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USA-Cina: la somma zero di Trump e le opzioni per gli altri

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 Anche per interpretare l’esito del summit Xi-Trump di Pechino del 14-15 maggio, è opportuno ricorrere al “metodo Trump” come strumento analitico. Tutto inizia, infatti, con la natura “a somma zero” di questo metodo in politica estera; se il vertice ha dato l’impressione di sancire una sorta di precario accordo di desistenza, è perché al momento Washington non ha davvero buone carte da mettere sul tavolo, e al contempo non ha una strategia per guardare oltre l’immediato e oltre la prossima “transazione”. In altre parole, mancando una vera visione che porti da eventuali compromessi pragmatici a un assetto internazionale, l’esito di una consultazione non può che restare praticamente nullo.

 

Come ha ben sintetizzato Ivan Krastev in una recente analisi sul Financial Times, l’obiettivo principale dell’attuale politica estera americana è ricordare al mondo quanto il Paese è potente (cioè quanti strumenti ha a disposizione, a prescindere dalla loro efficacia). Il concetto si può meglio tradurre proprio come gioco a somma zero, in cui contano soltanto quelli che in termini formali vengono definiti “vantaggi relativi” rispetto ai potenziali “vantaggi assoluti” (che presuppongono un gioco a somma maggiore di zero). Trump si muove sistematicamente per mostrare la superiorità (tattica) di un attore (gli USA) su tutti gli altri, non una capacità (strategica) di produrre un “bene collettivo” come l’ordine internazionale.

La superiorità americana è quasi del tutto fine a se stessa, anche perché l’amministrazione Trump non dispone né di una concezione coerente per gestire le questioni strategiche (America First è ormai un vecchio slogan, senza essere diventato una vera linea-guida), né di un team esecutivo in grado di perseguire obiettivi con precisione e pazienza (il Comandante in Capo è una figura troppo dominante per consentire processi negoziali complessi).

Ciò ha prodotto delle conseguenze sul resto del mondo, per lo più negative, ma tutte le controparti di Washington – e certamente Teheran e Pechino – hanno ormai imparato ad aggirare o schivare i colpi sferrati da Trump per poi approfittare degli errori di calcolo, dell’impazienza e dei cali di attenzione dell’avversario. Così è accaduto anche in occasione del summit di metà maggio, caratterizzato da un’incerta “tregua” nel Golfo Persico e da un evidente sforzo americano per presentare i rapporti Cina-USA come un dossier in netto miglioramento.

Xi Jinping, da parte sua, aveva un interesse a ribadire l’auspicio che venga presto riaperto ai traffici lo Stretto di Hormuz, il che però significa concedere di fatto all’attuale governo iraniano (a quanto pare, più intransigente di quello precedente) di co-gestire il passaggio delle navi a suo vantaggio. Non accidentalmente, proprio mentre si teneva il vertice due navi mercantili cinesi hanno attraversato lo Stretto – un messaggio chiaro a tutti, che prefigura un esito nel medio periodo non certo positivo per gli USA: l’Iran farà di tutto per sfruttare la leva strategica che ha ora dimostrato di saper usare, e intanto la Cina ha l’opzione di raggiungere intese bilaterali con Teheran, presentandosi perfino come mediatore generoso nel moderare le richieste dei pasdaran riguardo alla gestione dei traffici. Trump ha in effetti dichiarato apertamente di apprezzare l’offerta cinese di aiuto in tal senso, confermando dunque – se mai ce ne fosse stato bisogno – che l’America da sola non sa come fare.

 

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C’è stata poi la dichiarazione congiunta sul programma nucleare iraniano: su questo punto non c’è davvero nulla di nuovo nel volerne impedire la realizzazione, visto che peraltro era lo stesso obiettivo esplicito del famoso accordo multilaterale del 2015 che Trump ha smantellato. Fin qui, dunque, nessuna concessione da parte della Cina e solo speranze americane in forma di dichiarazione.

Sul piano economico-commerciale, il summit – che pure ha visto la partecipazione di una delegazione imprenditoriale con i massimi livelli di Tesla/X, Nvidia e Boeing – è sembrato solo marcare la volontà di entrambe le parti di gestire senza scontri frontali la complicata relazione geo-economica. I nodi della competizione tecnologica e del forte squilibrio commerciale non sono stati praticamente affrontati, se non per dare un segno che il difficile dialogo prosegue. Il problema, come ben noto, è che gli USA continuano ad avere un grande eccesso di consumi (dunque di import) e la Cina un grande eccesso di capacità produttiva (dunque di export, peraltro in aumento complessivo); in chiave puramente economica questo non è necessariamente un fatto negativo, ma scarica su terze parti la spinta cinese a collocare le sue esportazioni – punto rilevante soprattutto per l’Europa.

