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Il cambio di rotta sul fronte ucraino

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Negli scorsi mesi, due novità hanno modificato la situazione di inerzia nel conflitto tra Mosca e Kiev: eravamo rimasti a una lentissima avanzata territoriale russa, nel quadro di una crescente difficoltà politico-militare ucraina. Il Paese invasore sembrava soltanto in attesa di cogliere il frutto, sempre più maturo, dell’esaurimento delle risorse ucraine: belliche ma anche diplomatiche, umane e psicologiche. Fino al definitivo collasso: l’operazione militare sarebbe stata globalmente inefficace e costosissima per la Russia, ma avrebbe infine consentito di cantare vittoria nel momento in cui, mediante lento strangolamento, l’Ucraina si fosse in qualche modo arresa.

Ma non è più quella, la direzione delle cose. In Ucraina si sta ripetendo il copione, così tipico delle guerre degli ultimi anni, di un “debole” che si rivela non così debole, nei confronti di un “forte” che scopre l’illusorietà di parte della propria forza. Lo abbiamo visto in Iran, o anche nelle guerre combattute da Israele attorno ai suoi confini. L’Ucraina, che il 24 febbraio 2022, giorno dell’invasione russa su larga scala, aveva molte delle caratteristiche dello “stato fallito”, già non aveva capitolato in quella occasione. Ma poi, avevamo pensato, avrebbe finito per cedere. E invece, quattro anni più tardi continua a resistere alla pressione russa grazie a impensate capacità di adattamento.

Si tratta infatti di un’evoluzione quasi tutta dovuta a logiche interne, a supplire un aiuto occidentale insufficiente, sia per la constatazione che l’industria bellica USA non riuscisse a tenere il ritmo di quella russa, sia per il ritiro del sostegno materiale da parte americana, sia per la capacità russa di schivare le sanzioni (a cui il resto del mondo continua a non aderire), sia per i ritardi da parte europea. La produzione militare ucraina, per invertire l’inerzia del conflitto, ha finito per concentrarsi soprattutto su droni e veicoli robotici (hanno per di più il vantaggio di essere economici): queste armi sono poi state utilizzate in modo tale, negli ultimi mesi, da influire sull’andamento della guerra, cambiandone la natura stessa.

Un soldato ucraino con un drone.

 

Ormai l’Ucraina produce più droni della Russia – anche se non si tratta di una superiorità schiacciante dal punto di vista numerico, è una superiorità importante da quello tecnologico. Ciò ha consentito di fare una differenza al fronte, con l’effetto di un arretramento delle truppe russe: arretramento limitato, anche se non avveniva da un paio d’anni che i russi perdessero terreno, però accompagnato da gravi perdite di mezzi. I carri armati, che la Seconda guerra mondiale aveva visto in massa in queste regioni e che sembravano ancora così adatti alle pianure ucraine, adesso sembrano quasi poter essere pensionati dal combattimento robotizzato. L’Ucraina prevede di utilizzare 50mila unità robotiche in prima linea nel 2026, con l’effetto pratico immediato di annullare l’impatto dei carri e dell’artiglieria nemica, e quello complementare di tamponare la propria penuria di soldati.

Ma parte di quei droni – che ora riescono a colpire a lunghissimo raggio, quasi a 2000 km di distanza dal punto di lancio, circa il quadruplo rispetto ai droni di cui sono dotati i Paesi europei – è stata utilizzata lontano dal fronte. Kiev ha puntato alle retrovie, spostando le conseguenze della guerra dove la Russia non si sarebbe mai aspettata di essere vulnerabile: sulle sue fondamentali infrastrutture energetiche. L’attacco su San Pietroburgo, alla vigilia e anche alla conclusione del forum economico ospitato da Putin a inizio giugno, è stato umiliante. Ma gli ucraini hanno colpito fino in Siberia. Molte delle principali raffinerie, persino nella capitale, e poi depositi, gasdotti, petroliere, imbarcazioni, ma anche stazioni di servizio o camion cisterna, in particolare in Crimea, che finiscono a bruciare su autostrade che restano bloccate.

E’ danno molto pesante per la Russia, proprio mentre sembrava che il blocco di Hormuz potesse avvantaggiarla: produzione in calo, razionamenti all’acquisto di idrocarburi, impianti a operatività ridotta. I ricavi da gas e petrolio costituiscono un quarto dell’intero bilancio dello stato russo, e lo stesso Vladimir Putin ha ammesso la possibilità di una recessione. Possibile che la Russia sia tanto vulnerabile su un settore tanto vitale? La risposta non sta tanto in una debacle militare – perché la contraerea funziona – ma piuttosto nel rovesciamento di un elemento finora sempre percepito come vantaggioso. Dal punto di vista dei droni, l’estensione geografica della Federazione Russa, che ha salvato il Paese nelle sue guerre più drammatiche del passato, oggi gioca invece contro le esigenze della sicurezza nazionale: proteggere tutto il territorio e tutti gli obiettivi sensibili è impossibile. Mosca ad esempio è stata dotata di un sistema di contraerea nuovo di zecca, ma non conta molto: gli Ucraini riescono a trovare sempre qualche obiettivo scoperto, nell’immensità del territorio russo.

