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Padre padrino? Viktor Orbán e le nuove destre europee

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L’Ungheria di Viktor Orbán viene spesso dipinta dalla stampa internazionale e dagli analisti del radicalismo politico contemporaneo come il “cuore nero” dell’Europa, che riceve, rielabora e rilascia ideologie e sentimenti estremi. Essi sono in parte endogeni, generati in Ungheria e dalla sua storia, e in parte esogeni, riflesso di messaggi propagandistici e di disinformazione di marca russa. Come funziona questo sistema e su quali vettori ideologici si alimenta?

Negli ultimi anni la crisi della governance democratica e del consenso liberale è emersa come un fenomeno globale, investendo non solo l’Europa centro-orientale e lo spazio post-sovietico ma anche gli Stati Uniti, l’America Latina, la Turchia o la stessa Europa occidentale. L’ungherese Viktor Orbán condivide le prime pagine dedicate ai “populisti globali” e alla destra sovranista transnazionale con i vari Trump, Bolsonaro, Erdogan e Putin. L’Ungheria ha tuttavia un peso economico, geostrategico e militare irrilevante rispetto alle potenze appena citate. E’ un paese piccolo, abitato da meno di 10 milioni di abitanti, privo di sbocchi al mare e risorse naturali. La sua capacità di influenzare la politica internazionale non è dovuta a fattori obiettivi ma esclusivamente all’aggressiva perseveranza del suo leader carismatico.

Viktor Orban

 

L’eccezione ungherese

Ai commentatori di affari centro-europei continua a sfuggire la peculiarità del caso ungherese rispetto ad altri casi di parziale o paventato “scivolamento democratico” – dalla Polonia alla Slovacchia, dalla Croazia alla Bulgaria. In nessun paese dell’Europa orientale membro ormai di lunga data dell’Unione Europea e della NATO, come in Ungheria, i dissesti politico-sociali interni e la crisi generale del consenso liberal-democratico hanno generato una leadership autoritaria stabile (anzi, in continua espansione a scapito degli oppositori e dei corpi intermedi).

Al di fuori dell’Unione Europea, si registrano il caso della Russia, dove l’inversione antidemocratica data alla fine degli anni Novanta, anticipando di un decennio trend globali, e la Serbia di Alexandar Vucic, al potere dal 2014 e ormai padrone assoluto del paese grazie al suo partito-stato. In questo trittico va tuttavia evidenziata la posizione speciale dell’Ungheria. La Serbia con Slobodan Milosevic e la Russia con Vladimir Putin hanno reagito con violenza, in tempi diversi, alla dissoluzione del quadro statuale/imperiale di riferimento (la Jugoslavia socialista e l’Unione Sovietica) e all’inevitabile perdita di status dei paesi successori, avviando guerre offensive e genocidarie motivate da sentimenti di insicurezza.

Al contrario, l’Ungheria postcomunista non ha subìto mutilazioni territoriali o declassamenti geopolitici, né ha mai conosciuto conflitti interni o internazionali caratterizzati dall’uso della forza. L’Ungheria ha recuperato la sua effettiva sovranità e si è agevolmente integrata nel mondo euroatlantico: è entrata nella NATO nel 1999 e nella UE nel 2004. Non è quindi un trauma geopolitico recente ad aver causato la svolta neo-autoritaria del 2010, approfonditasi negli ultimi anni fino a trasformare l’Ungheria nell’unico paese dell’Unione Europea definito da Freedom House solo parzialmente libero (dal 2019) e un’autocrazia elettorale che minaccia i valori condivisi (si veda la risoluzione del Parlamento europeo risoluzione del 15 settembre 2022, votata a grande maggioranza dall’assemblea di Strasburgo).

 

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All’origine di tutto vi sono due strati di insoddisfazione e disagio collettivo, un potenziale esplosivo che Viktor Orbán e i suoi spin doctor hanno sapientemente miscelato per aumentare il consenso alle politiche illiberali.

Da un lato la ferita, mai rimarginata, del trattato di pace del Trianon (1920) e della perdita della dimensione imperiale e di oltre metà della popolazione prebellica. In questo l’Ungheria di Orbán presenta tratti sinistri di somiglianza con la Russia di Putin e la Serbia di Vucic: i paesi del trittico sono tutti ex potenze (o ex stati multinazionali) le cui dimensioni, prestigio, capacità economica e demografica sono stati fortemente intaccati da “catastrofi geopolitiche”, come ebbe a dire Putin nel 2005 a proposito della scomparsa dell’Unione Sovietica. Analogamente alla Serbia e alla Russia, l’Ungheria di Orbán resta anche a un secolo dalla fine della Prima guerra mondiale un paese negativamente segnato dall’ultimo secolo di storia. Un paese tuttora pervaso da un sentimento di ingiustizia subita e da un desiderio di rivalsa quantomeno simbolica sui „responsabili” dei mali del paese.

Qui tuttavia i paragoni si fermano e il caso ungherese diventa interessante da analizzare per la sua unicità. Serbia e Russia sono infatti non solo al di fuori del perimetro dell’Europa politica di oggi, ma le loro popolazioni coltivano sentimenti in maggioranza negativi nei confronti dell’Unione Europea e dell’ “Occidente collettivo” evocato da Putin. L’Ungheria è invece parte della comunità transatlantica e secondo l’Eurobarometro il 70% della popolazione ungherese dichiara fiducia nell’Unione Europea.

