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Un evento a Roma per delineare il ruolo italiano nell’Unione Europea

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“In Europa, con più Italia in Europa”. E’ questo il messaggio più forte uscito dalla due giorni di “How Can We Govern Europe?” (HGE9), l’evento annuale organizzato da Eunews per discutere di Unione Europea con i decisori, i ricercatori, gli studenti, i cittadini italiani ed europei che ha da poco chiuso la sua nona edizione. E’ stata un’edizione, che si è svolta nei nuovi spazi di Parlamento e Commissione Europea in piazza Venezia a Roma, un po’ nuova anche per noi di Eunews, poiché dal 1° gennaio di quest’anno siamo entrati nel gruppo editoriale Withub, il che ci ha dato nuova spinta (e nuove risorse) per poter svolgere ancora meglio il nostro lavoro di comunicazione, analisi e divulgazione.

 

Nel suo discorso d’apertura, il 29 novembre, il Ministro degli Esteri italiano ed ex-presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, ha affermato che “l’Italia e l’Unione Europea sono chiamate a confrontarsi con complessità inedite e sfide globali, per questo lavoriamo per un’Italia protagonista in Europa e con l’Europa nel mondo“. In chiusura dell’evento gli ha fatto eco il Ministro per gli Affari europei, Raffaele Fitto, il quale ha affermato che: “Dobbiamo recuperare dal punto di vista dell’impostazione dei dossier e della difesa dei nostri interessi“. Rispondendo ad una domanda il Ministro ha aggiunto: “Non so se difendere il nostro sistema dal Nutriscore (Il tipo di etichetta informativa sui prodotti alimentari fortemente sostenuta dalla Francia, ma da sempre contestata come “deviante” dall’Italia, ndr) è battere i pugni sul tavolo, ma se così fosse, sì, li battiamo, altrimenti saremmo matti”. Questo atteggiamento, ha poi voluto precisare Fitto, “non significa essere contro l’Europa, significa essere in Europa e spiegare che per noi questo brand (il ‘made in Italy’, ndr) è molto importante”.

Dunque con il nuovo governo sembra affermarsi una posizione sostanzialmente diversa da quella dello slogan “Più Europa”, che andava per la maggiore negli ultimi anni, ma anche meno antagonistico rispetto a quanto alcuni temevano. Il rapporto di piena partecipazione all’Unione viene confermato, il che non è poco rivedendo le posizioni degli ultimi anni di queste forze politiche che mettevano in discussione anche l’appartenenza all’euro; ma si descrive la UE come un contesto nel quale l’Italia dovrebbe riuscire a far sentire maggiormente il suo peso: “In Europa, con più Italia”, sembra essere il nuovo slogan.

“Le nuove sfide dell’UE: unità e solidarietà per superare la guerra e la pandemia”. Questo il titolo dell’evento di fine novembre; e d’altra parte in questo momento non ci era sembrato possibile non partire da queste due “rivoluzioni”, che hanno travolto l’Unione. Tenendo pienamente conto anche del quadro del Green Deal, all’interno del quale si inserisce  il piano Next Generation EU. E allora ecco che Gelsomina Vigliotti, Vicepresidente della Banca Europea per gli Investimenti (Bei), ha confermato nel suo keynote speech che “quella di diventare la banca per il clima dell’UE è una scelta strategica”, perché sono “sempre più urgenti azioni per tutela dell’ambiente, il cui degrado può essere fonte di nuove malattie”. La pandemia, ha sottolineato la Vicepresidente, ha acceso i riflettori sull’aspetto della salute legato ai modelli di vita e di produzione, mentre il conflitto russo-ucraino ricorda che “sono sempre più urgenti azioni per una maggiore efficienza energetica e per le rinnovabili”. Le ha subito riposto Marcel Haag, direttore Horizontal Policies di DG Fisma (Financial Stability, Financial Services and Capital Markets Union) della Commissione, confermando che: “Una cosa è chiara, i mercati e i capitali possono dare un contributo al progresso della transizione ecologica e digitale, per un’Europa più inclusiva e resiliente”.

Ma in Italia su questo c’è un problema, come ha spiegato Luca D’Agnese, direttore Policy, valutazione e advisory di Cassa Depositi e Prestiti (CDP), in Italia “mancano spesso progettualità che riescano a attrarre capitali”. L’esempio lampante è il settore delle rinnovabili, su cui le imprese del nostro Paese avrebbero potuto investire di più negli ultimi anni, perché è un settore “già fortemente competitivo”.

Una risposta è arrivata dall’ amministratore unico di Ram (società in house del Ministero delle Infrastrutture), Ivano Russo: “C’è una discrasia tra le sfide poste dal Green Deal e ciò che può essere realizzato con le tempistiche e la sostenibilità economica sul campo”. Per esempio, “è tecnicamente impossibile per l’Italia avere il 30% delle merci su treno al 2030 e il 50% di shift modale al 2050″, dal momento in cui “l’85% dei viaggi su gomma è sotto il raggio dei 300 chilometri, che è la soglia minima della sostenibilità per il passaggio alla strada ferrata”. Ecco perché Russo ha puntato il dito contro Bruxelles: “Con la stessa certezza e convinzione con cui diciamo che non c’è altro orizzonte se non quello europeo, compreso quello del trasporto merci, non possiamo dire che tutto ciò che viene deciso a Bruxelles è coerente e attuabile a livello nazionale”. Non si fa attendere la risposta del capo unità Coordinamento e pianificazione di DG Move (Mobility and Transport) della Commissione, Pierpaolo Settembri: “Lo shift modale è un obiettivo europeo, bisogna riflettere su che tipo di crescita vogliamo per l’Italia”.

Questo botta e risposta è un po’ la sintesi di HGE9, che ci ricollega alle frasi di Tajani e Fitto che abbiamo riportato in apertura. L’ Italia può, deve, avere un ruolo maggiore nell’Unione, ma deve farlo avendo un piano complessivo, costruendo una credibilità che al momento lascia ancora margini (storici) di incertezza, de riuscire a guardare lontano, a immaginare che tipo di crescita vuole, che ruolo vuole, e costruire su questo.