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Nigeria: Boko Haram è ridimensionato ma le sfide restano

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A confermare che la strategia di contrasto a Boko Haram messa in campo dal Presidente Muhammadu Buhari in Nigeria stesse producendo risultati positivi ci sono ormai vari riscontri. Tuttavia, per avere un quadro più chiaro della situazione bisogna adottare una visione d’insieme che non perda di vista alcuni fattori: i vari movimenti jihadisti africani, la situazione in Libia (dove alcuni di questi operano), e in generale il rapporto tra guerriglie e governi.

Che la ex setta Boko Haram, divenuta poi organizzazione terroristica su scala regionale, sia da considerarsi tecnicamente sconfitta è un’affermazione corretta, ma fino a un certo punto. Sarebbe più esatto dire che essa è stabilizzata e ridimensionata come minaccia, però allo stesso tempo ormai è divenuta cronica. Quindi, se “tecnicamente sconfitta” è una giusta espressione in termini strettamente militari , la definizione non regge a un’analisi più approfondita in termini politici e umanitari.

Anche perché la Nigeria, nelle sue regioni meridionali, dove c’è il bacino petrolifero del delta del Niger, deve fare i conti con la guerriglia del Mend (Movement for the Emancipation of the Niger Delta). Questa in realtà esiste come sigla da almeno un decennio, ma continua ad agire sullo sfondo di un contrasto etnico e politico pluridecennale. In altre parole, può cambiare l’ideologia – da una parte il Mend avverso alle multinazionali del petrolio con ascendenze marxiste, dall’altra Boko Haram e la Jihad 2.0 – ma la lotta armata con i profili della guerra di guerriglia non può essere estirpata dai governi nel giro di una breve e risolutiva campagna militare come quella condotta dall’ex generale Buhari.

Nonostante il dispiegamento di forza militare e il massiccio uso dei media da parte del governo nigeriano (per lanciare messaggi rassicuranti sull’attivismo governativo), la situazione rimane infatti instabile. Alcuni clamorosi annunci delle autorità sono poi stati smentiti dai fatti. Ricordiamo i due principali momenti di questa guerra di propaganda: ad agosto 2016, l’ennesimo annuncio (il sesto) da parte dell’esercito che il capo di Boko Haram Abubakar Shekau fosse stato ucciso e l’annuncio che le ragazze di Chibok fossero state liberate. Vera la liberazione di un gruppo di prigioniere, ma non si trattava delle oltre duecento liceali per le quali si era mobilitata l’opinione pubblica mondiale, rapite ormai due anni e mezzo fa. quanto alla morte di Shekau, si è rivelata una notizia infondata, smentita del tutto dopo la comparsa di un video nel quale il capo jihadista ha rilanciato antiche minacce.

I media sono un’arma delicata: non solo perché utilizzandoli a sproposito si rischia poi di essere smentiti nel merito, ma anche quando si da l’impressione generale che il “momento risolutivo” sia giunto. L’esempio libico ci porta a pensare che i movimenti islamisti in Africa si supportino a vicenda con logiche di collaborazione e mutuo soccorso. Le sigle che operano nei diversi scenari africani formano una galassia in continua evoluzione; dalla Libia e per la Libia, che si collega al quadrante nigeriano tramite la porosa fascia del Sahel, corrono know how e azioni di reciproco “soccorso islamista”.

Nel menzionato video rilasciato a ottobre 2016 Abubakar Shekau, il capo redivivo, ribadisce la fedeltà al Califfato (che peraltro lo aveva dato per avvicendato). La sua comunicazione conferma come la dimensione regionale della Jihad africana sia ormai un dato di fatto che, sommato alla cronicizzazione del conflitto, dovrebbe far mutare non solo le strategie di approccio al problema ma, per usare un’espressione in voga in questo momento, la stessa narrazione dell’islamismo militante che s’intende combattere.

Solo pochi mesi fa la capitolazione del sedicente Califfato sembrava cosa fatta in Libia; oggi, siamo nel cuore della classica guerra di logoramento. Certo le diplomazie occidentali possono avere le loro responsabilità, e i comandi militari regionali da esse prendono le direttive. Ma annunciare, come hanno fatto i media evidentemente da quei comandi imbeccati, la disfatta dell’ISIS dopo la sconfitta di Sirte e poi dover registrare che il conflitto e la stabilizzazione della Libia sono traguardi lontani, significa cedere alle sirene della fobia.

Lo stesso principio sembra adattarsi bene alla situazione nigeriana. I massacri di Boko Haram non sono finiti – nello stato nord-orientale del Borno, uno dei 36 in cui è divisa la Nigeria, fosse comuni e villaggi assaltati sono all’ordine del giorno – ma di certo non è questo il genere di notizie che il governo desidera si trovi sui giornali nazionali. Sulla stampa, invece, sono uscite varie inchieste e prove che l’esercito nigeriano stesso fosse corrotto in alcuni settori strategici, e abbia addirittura venduto armi a Boko Haram dal 2009 a oggi.

C’è un’altra arma saldamente in possesso di Boko Haram, ma costantemente sottovalutata. È l’emergenza umanitaria che le scorrerie del gruppo hanno causato nei principali teatri d’azione, nelle regioni del nord del Paese. Le condizioni nel Borno sono disperate, e in effetti già lo erano prima dell’insorgenza di Boko Haram: la setta ha avuto vita facile reclutando in comunità dimenticate dal governo centrale e senza alcuna speranza di progresso. Solo per fare un esempio, a Ngala, lungo il confine con il Camerun, 80.000 sfollati vivono in un campo profughi senza igiene e mezzi per nutrirsi. Medici Senza Frontiere denuncia che mezzo litro d’acqua al giorno è tutto ciò che spetta a persona, adulti e bambini.

Ecco perché la cifra di 2,5 milioni di sfollati dal 2009 è la cartina di tornasole di come la sconfitta di Boko Haram sia più apparente che effettiva. È vero che sul piano militare il gruppo non esce più dalle regioni del Nord e non sembra poter minacciare la capitale federale Abuja, situata nel centro del paese, come ha fatto in passato. Ma è altrettanto vero che almeno tre stati del Nord rimangono una roccaforte islamista, e che i legami con altre sigle islamiste – Daesh in testa – sono ancora forti nonostante lotte interne che a volte disorientano il gruppo dirigente.

L’esercito nigeriano legge queste lotte interne come la prova che Boko Haram sia agli sgoccioli, e alla politica locale fa gioco questa interpretazione. Ma la complessità del conflitto, che è a un tempo etnico, militare, umanitario, settario e amministrativo (la corruzione endemica che caratterizza la Nigeria) non autorizza un eccessivo ottimismo.