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Sovranità tecnologica? I rischi prima delle opportunità

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La pandemia da Covid-19 ha evidenziato l’importanza della trasformazione digitale dell’Europa, rendendo ancor più manifesto il ruolo ormai centrale svolto dalla tecnologia nel benessere socioeconomico degli europei. Alcuni, tuttavia, sfruttano la situazione per propugnare un maggiore ruolo delle istituzioni europee e nazionali in questo processo di modernizzazione, al fine di conseguire una forma di “sovranità tecnologica.” Sebbene il concetto di sovranità nel campo delle tecnologie resti ambiguo, il dibattito politico che va emergendo dalla crisi sanitaria tende a incentrarsi sull’adozione di politiche prescrittive volte a difendere valori percepiti come europei e a salvaguardare la competitività industriale del vecchio continente.

 

L’UE HA DAVVERO UN PROBLEMA DI SOVRANITÀ TECNOLOGICA? Sfortunatamente, tale approccio rischia di ridurre l’accesso a quelle stesse tecnologie innovative che hanno sin qui aiutato l’Europa a fronteggiare il coronavirus e le sue ricadute sul tessuto sociale ed economico. Per essere più “sovrani” in un’economia globalizzata, gli europei devono puntare a divenire leader mondiali nell’innovazione tecnologica, non solo nella dimensione burocratico-normativa.

Lo sforzo volto a conseguire una sovranità tecnologica che benefici il maggior numero possibile di cittadini europei dovrebbe tendere dunque a costruire un ambiente regolatorio in cui aziende e consumatori possano prescindere dai confini nazionali. In quest’ottica, può aiutare una maggiore integrazione e cooperazione con partner internazionali affidabili, come i paesi del G7 o dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico).

In realtà, il dibattito politico in merito alla sovranità tecnologica dell’Europa precede la pandemia. La Commissione europea ha pubblicato recentemente una versione aggiornata della sua strategia industriale e digitale che “istituzionalizza” diverse accezioni di sovranità, a sottolineare il bisogno di un maggiore intervento dei poteri pubblici per difendere valori e competitività dei paesi europei. Al di là dei documenti ufficiali, la retorica politica riflette spesso l’idea che l’Europa stia perdendo terreno in ambito economico e geopolitico a livello mondiale. Da qui la diffusa convinzione che la dipendenza da tecnologie originate altrove richieda una risposta legislativa.

Il coronavirus fornisce però due importanti lezioni che smentiscono tale approccio. Innanzi tutto, durante la fase più acuta della pandemia la tecnologia ha reso più forti i cittadini europei, consentendo loro di continuare a svolgere numerose attività malgrado il confinamento domestico: lavoro, approvvigionamento di beni essenziali con l’e-commerce e scuola a distanza, solo per citarne alcune. I medesimi strumenti tecnologici hanno reso gli europei maggiormente “sovrani”, nella misura in cui hanno dato loro accesso a dati e informazioni essenziali per tracciare il contagio e contenerlo.

In secondo luogo, la crisi ha messo alla prova la resilienza degli europei e la loro percepita dipendenza dalle tecnologie d’importazione. Sin qui non pare proprio che le soluzioni tecnologiche “fatte in casa” su istanza e con il concorso dei singoli governi nazionali abbiano funzionato meglio di quelle già presenti in Europa e in ambito internazionale. Svariati software europei e nazionali hanno fallito, mentre le soluzioni europee e globali esistenti – dall’infrastruttura cloud ai software di comunicazione, dai sistemi di pagamento ai servizi di streaming – hanno seguitato a funzionare bene.

 

IL PERICOLO DI UN PROTEZIONISMO TECNOLOGICO. Eppure, dal punto di vista politico la tentazione di perorare un maggiore intervento delle autorità pubbliche a livello nazionale e comunitario nella trasformazione digitale dell’Europa è forte. Secondo alcuni, la sovranità tecnologica europea dovrebbe tradursi soprattutto nella messa a punto di politiche prescrittive che, paradossalmente, rischiano di inibire l’accesso dei cittadini europei a quelle tecnologie, prodotti e servizi innovativi che hanno aiutato cittadini e imprese dell’UE durante la crisi del Covid-19. Le politiche attualmente in discussione contemplano tra l’altro ulteriori sussidi ad aziende individuate dai governi, nonché nuovi obblighi e adempimenti per determinati modelli di impresa online.

Quanti avanzano tali richieste ignorano completamente le evidenze della pandemia e le esperienze precedenti, costellate di investimenti pubblici fallimentari e di protratti, onerosi sussidi ad aziende decotte. In una fase di acuta sofferenza economica come quella che stiamo vivendo, le istituzioni comunitarie e i governi europei dovrebbero guardarsi dallo spendere altro denaro dei contribuenti nel tentativo di emulare tecnologie globali già esistenti e affermate, che quasi sempre si avvalgono anche di tecnologie locali, sostituendole con soluzioni “made in eu” di norma meno valide e affidabili.

