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Ucraina: l’alfabeto di un mese di guerra

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A un mese dall’invasione russa dell’Ucraina, la guerra arriva a un tornante molto importante, forse cruciale. La sera del 25 marzo, il ministero della Difesa e lo Stato maggiore dell’esercito russo hanno annunciato, come se nulla fosse, che, “dopo aver raggiunto gli scopi prefissati”, le attività belliche dirette da Mosca si concentreranno ora sull’obbiettivo principale, la “liberazione del Donbass”, cioè le province “contese” di Donetsk e Luhansk, dove vive il maggior numero di russofoni, e dove c’è la guerra dal 2014. L’annuncio, fatto quasi di nascosto, con una comunicazione di secondo piano, in realtà è molto importante. Perché è una clamorosa sconfessione di quanto detto e fatto finora dalla Russia. Dalla A alla Z, rivediamo l’evoluzione degli eventi di queste settimane.

A ) E’ logico porsi la prima domanda. Se l'”obbiettivo principale” era la liberazione del Donbass, perché è stata scomodata la minaccia della NATO, la provocazione dell’Unione Europea, l’espansionismo dell’Occidente per giustificare l’invasione dell’Ucraina? “Putin non vuole le armi NATO sotto casa, è così facile da capire!”, si è detto. Ma in effetti già le aveva: l’Estonia, a 100 km da San Pietroburgo seconda città russa, è da quasi vent’anni nella NATO. Cosa cambia a livello geopolitico e negli scenari di sicurezza globale se l’Ucraina perde due province?

L’Ucraina con in evidenza le due province del Donbass. In rosso, l’area militarmente occupata dai separatisti filo-russi prima dell’invasione del 24 febbraio.

 

B ) L’invasione russa ha puntato immediatamente Kiev, ovviamente, la capitale: il suo scopo era rovesciare il governo ucraino e sostituirlo con uno amico del Cremlino. Era questa l’illusione di Putin, uomo che solo la nostra idiosincrasia riesce a trasformare in un “genio del male” che non sbaglia mai. Ricordate: siamo stati settimane a parlare della caduta di Kiev. La Bielorussia è stata coinvolta in questa guerra proprio perché il suo confine con l’Ucraina è a 100 km da Kiev; le file chilometriche di convogli che abbiamo visto erano destinate a Kiev, e i russi hanno spinto da quelle parti non meno di 40mila soldati: la parte più grande del loro contingente diviso su quattro fronti.

C ) Ma non sono riusciti ad accerchiarla. Non sono riusciti ad assediarla. Non sono riusciti a tagliare i rifornimenti e le comunicazioni tra Kiev e il resto dell’Ucraina e tra Kiev e l’Unione Europea. Certo, a bombardarla sì. Perché allora disturbarsi a colpire una città che “non interessa”? Per non parlare del fallito assalto a Kharkiv, la seconda città ucraina, a soli 20 km dal confine russo: neanche quella è stata presa. Per un esercito di grande tradizione come quello russo, che ogni anno si esibisce in parata mostrandosi al mondo con orgoglio sulla Piazza Rossa, è un’umiliazione. Un’umiliazione, specifichiamolo, non dovuta all’impreparazione dei soldati, alla disorganizzazione dei reparti, alla corruzione del personale. Questi sono fattori che esistono, ma che in un’armata come quella russa sono superabili grazie alla grande superiorità in termini di mezzi, artiglieria, aviazione e flotta. La colpa che va ascritta a Vladimir Putin e al suo Stato maggiore è di aver impiegato la sua forza nel modo sbagliato. Dalla constatazione di questo fallimento nasce la marcia indietro: macché Kiev, macché Ucraina: noi abbiamo mosso 200mila soldati per prenderci l’hinterland di Donetsk e Luhansk.

D ) Le operazioni a Sud. Un’altra grande direttrice dell’invasione russa è stata quella dalla Crimea, che all’inizio ha trovato ben poca opposizione, ma si è divisa su tre binari. Uno a chiudere la tenaglia su Mariupol, cosa che è stata fatta: la città è sotto assedio, si combatte tra le case, ed è completamente scollegata dal resto del paese e delle truppe ucraine.

La situazione a Mariupol secondo L’Institute for the Study of War al 26 marzo. I russi stanno tentando di dividere la zona controllata dagli assediati.

 

Il secondo ad accerchiare il grosso dell’esercito ucraino, chiudendolo in una sacca dopo aver tagliato in due il paese. Il terzo a marciare su Odessa, il grande porto sul Mar Nero vicino ai confini dell’Unione Europea. Queste due ultime operazioni sono fallite.