In una prospettiva bilaterale, si può dunque osservare che, in sostanza, il vertice di Pechino non è stato un insuccesso ed è andato nella direzione della continuità senza sussulti. Ma esiste un’altra prospettiva, cioè quella europea, che stimola una diversa valutazione e un’ipotesi di lavoro.

Come ha fatto notare Mario Draghi in un intervento proprio nei giorni del summit, la Cina rimane il maggiore sostenitore dello sforzo bellico russo contro l’Ucraina – ovvero in Europa e contro l’Europa. Inoltre, il crescente squilibrio commerciale tra la Cina e il resto del mondo pone sotto pressione interi settori produttivi europei. Sono due osservazioni lineari e persino scontate, ma di importanza fondamentale, soprattutto se lette in combinazione con l’evidente propensione americana a prefigurare un esito della guerra russo-ucraina piuttosto favorevole a Mosca e con la consolidata prassi di scaricare sugli alleati i costi delle proprie scelte politiche (macroscopica nel caso del Golfo Persico). Il guaio è che dalla prospettiva europea si deve far valere il proprio peso negoziale su due tavoli simultaneamente rispetto a due potenze molto assertive, senza punti fermi e mentre si fatica a costruire una base interna più solida. Un’impresa enorme, complicata dalle onde di instabilità prodotte a getto continuo da Washington.

 

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Rimane quindi un dilemma per gli alleati rispetto all’intero approccio dell’amministrazione Trump, oltre alla sfida strutturale posta dalla Cina.

Uno spunto interessante in tal senso può venire da Taiwan, nell’occhio del ciclone se vi fosse una crisi acuta in Asia-Pacifico che fatalmente coinvolgerebbe non solo gli USA ma anche Paesi come Giappone e Corea del Sud. Xi ha prevedibilmente ribadito, in occasione del vertice, con Trump che per la Repubblica Popolare la non-sovranità di Taiwan è una linea rossa da non valicare, forse l’unica. In sé questa posizione non conduce per forza a uno scontro, visto che lo status quo favorisce proprio Taipei e la sua autonomia de facto se non de iure; seri rischi ci sono, insomma, ma per ora gestibili.

L’aspetto più innovativo potrebbe essere invece nella proposta avanzata dalla leader dell’opposizione parlamentare taiwanese, Cheng Li-wun, attuale presidente del vecchio partito Kuomintang. Dopo aver incontrato lo stesso Xi Jinping a Pechino, pochi giorni prima del summit sino-americano, ha rilasciato almeno due dichiarazioni degne di nota: nella prima ha spiegato che Taiwan non vuole diventare la prossima Ucraina; nella seconda ha precisato che intrattenere rapporti amichevoli con gli USA non vuol dire avere una relazione antagonistica con la Repubblica Popolare. Insomma, ha prefigurato un delicatissimo sforzo di equilibrismo diplomatico-militare che ha caratteristiche del tutto specifiche per l’isola contesa nel Pacifico ma che potrebbe offrire qualche ispirazione anche a noi nel Vecchio Continente.

Quello di una sorta di equidistanza (ma più precisamente si potrebbe dire doppio binario) è un concetto ricorrente che attira sempre più l’attenzione di molti altri Paesi, certamente nel Sudest asiatico ma ormai anche altrove, per l’ovvia ragione che il rapporto con gli USA non è affatto stabile o affidabile, e a volte non è neppure ben chiaro cosa Washington voglia davvero dagli alleati. Per rendere praticabile un dialogo con la Cina che non sia troppo asimmetrico a vantaggio di Pechino, va però immaginato un quadro coordinato tra più Paesi.

Torna allora alla mente la proposta – un po’ generica ma suggestiva e meritevole di attenzione – del Primo ministro canadese Mark Carney. Costruire coalizioni per non farsi schiacciare da USA e Cina è in effetti una buona idea, magari con un correttivo sullo status di “media potenza” che sembra essere stato attribuito all’Europa tutta: in effetti, la UE come tale è già oggettivamente una grande potenza su scala globale, anche se è vero che ad oggi non si comporta di conseguenza. Proprio la UE potrebbe fare da nucleo di un’operazione per una nuova rete di alleanze.

Il vertice di Pechino ha in fondo confermato che non ci sono le condizioni per un vero “G2” sino-americano ma neanche, probabilmente, per uno scontro frontale tra le due maggiori potenze. E’ ora quindi che i Paesi europei e altri partner disposti a muoversi con maggiore libertà di manovra tentino nuove strade, senza farsi intrappolare in una scelta impossibile tra Washington e Pechino.

Così, mentre Trump fatica ad applicare alla Cina la sua logica a somma zero, si accontenta di annunciare imprecisati “deal” a cui nessuno presta più molta attenzione e cerca di gestire un parziale decoupling commerciale in corso. Il resto del mondo fa benissimo a ragionare in termini più creativi, più strategici, e a somma maggiore di zero.