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Ribelli in Congo, il nuovo volto insanguinato delle Allied Democratic Forces

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La violenza continua a insanguinare la regione nordorientale della Repubblica Democratica del Congo (RDC), dove l’esercito nazionale congolese (FARDC), supportato dai caschi blu della missione MONUSCO, combatte contro numerose milizie senza riuscire ad arginarne i massacri ai danni della popolazione civile.  Oltre ai gruppi armati locali, costituiti su base etnica e politica, sono tuttora presenti formazioni provenienti dai paesi vicini, molte delle quali radicate da anni oltreconfine, come le FDLR dei genocidari hutu ruandesi: è la pesante eredità delle due guerre del Congo, combattute tra il 1996 e il 1997 e tra il 1998 e il 2003.

Alcune di queste milizie, in particolare quelle di origine straniera, ormai radicate nel territorio, hanno fatto della propria sopravvivenza e perpetuazione il loro reale scopo, comportandosi più come organizzazioni criminali, dedite ad affari illeciti, che come movimenti politici. La causa originaria o un nuovo sostituto ideologico si rivelano tuttavia utili facciate da mantenere.

Tra gli attacchi più recenti si registrano il brutale sterminio a colpi di machete di cinquantasette persone in due villaggi nella provincia dell’Ituri, tra il 25 e il 26 maggio[1],[2], e un’imboscata tesa a una pattuglia di peacekeeper indonesiani vicino a Beni, nella provincia del Kivu Nord, il 22 giugno, che ha causato una vittima e un ferito[3]. La responsabilità di entrambi i fatti di sangue è stata attribuita al gruppo ribelle ugandese Allied Democratic Forces (ADF), stanziato in Congo dal 1996. Si tratta infatti delle due province congolesi situate al confine con l’Uganda, che corre per 877 chilometri, attraversando due laghi e la catena montuosa del Ruwenzori. Quest’ultima copre una superficie maggiore di qualsiasi provincia italiana, circa 7.800 chilometri, ha un’elevazione superiore ai 4.000 metri ed è densamente afforestata, costituendo un territorio ideale dove condurre la guerriglia.

La Repubblica Democratica del Congo, con in evidenza Ituri e Kivu Nord

 

I massacri  commessi nei villaggi sono solo gli episodi più recente di un’ondata di violenza crescente scatenata dal gruppo armato contro le popolazioni locali, che è stata documentata in un recente rapporto dell’Ufficio congiunto delle Nazioni Unite sui diritti umani[4].

Secondo quanto riportato nel documento, dall’inizio dello scorso anno alla fine del passato gennaio gli episodi di violazioni dei diritti umani commessi dai miliziani ADF sono aumentati del 67% rispetto all’anno precedente, e hanno provocato almeno 496 vittime civili. Il gruppo armato ha inoltre ampliato il proprio raggio territoriale, in particolare lungo la Route Nationale 4, colpendo aree ritenute relativamente sicure.

Sono quattro i fattori principali individuati dal documento ONU come cause principali di questo sviluppo. I primi due riguardano le conseguenze dell’offensiva sferrata dalle FARDC lo scorso 30 ottobre: la distruzione delle basi principali ha costretto i miliziani dispersi nelle foreste a dipendere maggiormente dai saccheggi per il proprio approvvigionamento e ha indotto rappresaglie contro la popolazione locale per scoraggiare la prosecuzione delle operazioni belliche e la collaborazione tra civili e militari. Il terzo e il quarto riguardano le difficoltà incontrate sul fronte opposto, con la chiusura di alcune basi MONUSCO per ragioni economiche e l’assenza dell’esercito congolese da alcune aree.

Soldati congolesi e caschi blu della missione MONUSCO durante un’offensiva contro le ADF

 

La spirale di violenza delle ADF, rispetto alle atrocità commesse dalle altre milizie dell’area suscita particolare preoccupazione a causa dell’apparente affiliazione del gruppo allo Stato Islamico. Sebbene l’organizzazione jihadista stessa abbia fornito credito a questa ipotesi nel 2019, annunciando la costituzione di un wilyat (provincia) dell’Africa Centrale[5] e rivendicando attacchi condotti dai miliziani contro le FARDC[6], gli osservatori invitano alla cautela. Le ADF, infatti, hanno dato prova nel corso degli anni di saper manipolare la propria fluida identità con opportunismo, in base ai propri fini e ai propri interlocutori.

