spedito al punto di rottura.

Il sito di un attacco israeliano nel quartiere Haret Hreik di Beirut, il 3 aprile.

 

Il Libano e la diplomazia

Anche il Memorandum di Islamabad, che avrebbe dovuto aprire la strada a una cessazione immediata e permanente delle ostilità tra Stati Uniti e Iran, si infrange sul dossier libanese. A conferma di quanto Beirut sia diventata un nodo delicatissimo della più grande partita mediorientale.

Intanto che la diplomazia tenta di parlare il linguaggio della de-escalation, tra i fiumi sud-libanesi di Litani e Zahrani si testa il senso pratico delle promesse dei contendenti. Sul terreno morti e crimini continuano ad accumularsi. Sono i bombardamenti al fosforo bianco, le strutture sanitarie e umanitarie nel mirino, le case rase al suolo dall’“Aratro d’argento”, i villaggi svuotati e i territori occupati a misurare la distanza tra i proclami e la realtà.

La questione libanese, poi, non è solo – come fosse poco – un problema di sicurezza e stabilità nella regione. Non è solo l’affare di un popolo alla rovina. È anche un banco di prova per le strutture del diritto internazionale, che, compromesse duramente a Gaza, ora sembrano pronte a collassare del tutto.

 

La linea e il diritto

Il primo dato è geografico, e assai politico. La Yellow Line, la fascia di sicurezza autoproclamata da Israele per circa dieci chilometri dal confine meridionale e sud-orientale del Libano, ha già finito per coprire quasi il 6% del Paese – proiettando l’ombra di un’occupazione permanente. Definisce il perimetro di un’avanzata che, in coerenza con i dichiarati intenti di diversi funzionari politici e militari israeliani per la creazione di una zona cuscinetto a più livelli, punta a svuotare la frontiera. A farne terra di nessuno, aperta a un controllo israeliano stabile. Alla stregua dell’occupazione che ha tenuto il Sud libanese sotto scacco tra il 1982 e il 2000.

A sud della linea, e ogni giorno un po’ più in là, dozzine di villaggi sono stati distrutti fino a perdere ogni traccia riconoscibile. Intere comunità sono state sradicate e agli sfollati è impedito di tornare persino alle macerie, pure nel pieno di quello che continua a essere presentato come un cessate il fuoco, in vigore giusto sulla carta, in un susseguirsi di proroghe e violazioni diventate prassi consolidata, ormai da aprile. Ponti, strade, centrali elettriche, sistemi di pompaggio dell’acqua, luoghi di culto e di cura sono ridotti a obiettivi pressoché quotidiani. Come i giornalisti, e i soccorritori.

Questa occupazione brutale e sistematica si sta chiaramente rivelando come parte di una strategia di annessione. Un modello operativo messo a punto a Gaza”, scriveva Oxfam, nel rapporto The Gaza Playbook, il 14 maggio scorso.

Era prima che Tel Aviv spingesse i suoi avvisi di evacuazione oltre lo Zahrani, dichiarando “zona di combattimento” tutta l’area a sud del fiume e allargando nettamente la geografia dell’invasione.

Prima che l’esercito israeliano conquistasse la fortezza di Beaufort, nel governatorato di Nabatieh, segnando la più ampia incursione in territorio libanese degli ultimi ventisei anni, rivendicata come “tappa decisiva e svolta decisiva” per “rafforzare ed espandere il nostro controllo sui luoghi che erano sotto il controllo di Hezbollah”.

Prima che Tiro, Sidone, Beirut e molti altri centri finissero, una volta di più, sotto una costellazione di bombe, droni, colpi d’artiglieria e ripetuti ordini di “everybody-leave”.

Prima che, a tregua regionale appena evocata, la leadership israeliana si premurasse di ribadire che le sue forze “rimarranno in Libano senza limiti di tempo” e che le zone di sicurezza saranno “sgomberate dagli abitanti locali e da tutte le infrastrutture, comprese le case lungo la prima linea che fungevano da avamposti terroristici, che verranno distrutte”.

Poi ci sono i numeri: 4 mila morti almeno, compresi 253 bambini e 392 donne. Oltre 12 mila feriti. 1,3 milioni di sfollati, un quinto della popolazione totale.

 

Terra bruciata

Tra il 16 aprile e il 7 giugno, secondo i conteggi delle autorità libanesi, ammontano a 3.491 i raid aerei israeliani sul Libano, più di 400 le demolizioni controllate, sei le operazioni di spianamento con bulldozer che hanno cancellato villaggi interi dalle mappe del Libano meridionale.