E) Nell’ultima settimana, anzi, le truppe dirette verso Odessa sono state rimandate indietro per decine di km dalle controffensive ucraine, per finire a trincerarsi a Kherson, unica grande città occupata – dove però gli abitanti, ogni giorno, scendono in piazza a manifestare contro i soldati russi. Che certo non l’avevano previsto.

Punta avanzata della controffensiva ucraina da Mykolaiv a Kherson, al 26 marzo. Fonte: Tom Cooper.

 

F ) Sono tanti, infatti, gli “imprevisti” incontrati dai russi. Un rapido elenco. Il primo è la tenuta dell’esercito ucraino: in Georgia nel 2008 e in Ucraina nel 2014, i russi avevano assistito al disfacimento, in un paio di giorni, degli eserciti dei paesi che avevano invaso. In Georgia gli fruttò l’occupazione di due regioni, Abkazia e Ossezia del Sud. In Ucraina la Crimea, più l’inizio della guerra civile nel Donbass. Putin, correggendo Lenin, aveva assicurato che l’Ucraina era concettualmente un’invenzione della Russia, e praticamente un fantoccio tenuto in piedi dall’Occidente. E quindi, figuriamoci, si sarebbe sfaldata in due giorni.

G ) Il secondo è il dissenso degli ucraini: nelle zone occupate, gli ucraini non hanno mai smesso di manifestare la propria contrarietà all’arrivo dei russi. Nelle zone non occupate, i tanti simpatizzanti della Russia e di Putin, spesso persone di lingua russa dalla nascita (come il presidente Zelensky d’altronde) hanno giurato che mai più, dopo quest’invasione, avrebbero visto la Russia con amicizia. Se una “nazione ucraina” indipendente dall’influenza culturale della Russia non esisteva, l’invasione di Putin l’ha certamente fatta nascere.

H ) Terzo imprevisto: la risposta unitaria dell’Occidente, sia economica che militare. Il 24 febbraio chi avrebbe pensato che un mese dopo la Russia avrebbe rischiato la bancarotta per le sanzioni? E che le multinazionali boicottassero la Russia – magari riuscendo a coinvolgere quelle cinesi? E che la UE programmasse di smettere di comprare gas e petrolio da Mosca? E che i paesi europei si riarmassero? E che mandassero le loro armi in Ucraina a uccidere i soldati russi? Cinque capolavori firmati Vladimir Putin: l’uomo solo al Cremlino in un mese ha inflitto un danno epocale al popolo russo.

 

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I ) Sì, perché sarà la gente comune a pagare il conto, e qui arriviamo al quarto imprevisto: l’opposizione interna. Senza dubbio il consenso di Putin è solido, ma sull’invasione all’Ucraina si è vista un’opposizione abbastanza ampia da spingere a misure draconiane di repressione, quindici anni di carcere per chiunque contraddica la versione ufficiale del Cremlino. Nonostante questo ci sono state tantissime proteste, alcune eclatanti, altre più ordinarie, tutte molto coraggiose. E non solo: anche dalla Russia le persone hanno cominciato ad andarsene, a “votare con i piedi”, come si dice.

L ) Un quinto imprevisto, anche questo connesso: il numero altissimo di morti tra i soldati russi. Non c’è un numero certo. Saranno 5mila? Saranno 15mila? E quante decine di migliaia di feriti? Nessuno può dare un numero esatto; fatto sta che i soldati spesso non sapevano nemmeno perché stavano combattendo, ma morire sì che morivano. A riprova, il Cremlino non tocca mai l’argomento, ci sono testimonianze di numerosi tentativi di nascondere le notizie dei decessi, e soprattutto c’è la ricerca da parte di Putin dei mercenari, in Siria, in Libia, in Cecenia, per tappare i buchi apertisi tra le fila dei suoi. Le madri dei soldati mandati a morire invano sono l’incubo di qualsiasi dittatore. D’altronde, combattere in territorio ostile, contro dei nemici che scelgono le imboscate e la guerriglia come tattica principale, non è certo il sogno di un soldato, e ciò spiega in parte la bassa efficienza e il morale sotto le scarpe dei combattenti russi, spesso per di più lasciati senza viveri e senza benzina.

M ) Questo ci porta al sesto imprevisto: non solo la tenuta, ma i successi dell’esercito ucraino. Ormai da una settimana, nonostante la superiorità schiacciante dei russi in termini di mezzi, artiglieria, missili, gli ucraini contrattaccano, mettendo in evidenza l’errore fondamentale di Putin e dei suoi generali: dividere le truppe in troppe linee di avanzata, troppo lunghe, e disperdere così il proprio potenziale, esponendosi invece a grossi rischi perché quelle linee di avanzata richiedevano degli sforzi di protezione che l’esercito russo non poteva garantire. I tedeschi persero la guerra contro l’Unione Sovietica proprio per questa ragione.

