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L’accordo UE-Messico e la nuova geografia economica dell’Occidente

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L’interscambio commerciale tra Unione Europea e Messico nel 2025 è stato di 87 miliardi di euro, con una crescita del 337% negli ultimi 25 anni. Oltre 30 miliardi di euro negli scambi di servizi nel 2024. Più di 200 miliardi di euro di investimenti europei accumulati in Messico – uno dei quattro Paesi latinoamericani ad essere membri dell’OCSE. Oltre 45.000 imprese europee che esportano in Messico di cui la maggioranza di dimensioni piccolo-media. E ancora, l’Unione Europea è il terzo partner commerciale per il mercato messicano, con la sua popolazione di 132 milioni di persone e un reddito medio pro-capite di 13mila euro. Sono solo alcuni dei dati fattuali che la Commissione europea ha evidenziato a seguito del recente rinnovo e ampliamento dell’accordo di libero scambio tra Unione Europea e “Stati Uniti Messicani” (questo il nome ufficiale del Paese), formalmente denominato «EU-Mexico Modernised Global Agreement (MGA)», presentato a Bruxelles come uno dei tasselli più importanti della nuova strategia commerciale europea.

L’intesa aggiorna il precedente quadro del 2000 e punta a liberalizzare ulteriormente il commercio di beni e servizi, ridurre le barriere non tariffarie, rafforzare la cooperazione industriale e favorire nuovi investimenti in settori considerati strategici, dal digitale alla farmaceutica, dalle infrastrutture dei trasporti alla transizione energetica, dalla proprietà intellettuale ai minerali critici, fino alla costruzione di filiere logistico-produttive evolute.

Tuttavia, interpretare questo accordo esclusivamente come un successo commerciale, e di successo commerciale si tratta, si rischia però di semplificare eccessivamente il quadro reale, perché l’intesa UE-Messico rappresenta contemporaneamente un’opportunità strategica e un’esposizione geopolitica aggiuntiva per l’Europa.

 

La logica europea: diversificare le dipendenze

Dal punto di vista europeo, l’accordo nasce da un’esigenza molto chiara, ovvero ridurre il rischio derivante dall’eccessiva concentrazione delle dipendenze economiche costruite negli ultimi decenni sull’ipotesi, legittima ma non realistica, di una “pace perpetua” o comunque di una sostanziale convergenza tra i Paesi del blocco occidentale, formalmente i Paesi membri dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) come pure tra essi e le gradi potenze emergenti come Russia, Cina e India – anche se sarebbe storicamente più appropriato parlare di Paesi “riemergenti” che passano per complessi cicli politico-economici.

Negli ultimi cinque anni l’Unione Europea ha sperimentato almeno tre shock sistemici consecutivi, ossia la pandemia da covid-19, la crisi energetica legata alla guerra in Ucraina e la crescente tensione tecnologica e commerciale tra Stati Uniti e Cina, tre eventi che ne hanno evidenziato la vulnerabilità nelle catene di approvvigionamento globali. E i cahiers de doléances potrebbero ancora allungarsi si aggiungessero altre crisi come la crisi finanziaria globale dei mutui ad alto rischio del mercato immobiliare statunitense, la crisi dei debiti sovrani, la crisi migratoria del 2015 e l’uscita della Gran Bretagna, oramai già quasi rimosse dallo stato conscio della società europea.

L’Unione Europea importa dalla Cina quote estremamente elevate di componenti elettronici, metalli del gruppo dei lantanoidi (terre rare) e altri materiali critici per la transizione energetica, batterie agli ioni di litio per automobili elettriche e ibride ricaricabili, pannelli solari, principi attivi farmaceutici e altro ancora. Parallelamente continua a dipendere dagli Stati Uniti per larga parte dell’architettura tecnologica, digitale e militare occidentale. In questo contesto, quasi distopico, Bruxelles sta cercando di costruire una strategia di «de-risking», non una deglobalizzazione impossibile, ma una redistribuzione selettiva delle interdipendenze economiche. Ed è in questo nuovo scacchiere che si inserisce il Messico.

