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Pechino e Mosca: partner molto diseguali

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Pechino e Mosca “sono più saldamente allineate ora che in qualsiasi altro momento dagli anni ’50”. “Il rafforzamento di questo allineamento tra Russia e Cina è uno dei risultati geopolitici più importanti della guerra di Putin contro l’Ucraina. Gli sforzi consapevoli di Xi [Jinping] e Vladimir Putin guidano gran parte di questo riorientamento, che però è anche il sottoprodotto dello scisma sempre più profondo tra Occidente e Cina”. Così scriveva Alexander Gabuev, direttore del Carnegie Russia Eurasia Center e tra i massimi esperti di rapporti sino-russi, in un articolo apparso su Foreign Affairs lo scorso aprile.

Un treno attraversa il confine russo-cinese nella Mongolia Interna

 

E’ innegabile: il partenariato tra Pechino e Mosca ha ormai natura strategica. Vuol dire che abbraccia la sfera politica, economica ma sempre più platealmente anche quella militare. Come evidenzia Gabuev, l’accerchiamento americano ai danni della Cina è tra i fattori ad avere contribuito di più al rafforzamento dell’asse con la Russia, Paese con cui la Repubblica Popolare Cinese è legata a doppio filo da 4000 chilometri di confine condiviso. Il presidente Xi lo ha ammesso più volte: la Cina fronteggia un “periodo di turbolenze e cambiamenti”.

Questo non implica tuttavia che Pechino sia necessariamente favorevole alla guerra di Putin. Né vuol dire che per fortificare la sua “semi-alleanza” con Mosca il governo cinese sia disposto a rinunciare in toto alle relazioni con l’Occidente. Se è vero che, come segnala Gabuev, “mai dalla caduta dell’Unione Sovietica la Russia è stata così distante dall’Europa”, per Pechino la questione è più complessa. Non solo perché ha bisogno di Mosca senza però esserne vincolata da un rapporto di dipendenza né tantomeno di esclusività.

 

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La Cina vuole entrambe le cose: vuole “l’amicizia senza limiti” con Putin per riformare l’ordine internazionale a propria immagine e somiglianza, ma vuole anche tutelare le relazioni politiche e – soprattutto economiche – con l’Occidente. Gli sviluppi recenti sembrano confermare questa postura apparentemente contraddittoria: pensiamo alla ripresa del dialogo con gli Stati Uniti, nonostante il diluvio di sanzioni e i prodromi di una nuova guerra tariffaria. Considerato che in diplomazia la casualità non esiste, è indicativo che un importante confronto tra le forze armate cinesi e americane si sia tenuto per la prima volta dal 2019 proprio mentre Putin si trovava in Cina.

Le motivazioni dell’ambivalenza cinese sono molteplici. Nonostante la liaison personalissima tra Xi e il capo del Cremlino, la storia dei rapporti tra Mosca e Pechino è segnata da sospetti reciproci e interessi contrastanti. Gli strascichi del passato sono ancora tangibili, come dimostra la decisione lo scorso anno di attribuire antichi nomi in mandarino ad alcune città di confine (compresa Vladivostok, il cui nome ora suona “Scogliera del cetriolo marino”) cedute alla Russia zarista nell’’800 con la firma dei cosiddetti trattati “ineguali”. È proprio per un afflato “revanscista” che la Cina si tiene stretta l’insolito doppio status di superpotenza mondiale in grado di gareggiare con gli Stati Uniti, ma anche di capofila dei Paesi in via di sviluppo, con cui condivide le cicatrici del colonialismo. Per orgoglio e desiderio di riscatto difficilmente Pechino si accontenterà soltanto del primato nel “Sud globale”; termine che ormai, persa l’originaria accezione geografica, abbraccia tutti quei Paesi delusi dall’Occidente. Russia in primis.

Fatta a pezzi la tradizione dell’epoca maoista, oggi la Cina comunista, nata dalle ceneri dell’ex Celeste impero, è tornata a dare enorme importanza al prestigio culturale. Agli occhi dei cinesi, il Vecchio Continente (così come la Russia) ha sempre goduto di una notevole autorevolezza, che manca invece all’America, il “Nuovo Mondo” giovane e rozzo. Per non parlare del malcelato disdegno per i Paesi emergenti: il leitmotiv della fratellanza Sud-Sud stride con l’arroganza dimostrata dalla diplomazia cinese in varie parti dell’ Asia, soprattutto nelle isole del Pacifico.

 

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Questa ambiguità tutta cinese traspare dalla recente visita in Europa di Xi dal 6 al 10 maggio, terminata appena sei giorni prima dell’arrivo di Putin a Pechino. Un viaggio del compromesso che toccando Francia, Serbia e Ungheria, ha voluto – a Parigi – rassicurare le cancellerie europee sull’eccezionalità del rapporto (per quanto subordinata al raggiungimento di un’’“autonomia strategica” dagli USA, come fece Charles De Gaulle in piena guerra fredda). A Belgrado e Budapest, due capitali non allineate né con Washington né con Bruxelles, il messaggio distensivo è stato affiancato dal “ricatto”. Siglando una cinquantina di accordi commerciali, qui Xi ha avvertito l’Unione Europea che, in caso di dazi e sanzioni anti-sussidi contro il “made in China”, saranno i due Paesi “ribelli” a raccogliere l’export e gli investimenti cinesi nel continente. In questa direzione si stanno già muovendo BYD e CATL; giocando di anticipo, i colossi cinesi dell’automotive e delle batterie elettriche hanno scelto di delocalizzare parte della produzione in Ungheria.

