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Ricerca, industria farmaceutica e Coronavirus

Conversazione con Fabrizio Landi

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Fabrizio Landi, presidente della Fondazione Toscana Life Sciences, sostiene che il reshoring sarà una delle conseguenze importanti della pandemia da Coronavirus.

Per circa un ventennio – dice ad Aspenia – la manifattura è andata solo alla ricerca della riduzione dei costi: di qui la delocalizzazione della produzione. La pandemia dimostra quanto questa scelta possa rendere vulnerabili le filiere produttive.

In realtà, fenomeni di reshoring stavano già avvenendo: per esempio nel campo della moda, visto l’interesse dei consumatori asiatici ad avere prodotti effettivamente Made in Italy. Negli ultimi due anni, ad esempio, Prada e Gucci hanno chiuso in Cina e riaperto in provincia di Firenze. Ma questa crisi avrà un impatto più generale, dimostrando che alla manifattura conviene basarsi su una filiera più corta. Il problema dei costi di produzione conterà meno della sicurezza; e tenderà ad essere affrontato con l’automazione piuttosto che con lo spostamento della produzione in Asia. Tutto questo potrà avvantaggiare l’Italia, vista l’importanza della sua manifattura e visto che il nostro paese uscirà dalla pandemia prima di altri paesi occidentali.

Questi fattori – aggiunge Landi – favoriranno anche  l’industria farmaceutica. L’Italia ha una delle industrie farmaceutiche migliori al mondo, con alcune imprese italiane di notevoli proporzioni (Menarini e Chiesi ad esempio) e con alcune multinazionali del settore che hanno mantenuto (come GSK) laboratori in Italia. E’ vero che sono diminuiti i centri di ricerca esteri; ma alcuni esistono ancora e avranno un ruolo essenziale nella ricerca delle cure e del vaccino contro Covid-19.  E sono stati mantenuti o rafforzati gli impianti produttivi, con i servizi connessi.

L’industria farmaceutica è tipicamente contro-ciclica: non ha sofferto, ad esempio, nel post-2008. Lo stesso avverrà oggi; sarà uno dei settori trainanti del recupero dell’Italia dopo la pandemia.

Parlare con Landi della pandemia significa parlarne dal punto di vista delle risposte industriali possibili.

Bisogna naturalmente distinguere – sottolinea Landi – fra cure e vaccini. Per quel che riguarda le cure, un primo metodo tentato è di utilizzare antivirali già sperimentati per altre malattie (antivirali usati con l’AIDS o l’Ebola per esempio). Qui siamo nel campo della sperimentazione affidata al giudizio clinico. E’ la risposta più rapida, non ci sarebbe bisogno di nuove approvazioni, ma non c’è ancora vera evidenza che funzioni. Un secondo metodo, di nuovo rapido ma da testare, è di non combattere il virus ma il suo effetto più letale, la polmonite interstiziale, usando per esempio medicine che in genere servono a combattere malattie come l’artrite reumatoide. In questo caso l’industria (cito Roche ad esempio, che produce farmaci contro l’artrite reumatoide) può e deve impegnarsi nel fronteggiare l’emergenza con un’azione di appoggio alle strutture sanitarie. E lo sta facendo.

Ma il compito della ricerca e dell’industria è soprattutto lo sviluppo di nuovi farmaci anti-virali mirati e/o di anticorpi monoclonali, derivati dagli anticorpi che si trovano nel sangue dei pazienti guariti. Naturalmente ci vorrà un certo tempo per il testing e l’approvazione, che noi stimiamo possa essere fra gli uno e tre anni a seconda dei percorsi di testing e approvazione da parte delle autorità sanitarie. La nostra Fondazione ha un grosso progetto di ricerca sul filone degli anticorpi monoclonali ed è questo: come utilizzare anticorpi estratti da pazienti guariti,  che con un processo di bio-ingegneria molecolare, diventano farmaci da usare come cura o come profilassi. Qui il vantaggio è che la cura funzionerebbe in tempi rapidi, portando alla guarigione del paziente così come la profilassi dell’infezione anche se non indurrebbe una protezione nel lungo periodo.