Con circa 130 milioni di abitanti e una delle principali piattaforme manifatturiere del continente americano, il Messico rappresenta uno degli snodi più interessanti della nuova geografia industriale globale, beneficiando infatti di quattro vantaggi strutturali: prossimità geografica agli Stati Uniti, integrazione logistica nel mercato nordamericano attraverso l’Accordo Stati Uniti-Messico-Canada (USMCA), costo industriale competitivo e crescente capacità manifatturiera.

Non a caso il Messico è diventato uno dei principali beneficiari dei processi di «nearshoring» avviati dalle multinazionali statunitensi, e non solo, dopo la pandemia. Molte imprese, infatti, stanno spostando parte della produzione dall’Asia verso il Messico per ridurre tempi logistici, rischi geopolitici e dipendenza dalla Cina.

 

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Per l’Unione Europea, rafforzare la presenza economica in Messico significa quindi entrare più profondamente nelle nuove catene di creazione del valore nordamericane come pure sudamericane.

 

Il limite strutturale: il Messico resta dentro l’orbita statunitense

Per quanto il Messico stia ampliando le proprie relazioni internazionali, la sua economia resta fortemente dipendente dagli Stati Uniti. Secondo dati forniti dal governo messicano, l’83% delle esportazioni di beni messicani continua, infatti, a essere diretto verso il mercato statunitense, una condizione che non è un male di per sé, ma evidenzia un rapporto di dipendenza, un legame insolubile.

Questa integrazione economica con gli Stati Uniti, ma anche col Canada, affonda le proprie radici nel NAFTA, l’accordo di libero scambio nordamericano entrato in vigore nel 1994 tra Stati Uniti, Canada e Messico, che ha progressivamente trasformato il Messico in una delle principali piattaforme manifatturiere del continente americano.

Nel 2020 il NAFTA è stato sostituito dall’USMCA (United States-Mexico-Canada Agreement), fortemente voluto dall’amministrazione Trump, che pur mantenendo l’impianto dell’integrazione nordamericana ha introdotto regole più restrittive in settori strategici come automotive, componentistica e contenuti produttivi regionali.

Paradossalmente, proprio la stagione politica di Donald Trump ha mostrato quanto questa interdipendenza possa trasformarsi rapidamente in leva geopolitica. Le minacce di dazi verso il Messico, le tensioni sui flussi migratori, le pressioni sul reshoring industriale e la crescente politicizzazione delle catene di approvvigionamento hanno evidenziato la fragilità di un modello economico fortemente concentrato sul mercato statunitense.

È in questa condizione, forse non più desiderata come decenni fa, che va interpretato il crescente interesse messicano verso una maggiore diversificazione delle proprie relazioni economiche internazionali, inclusa quella con l’Unione Europea.

Nel 2025 gli scambi complessivi tra Stati Uniti e Messico hanno raggiunto il valore di 873 miliardi di dollari secondo dati forniti dalla Segreteria economica del governo messicano, un ordine di grandezza enormemente superiore rispetto ai rapporti economici con l’Europa, precisamente dieci volte superiore. Lo squilibrio si riduce però per gli investimenti diretti esterni, poiché gli statunitensi hanno accumulato negli ultimi 25 anni un valore pari a 327 miliardi di dollari, ovvero oltre il 60% degli investimenti europei.

A fronte di queste evidenze fatturali, Bruxelles rischia in parte di sovrastimare la propria capacità di costruire un reale contrappeso economico nell’area nordamericana. In particolare, in caso di tensioni geopolitiche o commerciali tra Washington e Bruxelles, è difficile immaginare che il Messico possa privilegiare gli interessi europei rispetto a quelli statunitensi. La struttura industriale messicana resta infatti profondamente integrata nelle filiere americane, soprattutto nei settori automobilistico, elettronico, agroalimentare e manifatturiero avanzato. L’accordo UE-Messico potrebbe, dunque, rafforzare l’accesso europeo al mercato nordamericano, ma non necessariamente aumentare la reale autonomia strategica europea, una condizione dalla quale emergono anche le prime ambiguità strategiche dell’accordo.

 

La questione industriale europea (e l’Italia)

Esiste poi un secondo tema più delicato, spesso sottovalutato nel dibattito europeo, ovvero il rischio di accelerare ulteriormente la pressione competitiva su alcune filiere industriali europee.

