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I Repubblicani alla prova delle elezioni di metà mandato: problemi e strategie

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Sono elezioni di metà mandato particolarmente rischiose per Donald Trump, quelle che si terranno il prossimo 3 novembre. Come noto, a essere rinnovati saranno la totalità della Camera e un terzo del Senato. In questo contesto, il presidente americano ha necessità che il Partito Repubblicano mantenga la maggioranza in entrambi i rami del Congresso. In caso contrario, la Casa Bianca rischierebbe infatti di vedere impantanata la propria agenda parlamentare. Non solo. Qualora i Democratici dovessero riuscire a riconquistare la Camera dei Rappresentanti, Trump potrebbe trovarsi a dover fronteggiare un nuovo processo di impeachment, dopo quelli avviati dalla Camera nel 2019 e nel 2021, che non raggiunsero tuttavia il quorum dei due terzi al Senato (nel secondo caso, a mandato presidenziale già concluso). Per lui, si rivelerebbe un problema non di poco conto. È vero che una condanna al Senato, richiedendo una maggioranza di due terzi dei voti, risulterebbe assai improbabile. Tuttavia un eventuale procedimento di messa in stato d’accusa potrebbe legare politicamente le mani al presidente americano per dei mesi.

 

Insomma, Trump si gioca molto. E, va detto, si sta avvicinando a questo appuntamento zavorrato da non poche difficoltà. La guerra in Iran ha azzoppato la sua popolarità. Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos pubblicato il 23 giugno, soltanto un americano su quattro ritiene che sia valsa la pena di avviare questo conflitto. Stando alla stessa rilevazione, l’indice di approvazione dell’operato del presidente sarebbe sceso al 34%: il punto più basso da quando è tornato alla Casa Bianca nel gennaio del 2025. Il sondaggio mette anche in evidenza come Trump appaia particolarmente vulnerabile sulla questione dell’inflazione. Il che può essere a sua volta collegato al conflitto iraniano che, nei mesi scorsi, ha portato a un deciso incremento del prezzo della benzina negli Stati Uniti. A rendere ancor più spinosa la situazione sta il fatto che la guerra contro Teheran ha suscitato i malumori degli elettori indipendenti (cioè, quelli non registrati ad alcun partito): non è allora un caso che, secondo un sondaggio di Nbc News di metà giugno, il 46% di costoro, a novembre, sarebbe orientato a votare per i Dem e solo il 34% per i Repubblicani.

Certo, va detto che le elezioni di metà mandato, come abbiamo visto, riguardano soltanto il Congresso. E che su di esse pesano vari fattori, molti dei quali legati a contesti locali. Tuttavia, questa tipologia di tornata elettorale viene tradizionalmente interpretata, almeno in parte, anche come un giudizio sull’operato della Casa Bianca. Del resto, era chiaro già dallo scorso autunno che la questione del carovita sarebbe stata al centro della campagna elettorale per le Midterm. È quindi evidente come l’alto costo della benzina possa (almeno teoricamente) avere delle ripercussioni negative sul Partito Repubblicano. Non a caso, una delle ragioni che hanno spinto il presidente a tentare la via del memorandum d’intesa con l’Iran è stata proprio quella di arrivare a una riapertura dello Stretto di Hormuz che potesse abbassare rapidamente il costo dell’energia. È sempre in questo senso che va letta l’indagine che Trump ha recentemente invocato sulle grandi compagnie petrolifere statunitensi, da lui accusate di continuare a tenere alto il prezzo della benzina.

Tra l’altro, a rendere maggiormente rischiose queste elezioni per Trump sta il fatto che il presidente, durante le primarie del Grand Old Party, ha visto prevalere, salvo alcune eccezioni, i candidati da lui appoggiati. In caso di risultato deludente a novembre, lo stato maggiore del Partito Repubblicano potrebbe quindi scaricare le responsabilità direttamente sulla Casa Bianca. A essere attenzionata, sotto questo punto di vista, è soprattutto la corsa per il seggio senatoriale in Texas, dove il candidato trumpista, Ken Paxton, sfiderà James Talarico, che molti considerano una sorta di astro nascente del Partito Democratico. A fine giugno, i sondaggi davano un testa a testa tra i due, alimentando le speranze dell’Asinello, che non vince un seggio senatoriale del Lone Star State dal lontano 1988.

