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Superare il vecchio sistema internazionale: quando la storia sembra accelerare

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Quando si consolidano nuovi assetti internazionali durevoli e relativamente stabili (si pensi agli allineamenti della Guerra fredda), quasi nulla viene stabilito a tavolino e quasi tutto emerge faticosamente dagli assetti precedenti.

 

Lo shock sistemico imposto dalla Russia di Putin in Europa sta producendo effetti globali, che si chiariranno progressivamente; ma è comunque evidente che la Cina rimane l’attore di gran lunga principale (come era già prima dell’invasione russa dell’Ucraina), e che l’India potrebbe fare da ago della bilancia nella macro-regione dell’Indo-Pacifico. Non è certo un caso che sia Pechino sia Nuova Delhi sembrino al momento piuttosto incerte sul da farsi: dalla loro prospettiva, la questione non è la Russia di Putin, che uscirà ulteriormente ridimensionata dalla tragica vicenda in corso, ma l’ordine globale.

Su questo sfondo, si stanno intanto delineando scelte realmente strategiche per alcuni Paesi che, a livello regionale, possono a loro volta determinare nuovi equilibri. Si tratta in particolare della Germania e del Giappone. Entrambi gli alleati di Washington (le due maggiori potenze sconfitte nella Seconda guerra mondiale) hanno compiuto negli ultimi anni qualche passo verso una politica di sicurezza e di difesa più attiva, ma a ritmo lentissimo e con molti caveat.

 

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Berlino ha di fatto evitato di entrare appieno nei consorzi, più o meno informali, con Gran Bretagna e Francia per accrescere il peso europeo nei meccanismi di difesa del vecchio continente (verso i quali anche l’Italia ha a lungo mostrato prudenza, in parte per carenza di risorse, nonostante il sostegno formale a molti singoli progetti). I tedeschi si sono spesso trincerati dietro la volontà di preservare il legame transatlantico e di non snaturare l’approccio “tutto soft power” della UE. Ma con Brexit e con la pessima esperienza dei quattro anni di presidenza Trump, questa linea ha fortemente vacillato, spingendo la Germania a valutare un maggiore impegno diretto nella difesa di interessi e valori europei, senza nulla togliere al vitale rapporto con gli Stati Uniti.

Quasi parallelamente, il Giappone è stato spinto dalla pressione cinese a cooperare sempre più attivamente con Washington sul piano della sicurezza. Lo schema è rimasto quello tradizionale per l’Asia orientale, cioè una relazione bilaterale con gli USA, ma i formati multilaterali si sono rivelati sempre più importanti, anche per Tokyo – come dimostrano i numerosi accordi economici e soprattutto il “Quadrilateral Security Dialogue” (Quad) che include anche Australia e India. Un ostacolo all’ampliamento delle reti di cooperazione asiatica è stato finora il difficile rapporto tra Giappone e Corea del Sud, ma le cause di forza maggiore hanno la capacità di far prendere decisioni coraggiose.

Ora è giunta una netta accelerazione sia nel quadrante europeo che in quello asiatico-orientale, sul piano diplomatico, economico e militare. La Germania – con un governo di centro-sinistra come quello di Olaf Scholz – ha annunciato di voler investire decisamente di più negli armamenti e ha avviato una possibile riduzione dell’interdipendenza energetica con la Russia. Il Giappone si è nettamente schierato con gli Stati Uniti e la UE sulla vicenda ucraina (che pure è di per sé una questione europea) e sta valutando ulteriori sforzi militari per contribuire al contenimento diretto della Cina. C’è perfino in corso un dibattito sull’ipotesi di ospitare armi nucleari americane, nell’ottica di una più esplicita coalizione/alleanza anti-cinese.

In entrambi i quadranti, si sta così procedendo a ridurre il peso sproporzionato delle garanzie americane nel mantenere la sicurezza regionale. Tali garanzie continuano a svolgere un ruolo essenziale, ma in un quadro più equilibrato di responsabilità condivise.

 

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In tutto ciò, almeno due grandi variabili sono tuttora incerte e quasi imponderabili, come si è accennato. In primo luogo, quanto stretta sarà la collaborazione tra Pechino e Mosca: è un fattore decisivo perché prefigura un “blocco” politico-militare in grado di creare forte instabilità su due fronti simultaneamente, oltre che di inserirsi in aree contestate (Africa, America Latina, Asia centrale). Va detto però che non sarebbe certo un’alleanza equilibrata, visto che la Russia di domani potrebbe somigliare a un’enorme Corea del Nord più che a una superpotenza, e sarà percepita così anche dalla leadership cinese – motivo per cui Xi Jinping non sembra aver preso una decisione definitiva su quanto aiutare davvero il suo alleato-vassallo. La seconda variabile ad oggi incerta è il ruolo dell’India, che per collocazione geografica e prospettive di crescita costituisce una specie di incubo geopolitico per Pechino, e potrebbe inoltre conferire un carattere specifico alla macro-coalizione schierata contro Cina e Russia: il carattere democratico (pur con evidenti limiti nella natura “liberale” di un sistema democratico come quello indiano).

In ogni caso, tutti, in Europa come in Asia-Pacifico, si preparano agli scenari peggiori, dopo l’onda d’urto del massiccio attacco russo all’Ucraina. Questo atteggiamento è di per sé un cambio di passo, rispetto al cauto ottimismo con cui si è guardato per molti anni alla sostanziale “razionalità” delle dirigenze russa e cinese. Si è forse confusa la razionalità (che presuppone solo un calcolo di congruità tra fini e mezzi, e dunque dipende dalla valutazione di rischi e opportunità, cioè da un’operazione altamente soggettiva) con una certa forma di ragionevolezza (che riguarda un modo di procedere complessivamente rispettoso di criteri umanitari e giuridici). Si è dimenticato, in altre parole, che esistono differenze profonde tra regimi politici nel modo in cui si concepisce l’uso della forza: quella militare nei rapporti con altri Paesi e quella poliziesca nei rapporti con i propri cittadini.

Tale ritrovata consapevolezza è alla base del possibile ordine internazionale che si sta formando. E non va dimenticato che, anche in passato, ogni nuovo assetto ha richiesto una sofferta transizione per alcuni Paesi-chiave: la straordinaria crescita economica giapponese iniziò con la guerra di Corea del 1950-53, aprendo anche la strada a una piena reintegrazione del Paese nella diplomazia internazionale; nel 1955 la Repubblica Federale di Germania (la Germania Ovest) entrò a far parte della NATO, circa dieci anni dopo la resa incondizionata del regime nazista. Quei passaggi furono complicati e controversi non soltanto per i protagonisti, ma anche per i Paesi circostanti, eppure furono resi possibili da una visione strategica comune. Ogni fase storica ha naturalmente le sue peculiarità, e le analogie vanno trattate con la massima cautela; ma qualche lezione si può comunque trarre.

Vi sono situazioni in cui molti fattori convergono e la storia pare accelerare: oggi siamo in uno di questi momenti.