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Unione Europea, Russia e Cina in una condotta di gas: l’altra faccia della guerra in Ucraina

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L’invasione dell’Ucraina è stata voluta dal presidente Putin, senza nemmeno presentare una formale dichiarazione di guerra al governo di Kiev, quasi che fosse una questione interna russa anziché di uno stato di ostilità tra due Paesi sovrani entrambi membri dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Quella fatale decisione sta dimostrando ancora una volta che la capacità strategica del presidente Putin è quasi nulla (e quel quasi andrebbe anche rimosso), e che i precedenti successi militari in Ucraina nel 2014, come pure poi in Georgia e Siria prima di allora, furono solo dovuti a una debolezza del blocco liberaldemocratico, il quale ora ha saputo ben reagire, seppure con la congenita isteresi.

In particolare, è da mettere in risalto la reazione dell’Unione Europea che ha, finalmente, imposto ai propri Paesi membri di cessare di essere il principale acquirente del gas russo. Cessando così di essere il principale sostenitore finanziario del modello putiniano, che ha fatto di Mosca il centro di un potere aggressivo e rancoroso, antagonista del blocco liberaldemocratico, definito da Mosca decadente e pervertito.

Dopo l’invasione dell’Ucraina, le importazioni di gas dalla Russia verso l’Unione Europea sono state considerevolmente ridotte. Sul totale del gas importato, la quota russa è passata dal 35,7% del febbraio 2022 al 12,9% del novembre 2022 (ultimo dato disponibile), precisamente un calo del 64%, destinato ad aumentare, tendenzialmente verso un 100%, salvo cambi di regime a Mosca, non prevedibili almeno nel breve-medio periodo. In realtà, a causa dei comportamenti aggressivi di Mosca, la quota di gas russo immesso nel sistema energetico europeo era già in calo da anni se si considera che solo pochi anni fa era superiore al 50% di tutte le importazioni nell’Unione Europea.

 

Seppure imperfetto, si tratta di un bel colpo inflitto al governo russo, poiché genera instabilità e indebolimento sia sul piano internazionale – avendo la Russia più gas di quanto, in questo momento, sia la domanda mondiale – sia sul piano interno, essendo costretto il governo di Mosca ad aumentare tasse e imposte su una popolazione già in difficoltà, al fine di alimentare le casse dello stato o, più esattamente, raccogliere denaro per finanziare la scellerata guerra in Ucraina.

 

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Se aumentare tasse e imposte non richiede grandi conoscenze e competenze, ma solo un po’ di fantasioso acume che, in genere, all’attento tassatore non manca mai, tutt’altro affare è indirizzare miliardi e miliardi di metri cubi di gas naturale da un continente all’altro nell’arco di un battito di ciglia.

È questa la condizione dei giacimenti di gas nella penisola Jamal della Russia siberiana nordoccidentale, considerati tra i più grandi al mondo, che hanno sinora alimentato la maggior parte delle condotte che trasportavano gas all’Europa, tra le quali i due gasdotti Nord Stream 1 e 2, sebbene il secondo non sia mai stato messo in funzione.

Stando alle dichiarazioni russe, i giacimenti nella penisola Jamal contengono oltre cinquanta trilioni di metri cubi di gas naturale secondo la scala decimale corta usata dagli angloamericani, cioè 50mila miliardi di metri cubi di gas secondo la scala lunga del Sistema internazionale di unità di misura. È una quantità che, ai ritmi di fornitura precedenti all’invasione dell’Ucraina, si sarebbe esaurita tra cento anni e oltre.

Un impianto gasifero a Jamal

 

Se l’Unione Europea non vuole più i circa 150 miliardi di metri cubi di gas naturale russo che era solita acquistare prima dell’invasione dell’Ucraina e che tanto hanno beneficiato l’oligarchia russa, la domanda da porsi è da chi ora il governo russo può accogliere quelle decine e decine di miliardi che hanno sostenuto la Russia putiniana negli ultimi decenni, e della quale non si fida più nessuno, eccetto una manciata di paesi ai margini della legalità. L’attenzione cade allora sulla Cina del presidente Xi Jinping, con la quale la Russia del presidente Putin ha stretto un’amicizia senza limiti, così è stata definita dagli stessi due presidenti.

In realtà, dal 2019, la Federazione Russa già fornisce di gas la Repubblica Popolare Cinese tramite il gasdotto «Forza della Siberia» che, lungo un percorso di tremila chilometri porta il gas dagli enormi giacimenti siberiani di Chayanda e Kovikta sino a Blagoveshchensk, la città russa sull’Amur, il fiume che segna storicamente il lungo confine nordorientale tra i due paesi, per poi proseguire sino a Vladivostok in una seconda fase di espansione. Il gasdotto prevede una capacità massima di 38 miliardi di metri cubi annui per tre decenni, pari complessivamente a 400 miliardi di dollari di ricavi, ma nessun contributo può dare questo gasdotto alla Russia per riposizionare il suo gas sul mercato cinese, poiché proviene da giacimenti senza alcun legame con la penisola Jamal, che rimangono inutilizzati. Comunque, si tratta di quantità ben al di sotto dei 55 miliardi di metri cubi trasportati dal solo gasdotto Nord Stream 1, del quale si sono celebrate le esequie mesi fa.