 

L’egemonia di Orbán

Dobbiamo allora rivolgerci all’attenzione di Orbán, ex borsista a Oxford della Fondazione Soros, alla sfera culturale e ideologica, per catturare il progetto orbaniano di trasformare la propaganda mediatica in un’egemonia culturale di „destra” (ma citando alla lettera Antonio Gramsci) al servizio della controrivoluzione antiliberale. Durante la crisi migratoria del 2015, Orbán comprese prima di altri non solo che l’arrivo in massa di richiedenti asilo musulmani dall’Asia apriva spazi impensati alle destre europee, ma anche il fatto che l’opposizione ungherese a una visione „meticcia” e multiculturale dell’Europa avrebbe potuto trasformare Budapest in un polo di attrazione ideologico internazionale per i critici da destra della democrazia liberale.

Nell’estate 2016 Orbán fu il primo – e unico – capo di governo europeo a esprimere apertamente la sua preferenza per Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti e dopo la sua inattesa elezione l’Ungheria ospitò a più riprese il suo principale ideologo, Steve Bannon. Questi legami sono sopravvissuti sia alla caduta di Bannon sia alla mancata rielezione di Trump. Nell’agosto 2022, Orbán è stato l’unico leader politico europeo a tenere un applauditissimo quanto controverso discorso alla CPAC, il congresso annuale dei conservatori americani. A partire dal 2015, inoltre, si approfondiva la cooperazione con il Likud israeliano sotto il lungo premierato di Benjamin Netanyahu – una cooperazione culminata nell’acquisto, da parte ungherese, del virus-spia Pegasus utilizzato per monitorare giornalisti scomodi e avversari politici – e si coltivava pur senza grosse ambizioni ideologiche l’amicizia “antiliberale” con il presidente brasiliano Jair Bolsonaro.

 

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I vettori dell’offensiva ideologica partita nel 2017 e mai più abbandonata sono molteplici. Sulla „cattura” dei media pubblici e privati, trasformati quasi interamente in cassa di risonanza del sistema orbaniano, si è scritto molto. Così come molto si è scritto delle campagne di odio ideologico scatenate contro i „migranti” (2015-16), contro George Soros e il suo gioiello accademico con sede a Budapest, la Central European University (2017-18) fino alla più recente tematizzazione politico-ideologica di questioni bioetiche come gender e aborto.

Molto meno si è invece scritto e studiato in merito a un aspetto fondamentale dell’attività di patrocinio e promozione delle destre identitarie internazionali: l’utilizzo di think tank, centri universitari e di eccellenza dedicati. Dal 2019 al 2022, in meno di tre anni, il governo ha completato la trasformazione delle università pubbliche in fondazioni private, un processo avviato nel 2019 con l’Università Corvinus di Budapest. L’eccezione principale resta la “liberale” ELTE di Budapest, strozzata tuttavia dall’insufficienza di fondi e dalla fuga del personale dovuta ai salari ormai sensibilmente più bassi che nel resto del mondo accademico “normalizzato”. Ancora più impressionante, tuttavia, anche per lo sforzo economico profuso, la costruzione di una rete di pensatoi e centri di alta formazione intorno alla fondazione Mathias Corvinus.

Nato nel 1996 a Budapest come college di studi avanzati per studenti di discipline umanistiche e sociali privi di adeguati mezzi economici, il collegio si è progressivamente espanso e dopo il 2010 ha acquisito una chiara coloritura ideologica in senso conservatore ma è rimasto a lungo un centro di eccellenza per il tutoraggio individuale offerto a centinaia di giovani talenti. Nel 2020 il governo ha deciso di trasformare Mathias Corvinus nella principale fucina ideologica delle giovani generazioni di ungheresi. La struttura, il cui consiglio d’amministrazione era ormai guidato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Balázs Orbán, un giovane, intelligente e ambizioso omonimo del premier, ha ricevuto un’iniezione di capitale pari a 1,7 miliardi (!) di euro, pari all’1% del PIL annuale, attraverso la cessione da parte dello Stato di un ampio pacchetto azionario dell’azienda petrolifera MOL e del colosso farmaceutico ungherese Richter alla Fondazione Mathias Corvinus. Negli ultimi anni questo organismo polifunzionale e formalmente privato ha iniziato a coordinare programmi educativi e ideologici per studenti meritevoli di ogni ordine e grado dalla prima media agli studi dottorali in centri di formazione sparsi non solo per l’Ungheria, ma anche negli stati confinanti (Romania, Slovacchia, Serbia, Ucraina).

Negli ultimi anni Mathias Corvinus e il Danube Institute a esso legato si sono evidenziati anche per l’avvio di un generoso programma di scholarship e borse di studio riservate a studiosi stranieri. I beneficiari godono non soltanto dell’ospitalità locale ma hanno l’opportunità di presentare le proprie ricerche e interloquire con esponenti politici e tecnocrati. In poche parole, di entrare a far parte di una rete transnazionale di expertise connotata valorialmente in senso conservatore. Di pochi giorni fa l’ultimo annuncio: l’apertura di una sede a Bruxelles con l’evidente obiettivo di portare il verbo nel cuore dell’Europa politica.

Il “padre padrino” delle destre europee non perde occasione di mostrare il suo apprezzamento per i partiti radicali di opposizione in Francia, Germania ed Olanda, ma ha soprattutto bisogno di amici e seguaci di governo. L’Italia (e in prospettiva la Spagna, con VOX) rappresentano quindi un test fondamentale per gli interi equilibri europei.