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I nuovi orizzonti della Turchia in Medio Oriente

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Negli ultimi anni la politica estera turca, sotto la guida del presidente Recep Tayyip Erdoğan, in carica dal 2014, si è mossa seguendo un doppio binario: da un lato la repressione sistematica del movimento politico curdo; dall’altro una proiezione crescente in Siria, Iraq e nei territori contigui. Questa doppia dinamica non è solo difensiva: ambisce a una ristrutturazione dell’area mediorientale secondo interessi turchi, in cui il controllo delle risorse idriche e delle rotte regionali diventa leva di egemonia.

L’idea di una Turchia capace di rivendicare un ruolo guida in regioni adiacenti, un’eredità parzialmente riconducibile al tradizionale panturchismo, oggi viene reinterpretata in chiave pragmatica: meno con retorica romantica, più con strumenti concreti: dighe, risorse, infrastrutture, investimenti e alleanze politiche. Erdoğan, nella sua azione, unisce l’appello all’identità nazionale con una politica estera guidata dall’interesse nazionale declinato in chiave di influenza economico-politica. Il risultato è una “grande Turchia” che mira a influenzare ampie aree del Medio Oriente, ma anche del Caucaso, dell’Africa Orientale o anche nei Paesi con popolazioni turcofone o culturalmente legate.

Erdogan (a destra) consegna una decorazione a un militare turco

 

Il fronte curdo: sicurezza, deterrenza e contenimento

Il conflitto con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) e con le strutture filo‑curde continua a essere presentato da Ankara come questione centrale di sicurezza. Pur essendo il suo leader storico, Abdullah Öcalan, detenuto da decenni sull’isola-prigione di Imrali, il suo peso simbolico e decisionale resta forte; ogni sua dichiarazione, ogni richiamo al dialogo o al disarmo genera riverberi politici e militari nello spazio turco e oltre.

Il 27 febbraio 2025 Öcalan ha lanciato un appello storico: ha invitato il PKK a deporre le armi, sciogliersi e porre fine all’insurrezione armata. «Convocate un congresso e decidete», ha dichiarato, aggiungendo che «tutti i gruppi devono deporre le armi e il PKK deve dissolversi». Pochi giorni dopo, il 1° marzo 2025, il comitato esecutivo del PKK ha annunciato un cessate il fuoco: «Nessuna delle nostre forze intraprenderà operazioni armate, salvo in caso di aggressione». Qualche settimana più tardi, nel maggio 2025, il gruppo ha dichiarato che intende formalmente disarmarsi e sciogliere la propria struttura organizzativa, definendo la decisione come l’esito della sua “missione storica”.

Tuttavia, come riconosciuto anche dalle autorità turche, il cammino verso una pace stabile e verificabile è tutt’altro che concluso. Il ministero della Difesa ha ribadito che le operazioni contro obiettivi ritenuti legati al PKK in Siria e Iraq proseguiranno, visto che in questi territori “miliziani neutralizzati” continuano a essere segnalati. Inoltre, la richiesta di disarmo non sembra aver convinto le milizie curde siriane, in particolare le Syrian Democratic Forces (SDF): queste, benché in ritirata, hanno dichiarato che il richiamo di Öcalan riguarda solo il PKK, non loro. Questa incertezza, tra dichiarazioni, volontà teorica di disarmo e realtà operativa, mantiene alta la tensione: la scelta di Öcalan ha rappresentato un segnale epocale, ma la trasformazione sul terreno resta da verificare.

 

Proiezione regionale: acqua, infrastrutture, potere

Parallelamente alla leva militare e coercitiva interna, Ankara ha costruito una proiezione regionale sistemica: economica, energetica, infrastrutturale e idrica. Il caposaldo di questa strategia è il progetto Southeastern Anatolia Project (GAP), che ha portato alla costruzione di numerose dighe e centrali idroelettriche sui fiumi Eufrate e Tigri, da cui dipendono Siria e Iraq per il loro approvvigionamento idrico e agricolo. Attraverso questo controllo a monte, la Turchia esercita una vera e propria egemonia idrica: può modulare i deflussi, influenzare la disponibilità di acqua a valle e quindi condizionare la stabilità e l’economia di intere regioni.

Nel contesto attuale, con la crisi climatica e una grave siccità che ha colpito la regione, questa leva acquisisce un peso strategico enorme. Un recente accordo, annunciato nell’ottobre 2025, tra Turchia e Iraq per la condivisione delle acque e la gestione congiunta dei fiumi riflette quanto il controllo idrico sia oggi un tema diplomatico centrale. Oltre all’acqua, Ankara punta su corridoi economici, infrastrutture energetiche e rotte commerciali che attraversano Siria, Iraq e le zone di influenza turca. In questo modo, la proiezione regionale non è solo militare, ma strutturale, la Turchia mira a radicare la sua presenza in modo permanente, rendendo interdipendenti economie e risorse.

Una delle dighe che compongono il GAP

 

Implicazioni interne e internazionali

Sul piano interno, la combinazione tra lotta ai curdi, tentativo di disarmo, controllo idrico e proiezione esterna rafforza la narrativa della sicurezza e della solidarietà nazionale, alimentando un nazionalismo pragmatico e consolidando il consenso attorno a Erdoğan (che comunque appare meno solido rispetto a pochi anni fa) e al suo progetto di potere. Sul piano internazionale, Ankara gioca d’anticipo: con la leva idrica, l’influenza energetica, la presenza infrastrutturale e militare, ottiene potere di negoziazione con la NATO, l’Unione Europea e attori regionali quali Iraq, Siria, Iran.