Il Consiglio nazionale per la ricerca scientifica del Libano documenta oltre 62 mila abitazioni civili distrutte o danneggiate nelle prime sei settimane dell’offensiva su larga scala rilanciata da Israele contro il Paese dei cedri il 2 marzo scorso, quando Hezbollah ha ripreso a lanciare razzi e droni contro il nord di Israele in rappresaglia agli attacchi israelo-statunitensi sull’Iran (e alle 10 mila violazioni del cessate il fuoco da parte israeliana dalla fine del 2024). Le case libanesi polverizzate sono più di 230 mila dall’ottobre 2023.

Il Sistema di sorveglianza dell’OMS al 13 luglio registra 211 attacchi contro la rete sanitaria libanese, 17 ospedali danneggiati, tre costretti a chiudere: 135 operatori uccisi in servizio, 406 feriti.

Per il ministero dell’Agricoltura libanese, non meno di 49.500 sono gli ettari di coltivazioni andati persi a causa degli assalti israeliani, un quinto di tutti i terreni agricoli del Libano. Il 76% degli agricoltori è vittima degli sfollamenti. Ora la FAO, denunciando una produzione alimentare praticamente azzerata nel Libano meridionale, stima entro agosto 1,24 milioni di affamati nel Paese, classificati quantomeno in Fase 3 della scala IPC.

Il Primo ministro libanese, Nawaf Salam, ha accusato a più riprese Israele di perseguire una “politica di terra bruciata e punizione collettiva”. Una lettura che non resta isolata. Le organizzazioni umanitarie segnalano una lunga sequenza di clamorose violazioni del diritto internazionale umanitario, dagli attacchi deliberati o indiscriminati contro la popolazione civile fino al suo spostamento forzato, che Tel Aviv commette “facendosi scudo del diritto all’autodifesa e di un’accondiscendente complicità internazionale”, per citare ancora Oxfam. L’Alto commissariato Onu per i diritti umani ha inviato in Libano una missione incaricata di valutare possibili crimini perpetrati da tutte le parti in conflitto.

Il fronte libanese, insomma, non può più essere considerato soltanto come un teatro militare. Chiama direttamente in causa la credibilità del diritto internazionale, che vive della volontà degli Stati di difenderlo. In Libano, come a Gaza, la risposta internazionale continua invece a consumarsi nel debole lessico della preoccupazione e della moderazione, mentre gli spargimenti di sangue si ripetono protetti dall’impunità.

Di reazioni concrete – sanzioni efficaci, stop alle forniture di armi e aiuti militari, sostegno alle indagini sui crimini di guerra, pressione reale per il rispetto dei confini internazionalmente riconosciuti – resta poca traccia. In questo vuoto politico, il sud del Libano si ritrova progressivamente “gazificato”. A Gaza, il precedente; in Libano, la replica. Una volta di troppo senza conseguenze. Dall’eccezione tollerata al metodo esportabile, il passo si fa breve, finché il diritto internazionale smette di essere un argine e diventa lo sfondo impotente della propria demolizione. L’intera architettura della pace e della sicurezza internazionale rischia di esserne travolta.

 

Le partite internazionali sul campo del Libano

È su questo scenario che la crisi libanese raccoglie – lo dicevamo in apertura – le tensioni irrisolte che attraversano il Medio Oriente. Vi si aggrovigliano la strategia israeliana di deterrenza e controllo del territorio, il ruolo di Teheran come potenza capace di muovere o frenare i propri alleati sullo scacchiere regionale, la tenuta dei negoziati con Washington e il peso delle milizie armate. Ma anche l’impotenza di uno Stato libanese chiamato a garantire una sovranità che non ha gli strumenti per esercitare pienamente, insieme al riacutizzarsi di divisioni settarie e politiche interne che ogni escalation rende più difficili da contenere. C’è anche il conto alla rovescia elettorale che agita Tel Aviv e stringe il margine politico di Netanyahu.

Il preaccordo Usa-Iran, ormai naufragato, entra in questo intreccio svelando subito il suo punto cieco. Non si limita a prevedere il silenzio delle armi “su ogni fronte, Libano compreso”, richiama anche vaghe garanzie di “integrità e sovranità del Libano”.