La raffineria di Mosca colpita da un attacco ucraino tra il 17 e il 18 giugno 2026.

 

Si apre così un dilemma cruciale per la Russia – che come potenza militare deve garantire e mantenere la deterrenza. Cioè non può permettere che le proprie risorse vitali e le infrastrutture connesse vengano colpite impunemente.

La prima scelta possibile è muoversi sulla strada dei negoziati. Strada finora chiusa da Putin, che ha allungato tanto la guerra (più della Prima guerra mondiale!) perché convinto che il nemico e i suoi alleati potessero arrivare al crollo definitivo, lasciando a lui la facoltà di scrivere la pace, e ottenere il ritorno del controllo russo sull’Ucraina. Effettivamente, il disimpegno materiale degli Stati Uniti esplicitato dalle scelte di Trump sembrava confermare la validità di questa linea, che reggerà almeno finché la continuazione della guerra non presenterà al Cremlino un costo palpabile in termini di consenso interno.

Altrimenti, si può scegliere di affrettare quella strategia basata sullo strangolamento umano e psicologico del nemico, di un’Ucraina considerata fragile, inferiore, non esistente. Ciò presuppone che l’industria e l’esercito russo siano capaci di colmare i progressi fatti da Kiev, ed effettivamente vi sono impegnati al massimo: la Russia sta producendo nuovi modelli sia di droni che di unità robotizzate. Ma presuppone anche l’aumento della pressione sul fronte interno ucraino, e le ultime settimane hanno appunto visto intensificarsi gli attacchi russi contro obiettivi civili, e persino culturali, come chiese o musei. Il messaggio è chiaro: illudetevi pure di farci male sul petrolio, ma ciò che resterà per voi se continuate a insistere sarà soltanto un campo di rovine. Ad aprile, la Russia ha mandato contro le città ucraine tanti droni e missili quanto nell’intero 2023.

Davvero il cambio di passo della guerra può costringere Putin ai negoziati, o addirittura portare la Russia alla sconfitta o al ritiro? Gli ottimisti dicono di sì: le conseguenze umane, economiche e politiche della guerra diventerebbero infine troppo pesanti per il Cremlino. E i russi ritirerebbero l’appoggio all’”operazione militare speciale”: anche se lo facessero in modo indiretto, senza grandi manifestazioni di piazza, il potere non potrebbe ignorarlo.

I pessimisti rispondono che prima di accettare di fermarsi, prima di accettare l’idea che la piccola Ucraina possa ferirla in maniera grave, la Russia utilizzerà tutto il suo potenziale bellico per impedirlo. Ossia, le sue armi nucleari tattiche sul territorio ucraino. Oppure, come altra opzione, colpire le fabbriche di armi che dall’Europa riforniscono l’Ucraina – o le linee di comunicazione che usano – per aggravare il costo del sostegno a Kiev e del coinvolgimento in guerra.

A cui gli europei in effetti partecipano – col sostegno militare, con il prestito da 90 miliardi di euro infine sbloccato per la fine del veto ungherese, con l’avvio del processo di adesione dell’Ucraina nell’UE, coi famosi 19 pacchetti di sanzioni, e perfino togliendo protezione ai rifugiati ucraini passibili di servizio militare. Il premier britannico Keir Starmer ha di recente dichiarato che “porteremo il gas e il petrolio russi fuori dai mercati”; il presidente francese Emmanuel Macron, alla fine del recente vertice G7 di Parigi, ha confermato l’intenzione di “aumentare l’aiuto all’Ucraina e la pressione sugli idrocarburi russi”. Più difficile valutare le intenzioni degli Stati Uniti, con Trump che ha dichiarato di “non aver niente a che fare con quella guerra”, ma anche “ora che abbiamo risolto con l’Iran, torniamo ad occuparci di Ucraina” – e “magari rimetteremo le sanzioni sul petrolio russo”.

L’unica valutazione realistica è che la fine del conflitto resta molto lontana, e che le conseguenze e i rischi della guerra restano molto pesanti. Il concetto di vittoria, per entrambi, è molto vago: assicurare il completo controllo delle quattro regioni ucraine parzialmente occupate, per Mosca? Tornare ai confini del 2014, per Kiev? Tutto questo, mentre la linea del fronte resta quasi immobile, anche se la battaglia politica resta accesa. Alle frontiere della Russia, l’Armenia ha votato per un partito orientato verso l’Europa. Alle frontiere della UE, la Bulgaria ha votato per una coalizione che ha appena interrotto l’aiuto militare all’Ucraina.

E mentre le infrastrutture energetiche russe soffrono, la decisione europea sulla revoca dello status di rifugiato agli ucraini in condizione di combattere rivela che i problemi politici e sociali interni dell’Ucraina non sono certo risolti (il governo ha appena raddoppiato il salario dei soldati, per convincere le migliaia di renitenti e disertori), né Kiev ha il modo di impedire gli attacchi e le distruzioni russe. L’Ucraina non supererà il prossimo inverno, ha garantito Putin: la Russia nei mesi scorsi ha messo fuori uso 9 megawatt di capacità energetica ucraina. Il Cremlino dovrà trattare prima di novembre, ha ribattuto Zelensky. Una reciproca, profonda sfiducia che nessuna delle parti fa molto per ammorbidire.