La Turchia diventa interlocutore imprescindibile, forza regionale, talvolta alleata, talvolta competitiva, capace di plasmare equilibri secondo i propri interessi. Ma questa ambizione comporta rischi: la strumentalizzazione dell’acqua, in un Medio Oriente già fragile, può causare nuove crisi umanitarie, le operazioni contro i curdi e le tensioni con le milizie in Siria/Iraq aumentano l’instabilità e le pressioni internazionali, e rischiano di incrinare la legittimità internazionale di Ankara.

La strategia turca è chiara: combina sicurezza, identità, risorse, economia e diplomazia per costruire una sfera di influenza ampia e duratura. Ma questo progetto, che unisce un panturchismo rinnovato e calcolo pragmatico, naviga a vista in un contesto mediorientale segnato da fragilità climatiche, conflitti e fragili equilibri tra Stati e minoranze – a cui si aggiungono le gravi incertezze sulla politica estera USA.

 

Erdoğan e il progetto mediorientale di Trump 2

Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca viene osservato da Ankara con attenzione ma senza allarme. Al contrario, un contesto internazionale più transazionale, meno vincolato a condizionalità normative e diritti, appare coerente con la strategia ibrida e pragmatica di Erdoğan.

Nei rapporti con gli Stati Uniti non emerge uno sguardo strutturalmente negativo: la Turchia mira piuttosto a presentarsi come attore indispensabile su una pluralità di dossier critici. In Siria, Ankara continua a giocare un ruolo centrale sul terreno tra contenimento curdo, controllo territoriale e gestione delle infrastrutture ed è stata tra i primi promotori di assi logistici strategici (come il corridoio della M4), funzionali sia alla stabilizzazione delle aree sotto influenza turca sia a un dialogo indiretto con Washington e Tel Aviv.

Sul dossier yemenita e nel contesto del Mar Rosso, la Turchia resta defilata militarmente ma attenta a ritagliarsi un ruolo diplomatico, mentre nel conflitto russo-ucraino continua a incarnare una postura ambivalente: membro della NATO ma partner energetico e diplomatico di Mosca, sostenitore militare di Kiev ma contrario a una rottura definitiva con il Cremlino. In questo quadro, non esistono per Ankara alleanze permanenti né nemici irreversibili, ma attori con cui cooperare o competere a seconda delle convenienze del momento.

 

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Anche i rapporti con Israele riflettono questa ambivalenza strategica. Alla retorica fortemente critica, funzionale al consenso interno e al posizionamento regionale della Turchia come difensore della causa palestinese, si affianca una gestione pragmatica delle relazioni economiche, energetiche e di sicurezza. Ankara evita una rottura irreversibile, consapevole del peso di Israele negli equilibri regionali e nei rapporti con Washington. Ne emerge una relazione oscillante, conflittuale sul piano simbolico ma razionale su quello strategico, che conferma la volontà turca di giocare su più tavoli contemporaneamente, massimizzando autonomia e potere negoziale in un Medio Oriente la cui instabilità sta ancora accelerando dopo l’aggressione di Stati Uniti e Israele all’Iran e la risposta di Teheran.

 

L’evoluzione dello scenario regionale

L’uccisione della Guida Suprema iraniana il 28 febbraio 2026 e la guerra cominciata nello stesso momento ha aperto una fase di destabilizzazione senza precedenti nell’area. Lo scontro si è rapidamente ampliato, con attacchi iraniani contro i poli militari, economici e logistici del Golfo e un generale aumento della tensione regionale, mentre il sistema politico iraniano ha avviato una transizione interna sotto pressione militare e internazionale. La crisi dunque assume i tratti di un conflitto sistemico che coinvolge rotte energetiche, sicurezza marittima e stabilità degli Stati limitrofi, con effetti immediati anche sui mercati globali e sugli equilibri strategici del Medio Oriente.

 

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Di fronte a questa dinamica, la Turchia ha adottato una postura coerente con la propria tradizione recente: evitare un allineamento rigido e preservare margini di manovra. Ankara ha interesse a contenere un’espansione del conflitto che destabilizzerebbe ulteriormente Siria e Iraq, aree già centrali per la sua sicurezza, ma allo stesso tempo evita di schierarsi apertamente contro Washington o Israele, con cui mantiene canali economici e strategici rilevanti. Parallelamente, la Turchia non può permettersi una rottura frontale con l’Iran, attore confinante e partner energetico, soprattutto in una fase in cui la ridefinizione della leadership iraniana introduce elementi di incertezza ma anche possibili spazi di influenza.

Ne emerge una linea di condotta attendista e pragmatica: Ankara si propone come attore potenzialmente mediatore, ma soprattutto mira a capitalizzare la crisi rafforzando il proprio ruolo di potenza regionale indispensabile, capace di dialogare con tutti gli attori coinvolti senza vincolarsi stabilmente a nessuno. Effetto di questa condotta è la presenza turca nelle trattative diplomatiche per la cessazione delle ostilità, al momento in corso in Pakistan.

In conclusione, la traiettoria della Turchia si inserisce in un Medio Oriente sempre più frammentato e competitivo, dove le crisi si sovrappongono e si alimentano a vicenda. Dalla gestione della questione curda alla proiezione infrastrutturale e idrica, fino alla capacità di muoversi tra potenze rivali in un contesto segnato anche dalla guerra tra Iran e Stati Uniti e Israele, Ankara persegue una strategia fondata su flessibilità e massimizzazione dell’interesse nazionale. Tuttavia, proprio questa ambizione di autonomia e centralità espone la Turchia a complessità e scelte crescenti: in un sistema regionale sempre più instabile, la capacità di mantenere equilibrio tra competizione e cooperazione sarà decisiva per determinare se il progetto di una “grande Turchia” potrà consolidarsi o se finirà per essere messo in discussione dalle stesse dinamiche che contribuisce a plasmare.