Sulla base di documenti strategici e programmatici dell’Unione Europea – tra cui il Green Deal europeo, il pacchetto Fit for 55, il Net-Zero Industry Act, il Critical Raw Materials Act, il Chips Act europeo e la nuova Strategia europea per la sicurezza economica – è possibile sostenere che Bruxelles stia cercando contemporaneamente di mantenere elevati standard ambientali e sociali, accelerare la transizione ecologica, rafforzare la competitività industriale e ridurre le vulnerabilità strategiche emerse negli ultimi anni, ma questi obiettivi non sempre sono perfettamente compatibili.

Il Messico offre costi produttivi inferiori rispetto a gran parte dell’Europa occidentale, una regolamentazione industriale mediamente meno onerosa e un accesso privilegiato al mercato statunitense, una condizione che potrebbe incentivare ulteriori processi di delocalizzazione produttiva, soprattutto nei comparti manifatturieri a minore valore aggiunto, anche, e forse soprattutto, per eliminare la barriera dei dazi doganali.

Per alcuni Paesi europei, in particolare quelli con forte specializzazione industriale tradizionale, il rischio è che la liberalizzazione commerciale favorisca maggiormente le grandi multinazionali internazionalizzate rispetto alle piccole e medie imprese più radicate localmente.

 

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Per l’Italia, l’accordo presenta indubbi vantaggi, ma probabilmente meno ampi di quanto la retorica politica lasci intendere. Il Messico rappresenta certamente un mercato interessante per alcuni settori italiani come macchinari industriali, automazione, farmaceutica, agroalimentare di qualità, infrastrutture energetiche e componentistica avanzata.

La riduzione dei dazi e delle barriere regolatorie potrebbe favorire soprattutto le imprese italiane già internazionalizzate e capaci di inserirsi nelle catene del valore nordamericane. Tuttavia il sistema produttivo italiano presenta anche elementi di fragilità.

Molte piccole e medie imprese italiane non possiedono dimensioni sufficienti per sostenere investimenti diretti stabili in America Latina, né capacità logistiche adeguate a competere efficacemente nel mercato messicano. Inoltre, la crescente competizione internazionale potrebbe accentuare le difficoltà dei comparti industriali più esposti alla concorrenza sui costi.

In altre parole, i benefici dell’accordo rischiano di distribuirsi in modo molto asimmetrico, cioè elevati per le grandi imprese esportatrici e multinazionali, più limitati per una parte significativa del tessuto produttivo medio-piccolo europeo.

 

Il vero significato politico e geoeconomico dell’accordo

La dimensione più interessante dell’intesa resta probabilmente quella politica e strategica. L’accordo UE-Messico arriva infatti dopo il rilancio dell’intesa con il Mercosur e segnala una scelta molto precisa di Bruxelles, ossia di rafforzare la presenza economica europea in America Latina mentre gli Stati Uniti attraversano una fase di crescente unilateralismo commerciale e industriale.

L’Unione Europea sembra voler evitare due rischi simultanei: il primo è la dipendenza eccessiva dalla Cina sul piano industriale, il secondo è la dipendenza eccessiva dagli Stati Uniti sul piano geopolitico.

 

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Il problema è che costruire una reale autonomia strategica richiede non soltanto nuovi accordi commerciali, ma anche capacità industriale interna, investimenti tecnologici, politica energetica coordinata e maggiore integrazione finanziaria europea, e da questa contrapposizione che emerge la principale contraddizione europea.

L’Unione appare molto efficace nell’espansione normativa e commerciale, ma molto meno nel consolidamento di una vera potenza industriale integrata. Il rischio è che Bruxelles continui ad ampliare la propria rete di accordi commerciali senza risolvere le debolezze strutturali della competitività europea. L’accordo con il Messico dunque rappresenta probabilmente più un tentativo di adattamento alla nuova frammentazione globale che una soluzione definitiva alle vulnerabilità europee.

Resta però un segnale molto chiaro, ovvero che la nuova globalizzazione non coincide con la fine delle interdipendenze economiche, ma con la loro redistribuzione strategica, e in questa redistribuzione il Messico sta diventando uno dei nodi centrali della competizione economica occidentale. Anche per l’Unione Europea.