I vaccini, al contrario, agiscono dopo qualche settimana o più e quindi non possono essere usati per la cura o la profilassi  ma hanno il pregio di ottenere un effetto immunizzante a lungo termine. Ci sono decine di gruppi che stanno lavorando su un vaccino anti Covid 19: per esempio un gruppo americano (Moderna) che sta facendo ricerca e sviluppo insieme al  National Institute of Health; e un gruppo israeliano, che sostiene fra l’altro di essere molto avanti, già nella fase di testaggio. E poi il gruppo tedesco CureVac che Donald Trump avrebbe voluto “assorbire”. E’ interessante che Moderna sia stato fondato da ricercatori che hanno lavorato a Siena, con la sua tradizione di avanguardia nel campo dell’immunologia e dei vaccini, da Sclavo all’inizio del ‘900 in poi. In ogni caso: se vari gruppi sostengono di non essere lontani dalla meta, e se teniamo conto dei tempi che sono necessari per produrre ogni anno il nuovo vaccino antinfluenzale, una previsione accettabile è che un vaccino possa essere, con un poco di fortuna, disponibile fra  9-12 mesi.

Per ciò che riguarda il lockdown, come strategia di contenimento, Landi sostiene che è una scelta giusta, a giudicare dai risultati ottenuti in Hubei dalla Cina. Ed è anche una scelta senza alternative, a meno di non accettare una perdita di vite umane molto più alta. La scelta di effettuare tamponi su larga scala, come in Corea del Sud, è complicata dal sovraccarico dei laboratori e dal fatto che il testing attuale è fatto ancora con metodi non standardizzati ed è quindi lungo, costoso e molto dipendente dall’operatore. L’industria sta lavorando anche su questo: se avessimo un kit apposito, tempi e costi si abbasserebbero notevolmente. Ciò potrebbe essere possibile fra poche settimane o mesi, quando l’esame sul Coronavirus diventerà di fatto una sorta di esame del sangue, simile a quelli che facciamo regolarmente.

Nel frattempo, la scelta italiana è di testare solo le persone con sintomi e di curare tutte le persone possibili; una scelta che culturalmente rientra nella nostra concezione di sanità pubblica. Il servizio sanitario inglese, NHS, ha una impostazione diversa, di accesso alle cure in base all’età; nel caso inglese, gli over 75 vengono trattati con minore attenzione dal NHS e spesso per essere diagnosticati e/o curati delle patologie più costose devono pagarsi in proprio le spese e questo spiega il riflesso diverso che il governo britannico ha avuto di fronte alla pandemia.

La realtà è che la media delle vittime del Corona virus in Italia è sopra gli 80 anni. Ma il tasso di letalità è più basso di quello che appare oggi perché i contagiati sono certamente molti di più di quanto non appaia dai numeri attuali, che registrano solo i casi sintomatici.

In conclusione: il contenimento è una strategia obbligata, esiste un consenso scientifico e politico su questo punto nel nostro paese e sul piano internazionale. Certo, questo provoca una tensione intrinseca fra lotta alla pandemia e logica economica: ma – conclude Landi – sono abbastanza fiducioso che vedremo risultati incoraggianti verso metà aprile. Una volta passato il picco in Lombardia, e poi progressivamente nelle altre regioni, la pandemia sarà, auguriamocelo, sotto controllo.

Il sistema sanitario italiano è stato particolarmente colpito nella sua parte migliore, facendo peraltro emergere le note contraddizioni fra Centro e Regioni. Eppure il sistema sta vacillando, cosa che dimostra quanto sia stato sbagliato dare scarsa priorità alla spesa sanitaria pubblica. E’ vero che la spesa sanitaria è rimasta più o meno costante negli ultimi dieci anni, attorno all’8,7% del PIL, circa 155 miliardi di euro nel 2018. Ma questa cifra è ormai coperta in parte (per 42 miliardi) dalla spesa privata. In sostanza: abbiamo un servizio pubblico che garantisce gli interventi complessi ma la sanità di base è utilizzata solo da una parte degli italiani. Se non fosse così, il sistema non terrebbe proprio. Uno degli effetti del Coronavirus sarà di costringerci a ripensare le nostre priorità di sicurezza nazionale.

 

 


Fabrizio Landi è Presidente della Fondazione Toscana Life Sciences e membro del Consiglio di Amministrazione di Leonardo