Inoltre, stanti i diversi livelli di sviluppo economico e le differenti culture giuridiche, l’adozione di politiche tecnologiche prescrittive impedirebbe a molti paesi europei di sfruttare le opportunità attuali e future che scaturiscono dalla digitalizzazione, ostacolando paradossalmente il rinnovamento economico e la convergenza perseguiti dalle istituzioni comunitarie.

Già prima della pandemia era infatti chiaro che, in ambito tecnologico, l’Unione Europea è tutto fuorché uno spazio omogeneo cui si possano applicare politiche comuni. Le iniziative volte ad acquisire forme di “sovranità tecnologica” erano infatti promosse principalmente da Francia e Germania, i cui governi erano (e restano) mossi dal timore che i loro apparati industriali si indebolissero in un’epoca di crescente competizione economica e geopolitica.

Le politiche industriali e tecnologiche promosse da Parigi e Berlino avranno però un impatto fortemente negativo sulle economie più piccole e aperte, le cui industrie e cittadinanze potrebbero vedersi private di tecnologie d’avanguardia e di nuove opportunità economico-industriali sui mercati globali, con conseguente pregiudizio del loro sviluppo e della loro competitività internazionale. Qualsiasi protezionismo tecnologico imposto dalla UE, come proposto da alcuni politici dei maggiori Stati membri, nuocerebbe all’intera Unione e danneggerebbe i paesi medio-piccoli dell’Europa settentrionale, orientale e meridionale molto più delle grandi economie, in genere più diversificate.

 

I VANTAGGI DELLA COOPERAZIONE CON PARTNER FIDATI. Ciò non toglie che ai paesi europei gioverebbe accordarsi su una definizione comune di sovranità tecnologica. Interpretazioni diverse, magari contrastanti, del concetto possono infatti causare serie incongruenze nelle relative politiche, nazionali e comunitarie, minandone l’efficacia. Se saldamente ancorata al concetto di apertura, la sovranità tecnologica può fungere da utile stimolo alle variegate economie europee per compiere i necessari progressi nelle tecnologie a esse più utili, partendo da ciò che il panorama attuale offre. Per inseguire la sovranità in un’economia globale, gli europei devono puntare a diventare leader globali nell’innovazione economica e tecnologica, non limitandosi alla dimensione normativa e burocratica.

Se invece le politiche tecnologiche restano ancorate a principi mercantilistici e protezionistici, il perseguimento della sovranità tecnologica finirà per ostacolare l’accesso di numerosi paesi europei alle nuove tecnologie, l’adozione di nuovi modelli d’impresa e l’attrazione degli investimenti stranieri, con conseguente danno futuro in termini di competitività globale, rinnovamento economico e convergenza.

L’iniziativa politica finalizzata a una sovranità tecnologica europea che vada a vantaggio del numero più alto possibile di europei – e non solo di pochi “vincitori” selezionati da scelte politiche – dovrebbe mirare a definire un quadro normativo tale da consentire alle compagnie tecnologiche di crescere al di là dei confini nazionali degli Stati membri.

In quest’ottica, il deterioramento del Mercato unico europeo negli anni recenti, e segnatamente durante la crisi sanitaria, non è un buon segnale, tanto che la nuova Commissione von der Leyen ha già richiamato più volte la necessità di invertire tale tendenza. Perché l’Europa diventi un leader mondiale nel campo dell’innovazione tecnologica serve infatti un mercato unico dove le aziende nazionali possano crescere incontrando meno ostacoli possibile, così da acquisire dimensioni adeguate a competere su scala globale. Meglio ancora se a ciò si unissero politiche di promozione della competitività e incentivi alla ricerca e sviluppo.

Tuttavia, a tal fine Bruxelles non basta. I governi europei devono puntare a una maggiore integrazione economico-normativa con controparti affidabili e solide, come i paesi del G7 e dell’Ocse, essendo nel loro stesso interesse sostenere un ordine mondiale fondato sul diritto e sull’apertura dei mercati. La cooperazione internazionale dovrebbe andare oltre il commercio, a includere lo sviluppo di specifici settori tecnologici, come ad esempio l’intelligenza artificiale. Ecco perché l’allineamento normativo a partner fondamentali come gli Stati Uniti è indispensabile per fissare standard globali che riflettano non solo interessi, ma anche valori comuni.

Europa e America hanno molto da guadagnare da siffatta cooperazione, l’unica oggi capace di promuovere una loro visione comune per un commercio internazionale aperto in un mondo sempre più influenzato da regimi con concezioni radicalmente diverse dell’intervento statale e dei diritti umani. Facendo leva su una concezione aperta della tecnologia, Unione Europea e Stati Uniti possono promuovere insieme una sovranità tecnologica che consenta lo sviluppo e il rinnovamento in altre parti del mondo.

 

 


*Questo articolo è tratto dal numero 90 della rivista Aspenia