In Serbia l’aut aut ha acquisito toni persino più criptici: Xi ha scelto di visitarla il giorno dell’anniversario del bombardamento dell’ambasciata cinese durante la guerra del Kosovo (1999), mandando un forte monito contro la NATO. Allo stesso tempo la decisione di celebrare la ricorrenza con un editoriale sulla stampa locale, anziché visitando personalmente il luogo dell’incidente, sembra segnalare la volontà di trovare un accomodamento per accontentare le aspettative dell’opinione pubblica cinese, sempre più nazionalista, senza però provocare uno strappo troppo netto con l’Occidente.

Si tratta di un equilibrismo non facile. Come spiega ad Aspenia Deng Yuwen, ex vicedirettore della rivista politica Study Times, mentre l’obiettivo di Pechino è indebolire gli Stati Uniti, il suo rapporto speciale con la Russia non può non inficiare le relazioni con l’Europa, affaticata da oltre due anni di guerra. Anche il tradizionale rispetto culturale comincia a vacillare. Sono sempre di più i “lupi guerrieri”, i funzionari cinesi più oltranzisti, a concedersi affermazioni irriverenti nei confronti degli europei. Pechino vuole dividere il continente, aggiunge il giornalista riferendosi al corteggiamento di Xi a Belgrado e Budapest.

A ridosso dalle prime (probabile) tariffe europee, la rottura con l’Occidente sembra quasi inevitabile. Sembra, appunto. In realtà, mentre la distanza tra Cina e UE è ormai incolmabile sul piano politico e ideologico, ci sono miliardi di dollari di buoni motivi per cercare di contenere le divergenze. L’”amicizia senza limiti” con Mosca serve ad attenuare il crescente isolamento cinese nell’emisfero occidentale, ma non può bastare in tempi di rallentamento economico. Se infatti è vero che la Russia sta assorbendo parte dell’export cinese sottoposto alle restrizioni di Stati Uniti e Unione Europea (automobili elettriche incluse), l’interscambio – per quanto lievitato dall’inizio della guerra – è fermo a 240 miliardi di dollari, laddove i commerci con il blocco dei 27 hanno superato i 780 miliardi. Alzare l’asticella non sarà facile. A marzo la minaccia di sanzioni secondarie ha indotto un calo annuo delle vendite cinesi nella Federazione Russa del 15,7%.

Sono numeri non trascurabili. Anche nella Cina di Xi, dove l’ideologia fa a spallate con l’economia. D’altronde, le nuove aperture sui visti – che coinvolgono una dozzina di Stati europei – sono il sintomo più chiaro di una presa di coscienza. Il fatto è che, mentre il “Sud globale” costituisce un’utile sponda diplomatica in tempi di “nuova guerra fredda”, difficilmente può considerarsi sostitutivo sul piano commerciale. Soprattutto considerati gli effetti indesiderati del “nuovo modello di sviluppo” promosso da Pechino, a cominciare dalla sovrapproduzione industriale.

Prendiamo l’Africa: nel 2023 le importazioni dalla Cina di auto a nuova energia sono aumentate del 291% su base annua, mentre l’acquisto di batterie al litio e prodotti fotovoltaici è cresciuto rispettivamente del 109% e del 57%. Ma le vendite interne sono ancora piuttosto modeste e il più delle volte il continente funge soltanto da base di assemblaggio per l’export verso i mercati occidentali. E’ il caso del Marocco, dove la cinese CNGR Advanced Material costruirà un impianto di materiali catodici per sfruttare l’accordo di libero scambio tra Rabat e la UE. Ergo, i consumatori occidentali avranno la precedenza fino a quando saranno disposti a spendere di più.

Senza contare che in futuro il Sud del mondo potrebbero dimostrarsi meno accoglienti del previsto. I primi segnali ci sono già. Secondo Bloomberg, nelle ultime settimane Messico, Cile e Brasile hanno aumentato – e in alcuni casi più che raddoppiato – i dazi sui prodotti siderurgici provenienti dalla Cina. Anche la Colombia pare sul punto di fare lo stesso. Non deve quindi stupire poi troppo se, malgrado le restrizioni in arrivo, BYD e i competitor Nio, Chery Auto e SAIC hanno ugualmente deciso di continuare a puntare sull’Europa.

Nell’attuale contesto internazionale, è illusorio pensare che Pechino possa abbandonare la partnership strategica con Mosca. Ma non è escluso che le ambizioni globali – e, soprattutto le necessità economiche – indurranno la Cina a sfruttare quel rapporto speciale con Putin per dimostrarsi più collaborativa in Ucraina. Anche solo provarci aiuterebbe ad appianare le frizioni con il Vecchio Continente. D’altronde, come affermava anni fa Yan Xuetong, autorevole analista dell’Università Tsinghua, “il nocciolo della competizione tra Cina e Stati Uniti sarà vedere chi ha più amici di alta qualità”. Davvero la Russia è da ritenersi tale?