Il Congo Research Group nel 2018 ha dedicato un rapporto al gruppo ribelle[7], ripercorrendone accuratamente la storia e analizzandone l’evoluzione ideologica. L’islamismo è stato effettivamente l’anima originaria delle ADF: i suoi fondatori erano musulmani salafiti affiliati al movimento islamico transnazionale Tablighi Jamaat, che nel 1994 avevano lanciato un’insurrezione armata contro il governo autoritario del presidente Museveni. Le Allied Democratic Forces tuttavia erano nate nel 1996 come alleanza tra i guerriglieri salafiti e la formazione ribelle laica National Army for the Liberation of Uganda (NALU), erede del movimento rwenzururu che aveva combattuto per instaurare un regno indipendente nelle aree popolate dalle etnie Bakonjo e Baamba, situate sul versante ugandese del confine.

Le ADF-NALU, fondate e insediate proprio nel paese vicino, per lungo tempo hanno dimostrato un’eccellente capacità d’integrazione nel tessuto socioeconomico del territorio. Sostenuti prima dal regime di Mobutu e tollerati poi per un certo periodo dalle due presidenze Kabila, padre e figlio, i suoi capi hanno intrecciato rapporti d’affari e personali con le comunità e le milizie, del posto, partecipando al lucroso contrabbando transfrontaliero di legname, caffè ed oro e acquisendo mogli e reclute congolesi.

Secondo il gruppo di ricerca, nei primi anni di attività, la retorica islamista, pur presente, era relegata a propaganda interna. Nel 2002 un disertore testimoniò che “l’agenda delle ADF era interamente politica. L’Islam era una chiave narrativa, così i capi hanno ammantato di religione i propri scopi politici”; nel 2008, durante un tentativo di colloqui di pace col governo, i miliziani si preoccuparono molto di più della reintegrazione socioeconomica in Uganda che delle richieste religiose.

Anche il dichiarato intento di rovesciare il governo ugandese era passato in secondo piano: nel 2007, un rapporto della Banca Mondiale descriveva le ADF-NALU come formate in prevalenza da miliziani congolesi, “maggiormente concentrati nella difesa dei propri redditizi interessi commerciali in Congo invece che sugli obiettivi politici in Uganda”[8].

Nel 2007 tuttavia i combattenti NALU smobilitarono, dopo aver siglato un accordo di pace col governo ugandese che prevedeva, oltre all’amnistia, la costituzione di un regno rwenzururu autonomo. Nel 2010 le ADF dovettero fronteggiare la prima offensiva dell’esercito congolese, l’Operazione Ruwenzori (dal nome della catena montuosa che corre lungo il confine con l’Uganda). In risposta a queste pressioni, le ADF cominciarono a radicalizzarsi dal punto di vista religioso e militare, forzando una più stretta osservanza della sharia al proprio interno e commettendo i primi abusi ai danni delle popolazioni locali.

A dicembre 2013, le FARDC sferrarono una nuova offensiva contro la formazione, nell’ambito della più ampia operazione Sukola I, mirata a ripulire la regione dalla presenza delle diverse milizie. La fase iniziale ebbe conseguenze devastanti per le ADF, che persero centinaia di membri e una delle basi principali; tuttavia il rallentamento dell’offensiva nell’agosto dell’anno successivo offrì al gruppo la possibilità di sopravvivere. Il gruppo subì un secondo durissimo colpo nel 2015 con l’arresto del leader Jamil Mukulu in Tanzania, dove si era rifugiato, e la successiva estradizione in Uganda.

Mukulu deteneva il monopolio della maggior parte dei contatti della rete di supporto esterno, e quando il suo successore alla carica di Emiro, Musa Seka Baluku si è ritrovato a guidare un’organizzazione frammentaria sull’orlo della scomparsa è possibile che abbia ricorso alla proiezione dell’islamismo militante per fronteggiare la pressione esterna militare e la frammentazione interna, ha concluso il Congo Research Group.

Comandanti ADF: al centro, Musa Seke Baluku, attuale “Emiro” del gruppo

 

L’effettiva esistenza di un legame operativo con lo Stato Islamico resta dubbia: l’unica prova attendibile è stato l’invio di denaro alle ADF da parte di un intermediario finanziario keniota dell’IS, arrestato nel 2018[9]. La rivitalizzazione della propria immagine come entità jihadista da parte delle ADF, che sembrerebbero aver anche adottato come nuovo nome Madina at Tauheed Wau Mujahedeen (MTM), costituisce comunque un pericolo a prescindere dalla sua veridicità, per via del potenziale come strumento di reclutamento tra le comunità musulmane dell’Africa centrorientale.