N ) Si è paventato per settimane uno sbarco anfibio su Odessa, ma l’esplosione il 24 marzo di grandi depositi di armi e munizioni nel porto occupato dai russi di Berdiansk, esplosione che poi si è estesa a due navi russe, danneggiando gravemente la nave per le operazioni anfibie Orsk, ormai fa escludere questa possibilità. Gli ucraini hanno detto che si è trattato di un missile lanciato da loro. Ma nei video dell’esplosione non si vede nessun missile: è possibile che sia stato un clamoroso incidente, cosa che la direbbe lunga sulle condizioni organizzative e gestionali dell’esercito russo.

O ) Attorno a Kiev invece gli ucraini, sia a Est che a Ovest, continuano in uno stillicidio di azioni di guerriglia e attacco rapido, che hanno costretto i russi ad indietreggiare rispetto alle posizioni vicino alla capitale che avevano conquistato. Anzi, in entrambi i casi, i russi rischiano l’accerchiamento di importanti reparti e il taglio delle vie di comunicazione. Gli ucraini non hanno i mezzi per organizzare accerchiamenti in grande stile, anche perché la loro aviazione è troppo inferiore, ma i loro attacchi combinati possono obbligare i russi a ritirarsi per chilometri. Gli attacchi ucraini sono ancora in corso.

Zona dei contrattacchi ucraini a est di Kiev, 22-27 marzo. In rosso, le zone sotto controllo russo, in azzurro quelle sotto controllo ucraino. Fonte: Nathan Ruser.

 

P ) L’Italia è tra i paesi dove meno si è messa in dubbio la schiacciante vittoria della Russia come esito del conflitto. Altri analisti evidenziano da giorni come l’esercito russo fosse di certo superiore per vari motivi a livello teorico e anche pratico, ma come gli elementi e gli errori elencati qui sopra potessero addirittura portare a un collasso delle sue operazioni militari. Perché una guerra non è fatta solo di numeri: 5 carrarmati contro 1, 10 aerei contro 1. E’ fatta di movimenti nello spazio e di gestione del fattore tempo: e se lo Stato maggiore russo ha detto che ora ci si concentra solo su Donetsk e Luhansk, evidentemente gli errori che sono stati fatti nel tempo e nello spazio di questo mese non possono essere ormai più corretti. O meglio: correggerli “costerebbe” troppo.

Q ) Certo, potrebbe essere sempre un diversivo per allentare la tensione internazionale sul conflitto: “che il mondo stia tranquillo, a noi interessa solo il Donbass”. Regione che, a forza di ripeterlo, ormai sembra davvero russa per forza. Purtroppo, la povera Mariupol ormai in macerie – anche le vittime nel teatro alla fine sono probabilmente centinaia, difficile che non ce ne fosse nessuna visto che l’edificio è stato comunque raso al suolo – fa parte della regione del Donbass. Putin vuole almeno quella città: ha un valore strategico importante come porto e per il controllo del Mar d’Azov e del Mar Nero. Potrebbe dire ai russi, ai parenti dei giovani soldati (ma anche ben sette generali) mandati a morire in Ucraina, che comunque un risultato è stato portato a casa. Il fatto che a dirigere le operazioni russe a Mariupol ci sia il generale Mitzinsev, già “regista” del terribile assedio che ha riportato Aleppo nelle mani di Bashar al-Assad, deve lasciarci molto pessimisti sul destino dei civili di quella città.

Mariupol vista da un drone, il 25 marzo.

 

R ) Non va mai dimenticato l’elemento fondamentale dal punto di vista militare di questa guerra: l’esercito russo ha un potenziale enormemente più grande di quello ucraino. Dopo aver disperso quel potenziale per un mese attaccando caoticamente a casaccio su e giù per l’Ucraina, se da ora in poi lo concentrasse soltanto nel Donbass ne farebbe certamente un uso “migliore”, molto più efficace insomma, ad esempio puntando all’accerchiamento delle tante truppe ucraine presenti nella regione. Tra il dire e il fare però bisognerà considerare come risponderanno i soldati russi, come andrà la riorganizzazione (ci sono movimenti di centinaia di km da fare), come reagiranno gli ucraini, e come evolverà la situazione interna e internazionale. Vedremo presto se i combattimenti si sposteranno in questa zona dell’Ucraina, e in che modo si muoveranno le due forze armate in questo nuovo scenario.