Il presidente Putin ha fretta di vendere alla Cina il gas della penisola Jamal precedentemente destinato agli amici-nemici europei, poiché a rischio è la stabilità interna ed esterna della Russia, e l’unico modo per farlo è costruire in tempi rapidi un nuovo gasdotto che porti il gas rapidamente alla frontiera cinese, accorciando la strada passando attraverso la Mongolia, anziché circoscriverla come per il gasdotto Forza della Siberia.

Il governo russo come pure Gazprom affermano che il gasdotto, denominato «Forza della Siberia 2», lungo circa 2.600 chilometri, sarà realizzato entro il 2030 e avrà una capacità di trasporto di 50 miliardi di metri cubi di gas annui; praticamente, compenserebbe il defunto Nord Stream 1 con la sua capacità annua di 55 miliardi di metri cubi di gas. Il gas di Forza della Siberia 2 sommato al gas del gasdotto Forza della Siberia e ad altri 10 miliardi di gas naturale liquefatto già promessi da Mosca a Pechino porterebbero in pochi anni a un totale di quasi cento miliardi di metri cubi di gas l’anno. Si tratta di una quantità che, seppure si realizzasse, rimarrebbe comunque significativamente inferiore ai volumi venduti precedentemente all’Unione Europea, e certamente non agli stessi vantaggiosi prezzi, data la disperata posizione negoziale in cui si trova il presidente Putin, e i ricavi saranno dunque molto inferiori a quelli degli anni d’oro del periodo precedente all’invasione dell’Ucraina del 24 febbraio 2022.

 

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In realtà, è da almeno due decenni che Mosca e Pechino discutono della creazione di una tale infrastruttura senza arrivare a una conclusione, perché la Russia era interessata a vendere proprio all’Europa il suo gas, visti i lauti guadagni che ne otteneva, e che invece la Cina non avrebbe mai assicurato. E ora, mentre il presidente Putin continua a dichiarare che l’accordo per la fornitura di gas alla Cina è stato raggiunto, il presidente Xi prosegue nella sua reticenza. La questione è che la Cina non ha alcuna necessità di acquistare da Mosca tutto quel gas, e per ora è sufficiente raggiungere la massima capacità di 38 miliardi di metri cubi l’anno del gasdotto Forza della Siberia prevista per il 2025, cioè quando lo scenario geopolitico internazionale potrebbe essere più chiaro e meno irto di rischi per decisioni sbagliate.

La prova è che la Cina mostra interesse a diversificare le proprie forniture, non certamente a conferirle alla sola Russia, della quale è storicamente rivale, eccetto poche eccezioni passate dovute a puro opportunismo. Pechino sta sviluppando con Paesi dell’Asia centrale – trai quali Turkmenistan, Kirghizistan e Tajikistan, ovvero Paesi sulla rotta della antica via della seta, più strategica per la Cina, attraverso la quale trasportare le proprie merci per via terrestre in Europa – un nuovo gasdotto da 25 miliardi di metri cubi l’anno per trenta anni.

E poi, la Cina continua a siglare accordi con gli Stati Uniti per la fornitura di gas naturale liquefatto, nonostante l’aspra competizione di questi mesi tra le due potenze, ma anche con altri Paesi come Qatar e Australia. E inoltre, la crescita cinese a due cifre appare oramai terminata, e per i prossimi anni l’espansione economica promette solo timori e incertezze. E ancora, per la precisione, la Cina già acquista dal Turkmenistan e non dalla Russia il 50% dell’attuale gas importato, nonostante il gas turkmeno costi il 30% in più del gas russo, il quale gas russo rappresenta solo il 5% dal gas importato cinese, che potrebbe diventare 20% se e solo se si realizzasse l’ipotetico gasdotto Forza della Siberia 2, dunque, la Cina si fida poco o niente dell’amicizia senza limiti russa. Non è un caso poi che la crescita della domanda di gas in Cina sia stimata al 2% l’anno per il periodo 2021-30 contro un precedente tasso medio del dodici percento. Infine, l’interesse di lungo termine è creare energia elettrica da fonti rinnovabili in modo da trovarsi preparata all’appuntamento del 2050, sebbene Pechino non si impegni formalmente, ma certamente per quella data vorrà stupire il mondo.

E infine, la disgraziata ricerca del presidente Putin di modi per assicurare entrate nelle casse dello Stato attraverso la vendita di gas pone la Russia in un rapporto di monopsonio con la Cina. La dipendenza russa dalle strutture e infrastrutture cinesi è irreversibile e nefasta per il martoriato popolo russo. Il presidente Putin pur di salvare la propria poltrona è disposto a rendere Mosca vassalla di Pechino, una scelta sventurata e infausta per il futuro del suo Paese. L’augurio è che il presidente Putin esca di scena in fretta e sia sostituito da un leader intenzionato a integrare progressivamente il Paese con le economie aperte, e magari perfino a sostenere il blocco liberaldemocratico nel tentativo di contenere il modello di sviluppo autocratico cinese, esattamente il contrario di ciò che fece il presidente Mao negli anni ’70 per arginare il potere di Mosca, ed ecco detto il peggiore degli incubi del presidente Xi Jinping.

In questa arena russo-cinese, l’Unione Europea è intanto attrice non protagonista, ma la sua politica energetica rimane aperta e ineluttabilmente orientata alle energie rinnovabili e a rapporti economici solo con quei Paesi i cui sistemi politici non sono antagonisti al suo.