Tra il 2016 e il 2017 il gruppo, notoriamente riservato, ha prodotto alcune decine di video di propaganda circolati sui social network nei canali islamisti, nei quali la lingua maggiormente impiegata è il kiswahili, diffusa in tutti i paesi della regione dei Grandi Laghi, e l’Hiraal Institute ritiene che già dal 2017 le ADF/MTM abbiano iniziato a rappresentare una destinazione favorita per gli aspiranti jihadisti africani[10]. Gli esperti delle Nazioni Unite testimoniano dal 2018 l’arrivo di reclute da Burundi, Ruanda, Tanzania e Uganda[11].  Questo flusso ha permesso ai miliziani di ricostituire rapidamente i propri ranghi dopo le offensive dell’esercito congolese, insieme ai rapimenti di civili.

Purtroppo, la narrazione delle ADF/MTM è paradossalmente avvantaggiata dal credito che le forniscono i suoi stessi nemici, specularmente interessati ad autorappresentarsi come in guerra con lo Stato Islamico. A maggio 2018 il Direttore generale dei servizi segreti ugandesi Kaka Bagyendaha ha affermato di avere prove della collaborazione tra le ADF e l’organizzazione allora ancora guidata da Al Baghdadi[12], senza però presentarne alcuna, così come non provate erano state le precedenti accuse del governo di legami dei ribelli con Al Qaeda e con Al Shaabab. Ad aprile 2019 il presidente congolese Félix Tshisekedi ha lanciato l’allarme riguardo a una possibile espansione dell’IS nel paese[13], mentre lo U.S. Africa Command, per bocca di un portavoce, ha affermato di considerare che le ADF possiedano “significativi legami” con lo Stato Islamico[14].

L’opportunismo delle potenze regionali e internazionali è controproducente: accreditare quella che resta un’organizzazione criminale di banditi e assassini, per quanto efferati e squilibrati, come nuova cause célèbre della jihad in Africa li aiuterà a rafforzare questo nuovo canale, potenzialmente illimitato, di approvvigionamento. “Dobbiamo tagliare le loro linee di rifornimento o non sarà mai finita” spiegava un ufficiale dell’esercito ugandese impegnato contro le Allied Democratic Forces[15]. Era il 1999.

 

 


Note:

[1] “Suspected Islamist militia kills at least 17 in northeastern Congo”, Reuters, 26 maggio 2020

[2] “Forty villagers killed in massacre in northeast Congo”, Reuters, 27 maggio 2020

[3] “UN condemns killing of Indonesian peacekeeper in DR Congo”, UN News, 23 giugno 2020

[4]“Report on violations of human rights and international humanitarian law by the Allied Democratic Forces armed group and by members of the defense and security forces in Beni territory, North Kivu province and Irumu and Mambasa territories, Ituri province, between 1 January 2019 and 31 January 2020”, United Nations Joint Human Rights Office OHCHR-MONUSCO

[5] “Explainer: Islamic State announces new branch, ‘Central Africa Province’”, BBC News, 19 aprile 2019, https://monitoring.bbc.co.uk/product/c200rec8

[6] Congo forces kill 26 Islamist rebels in Ebola zone shootout, Reuters.com, 30 maggio 2019, https://www.reuters.com/article/us-congo-security/congo-forces-kill-26-islamist-rebels-in-ebola-zone-shootout-idUSKCN1T015I

[7] Inside the ADF Rebellion. A Glimpse into the Life and Operations of a Secretive Jihadi Armed Group”, Congo Research Group, novembre 2018

[8] “The cases of the FDLR, FNL and ADF/NALU”, H. Romkema, World Bank, 2007

[9] “Daesh in the Congo: red herring or Central African Wilayat?”, G. Hackleton, Foreign Brief, 5 maggio 2019, https://foreignbrief.com/africa/daesh-in-the-congo-red-herring-or-central-african-wilayat/

[10] “THE ISLAMIC STATE IN EAST AFRICA”, Hiraal Institute and The Global Strategy Network, 31 luglio 2018

[11] “Letter dated 18 December 2018 from the Group of Experts on the Democratic Republic of the Congo addressed to the President of the Security Council”, United Nations Security Council, 18 dicembre 2018

[12] “AU Confirms ISIS Infiltration In Countries, Including Somalia”, Radioshabellecom, 24 maggio 2018, https://www.radioshabelle.com/au-confirms-isis-infiltration-in-countries-including-somalia/

[13] “Congo Leader Pledges to Join U.S. War Against Islamic State”, W. Cloves, Bloomberg.com, 16 aprile 2019, https://www.bloomberg.com/news/articles/2019-04-16/congo-president-pledges-to-join-u-s-fight-against-islamic-state

[14] “In Africa, All Jihad Is Local”, H. Matfess, Foriegnpolicy.com, 16 maggio 2019 https://foreignpolicy.com/2019/05/16/in-africa-all-jihad-is-local/

[15] “UGANDA: IRIN Special Report on the ADF rebellion”, Irin News, 8 dicemebre 1999.