S ) Come tutte le altre, infatti, anche questa guerra è fatta di politica. E di narrativa, comunicazione col proprio fronte, col resto del mondo, col nemico. Per ora, l’Ucraina ha vinto questa dimensione della guerra. Zelensky – piacciano o no i suoi contenuti, si condivida o no la sua linea – si è messo sul piano del pubblico. Ha mandato messaggi comprensibili, tutti hanno capito cosa vuole, cosa dice. Ha saputo sfruttare e indirizzare molto bene l’ondata di reazione internazionale all’aggressione della Russia. Cosa che non era affatto scontata. Ha persino portato l’Europa a discutere di interrompere le forniture di gas e petrolio dalla Russia.

T ) Come una specie di antagonista archetipico, da tragedia greca, Vladimir Putin non si è mosso dalla sua torre d’avorio nel Cremlino. Nessuno sa cosa fa, né cosa pensa. Quale sarà il suo piano. Si mostra in televisione per fare ramanzine ai suoi ufficiali che lo guardano con terrore. Per dettare una linea, una linea che cambia ogni cinque giorni. Dubitiamo che abbia raccolto un solo simpatizzante in più in questo mese. Ma il vero problema – per lui – è che ha perso quelli che aveva. I russi che sono scesi in piazza. Gli ucraini russofoni che ora preferiscono persino morire piuttosto che accettare il dominio russo, come dimostra il rifiuto di Mariupol di arrendersi. La semisconosciuta Ucraina ha riscosso grande empatia nel mondo. E gli alleati internazionali non aiutano: il Venezuela si è subito messo a trattare con gli americani. I paesi dell’Asia Centrale tacciono. Nemmeno il bielorusso Lukashenko gli ha mandato un soldato. L’unico è stato Bashar al-Assad, dalla Siria. C’è anche qualche paese africano a sostenere Putin, ma nel teatro ucraino incidono poco.

U ) La Cina, da parte sua, non ha mosso un mignolo. Né contro Putin, ma neanche a favore. E’ il mio migliore amico!, dice Xi Jinping di Putin. E’ l’unico politico di cui festeggio il compleanno!, dice Putin di Xi. Si sono incontrati 38 volte. Per il 66esimo compleanno, Putin ha regalato a Xi una cassa di ghiaccioli, di cui il leader cinese è goloso, e si dice che sia stata l’ultima volta che lo si è visto sorridere. Poco prima dell’invasione dell’Ucraina avevano ribadito la loro “amicizia senza limiti”. Certo, la relazione bilaterale Russia-Cina andava a gonfie vele: la prima vendeva armi, gas e petrolio alla seconda. La seconda manteneva un’alleanza fondamentale nella sua disputa di lungo periodo contro l’Occidente, e usava la prima come polmone geopolitico: uno spazio per “respirare” indisturbata in Eurasia. Non è un caso che negli ultimi anni sia in Russia che in Cina l’autoritarismo sia cresciuto senza sosta, così come la polemica anti-americana.

V ) L’amico Xi ha creduto alla guerra-lampo che gli aveva promesso Putin. Gli ha dato il suo sostegno. Ora non è più così contento: la guerra potrebbe portare grandi scosse all’economia internazionale, lo sta già facendo, e quindi può mettere a rischio la promessa di benessere materiale che è alla base del “contratto” tra Xi e i cinesi. Promessa già complicata dallo scoppio delle bolle finanziarie cinesi, dalla pandemia, e ora anche la guerra. E se la Russia la perde? Un trionfo internazionale per un Occidente descritto come decadente e destinato al tramonto. Certo non il regalo che Xi sperava: erano meglio i ghiaccioli. Soprattutto nell’anno in cui deve affrontare i delegati del partito al XX Congresso.

 

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Z ) Come finisce, insomma? L’Ucraina – che, ricordiamolo, diversamente dalla Russia lotta per la sua stessa esistenza – non può vincere militarmente in campo aperto. Ha una chance se i “costi” (umani, materiali, politici) della guerra diventano proibitivi per la Russia. L’aver spinto Mosca a dire che la priorità è il Donbass è già un successo consistente. Nel frattempo però molte città ucraine sono rovine fumanti. Milioni di persone hanno perso la casa, sono fuggite all’estero. Migliaia sono morte. Le infrastrutture del Paese sono state devastate; in coerenza con il vero obbiettivo della guerra russa, quello di evitare che l’Ucraina diventasse un paese “normale”, stabile, in crescita, con una politica e un’economia integrate in quelle dell’Europa e dell’Occidente. Cioè quello che potrebbe essere la Russia senza Putin. La chance del Cremlino di portare a casa un risultato accettabile, spendibile, da questa invasione risiede nella volontà di resistenza di Kiev, in senso lato: per quanto tempo ancora Zelensky e i suoi, e il popolo ucraino, potranno sopportare che giorno dopo giorno il loro Paese venga ridotto in macerie?