Per la Repubblica islamica, che incassa il plauso di Hezbollah, una vittoria: il ritiro israeliano dal sud è condizione per chiudere la guerra, e a dettarla non è Beirut (un’altra tregua dal sapore amaro per il governo libanese e i suoi propositi di disarmo su Hezbollah).

Israele, che starebbe trattando con Trump per il mantenimento dei suoi contingenti sul territorio, “non si considera vincolato dalla clausola libanese”. Quindici morti e 82 feriti tra il 14 e il 15 giugno, nei bollettini di guerra del ministero della Salute libanese, proprio a cavallo dell’annuncio pakistano per la raggiunta intesa. La pace barcolla che non è nemmeno nata.

 

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Per Netanyahu, con una coalizione in fase di cedimento e le elezioni alle porte, il problema è tutto politico. Dopo aver legittimato l’intervento militare contro l’Iran nei termini più ambiziosi – distruggere la capacità nucleare e missilistica di Teheran, spezzarne la rete di alleati regionali, rovesciare il regime degli ayatollah – la breve parabola del memorandum non gli consegna alcun successo.

Il programma nucleare è rinviato più che cancellato. Hezbollah non è disarmato: l’impiego sempre più frequente di droni a fibra ottica capaci di bucare le difese israeliane dimostra piuttosto quanto il gruppo conservi una capacità di logoramento sufficiente a rendere instabile ogni tregua. L’Iran resta in piedi, se non più forte, comunque confermato nella sua influenza sul Mediterraneo e nel ruolo di interlocutore indispensabile in qualsiasi sforzo di stabilizzazione del Medio Oriente.

Israele, soprattutto, non siede al tavolo in cui si tenta di ridefinire i contorni del nuovo assetto regionale, e anche il rapporto con l’alleato americano mostra crepe che Teheran può già registrare come un guadagno strategico. Tra politici e commentatori israeliani si fa strada il grido alla debacle del “Signor Sicurezza”.

A indirizzare le mosse di Bibi anche la posizione dei partner più radicali dell’esecutivo, Ben-Gvir e Smotrich in particolare, che guardano al sud libanese in una logica di confronto permanente ed espansione territoriale. Netanyahu difficilmente può ignorarli senza esporsi a un costo politico significativo. A questo punto, senza opzioni e senza tempo, Netanyahu non può che fare del Libano bersaglio, leva negoziale e messaggio politico insieme. Per gli amici e i nemici, più o meno vicini. Ogni compromesso rischia di spiegarsi in una resa agli occhi della sua base, dell’ultra-destra e di una parte di peso dell’opinione pubblica israeliana.

Resta da capire che ne sarà dei colloqui diretti tra Israele e Libano. L’Accordo quadro siglato lo scorso 26 giugno sotto l’egida statunitense, bollato come un tradimento alle vittime dei crimini di guerra in Libano da sei organizzazioni per i diritti umani e la libertà di stampa, vorrebbe il graduale passaggio alle forze armate libanesi delle responsabilità di sicurezza su alcune zone oggi controllate da Israele, ma subordina il ripiegamento israeliano al “disarmo verificato dei gruppi armati non statali” – vale a dire di Hezbollah – e allo smantellamento delle loro infrastrutture.

Il problema è che Hezbollah non è al tavolo e conserva l’argomento della resistenza, Israele non dà segno di voler davvero arretrare, Beirut sconta una certa debolezza nell’imporre pienamente la propria sovranità e l’Iran non pare disposto a sacrificare la sua carta più preziosa nelle trattative con gli Stati Uniti.

A mettere immediatamente a nudo la precarietà di questo impianto è bastato l’avvio, il 20 luglio, delle prime “zone pilota” nei villaggi di Froun, Srifa e Zawtar al-Gharbiyah. Presentato come il primo passo verso il ripristino dell’autorità libanese nel Sud, il progetto interessa ancora soprattutto località che non erano occupate dalle forze di Tel Aviv: soltanto a Zawtar al-Gharbiyah il dispiegamento libanese è stato preceduto da un limitato arretramento israeliano. E anche l’unico effettivo passaggio di mano si è aperto sotto il fuoco delle truppe israeliane, che hanno esploso colpi di avvertimento nei pressi delle unità libanesi accusate di aver “oltrepassato l’area concordata”. Nessuna vittima, ma un richiamo netto ai rapporti di forza che continuano a governare il terreno.

Intanto il Libano resta sospeso. Uno stallo “ben amministrato” prende forma, abbastanza stabile da essere venduto come de-escalation, abbastanza fragile da preparare la prossima esplosione.