Un ulteriore problema per Trump riguarda quella parte di mondo MAGA che non ha digerito la guerra in Iran e che guarda a Israele con crescente freddezza. A giugno, il giornalista Tucker Carlson, un tempo stretto alleato dell’attuale presidente americano, ha reso noto di aver abbandonato il Partito Repubblicano. I suoi attriti con Trump sono iniziati mesi fa proprio a causa del conflitto iraniano. A dire addio al Grand Old Party, negli stessi giorni, è stata anche l’ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene: anche lei un tempo trumpista di ferro, ha rotto con il presidente su varie questioni (dal Medio Oriente al caso Jeffrey Epstein, passando per l’inflazione).

 

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In realtà queste spaccature nel mondo MAGA riguardano, almeno per ora, soprattutto la sfera politico-mediatica: la base elettorale resta infatti al momento in gran parte a sostegno del presidente. Tuttavia, come sottolineato da un sondaggio della CBS di fine giugno, il 56% degli elettori MAGA è favorevole a terminare la guerra con Teheran, mentre per il 44% dovrebbe continuare. Non è quindi al momento chiaro come questa spaccatura si riverbererà sul voto novembrino. È probabilmente anche per affrontare tali problemi e galvanizzare la base repubblicana che il presidente americano ha annunciato una Convention nazionale per le Midterm da tenersi a settembre a Dallas: si tratta di una mossa senza precedenti, visto che, storicamente, questo tipo di kermesse si tiene negli anni bisestili (cioè quelli in cui si vota anche per la Casa Bianca). Non è da escludere che la scelta di tenere l’evento inedito in Texas sia finalizzata (anche) a rafforzare la candidatura di Paxton nello scontro cruciale contro Talarico.

Insomma, Trump e il Partito Repubblicano si avviano alle elezioni di metà mandato con non pochi problemi. Tuttavia bisogna evitare i facili automatismi. Anche i Democratici non possono infatti dormire sonni troppo tranquilli. Innanzitutto, secondo la media sondaggistica di Real Clear Politics relativa alle intenzioni di voto generiche per il Congresso, il vantaggio dell’Asinello è passato dall’8,1% del 28 maggio al 5,3% del 25 giugno. In secondo luogo, la vittoria dei candidati sostenuti dal sindaco della Grande Mela, Zohran Mamdani, alle primarie parlamentari dem dello Stato di New York sta preoccupando le alte sfere del partito. Secondo la CNN, molti deputati democratici temono che il rafforzarsi della sinistra – che in molti casi si presenta apertamente con l’etichetta “socialista” – possa compromettere le chances del Partito Democratico di riconquistare la Camera a novembre, esponendolo alle critiche di radicalismo e alienandogli così l’elettorato moderato. Non è del resto un mistero che una delle principali linee di attacco dei Repubblicani sia attualmente quella di dipingere gli avversari come degli estremisti – come sempre più spesso dichiara Trump, “comunisti”.

 

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Il punto è che, a livello strutturale, la vecchia dialettica tra la corrente centrista e quella di sinistra, in seno all’Asinello, non si è mai sopita. E adesso, con l’avvicinarsi delle Midterm, sta riemergendo con forza. Basti pensare che alla Convention del Partito Democratico texano, tenutasi a giugno a Corpus Christi, non ha partecipato la deputata Jasmine Crockett: la sfidante di Talarico alle primarie per il seggio senatoriale dello Stato. Una situazione che, oltre a tradire qualche tensione intestina, rischia di mettere in difficoltà lo stesso Talarico con il voto afroamericano. Non solo. James Carville, storico stratega dem di area clintoniana, ha espresso dure critiche ai candidati appoggiati da Mamdani a New York.

Dall’altra parte, secondo l’Atlantic, una parte importante della base democratica sarebbe irritata con i capi del proprio partito, accusandoli di eccessivo immobilismo e di “sclerosi culturale”. Più in generale, l’Asinello deve fare anche attenzione alla solidità dei sondaggi. Complice il livello record d’inflazione registratosi a giugno 2022, molti analisti e sondaggisti si attendevano una “ondata repubblicana” alle elezioni di metà mandato di quell’anno: un’ondata che, alla fine, non si materializzò. I Democratici riuscirono a mantenere il controllo del Senato, mentre i Repubblicani riconquistarono, sì, la Camera, ma appena d’un soffio.

Il quadro generale resta, per il momento, piuttosto incerto. Nonostante i Repubblicani partano virtualmente svantaggiati, i Democratici devono a loro volta gestire problemi significativi. La partita è quindi aperta. Saranno i mesi estivi e, soprattutto, le prima settimane autunnali a decidere l’esito delle prossime elezioni di metà mandato.