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Milei e la parabola argentina

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E’ una vittoria contundente quella con cui Javier Milei è stato eletto presidente della Nazione Argentina. Sergio Massa, l’uscente ministro dell’Economia, si è fermato poco sopra il 44% al ballottaggio, con tre milioni di voti in meno del suo sfidante, benché i sondaggi predicessero un risultato molto più aperto. Massa era in testa al primo turno con il 36% – anche quella una sorpresa, contro pronostico. Ma Milei, che inseguiva al 30%, nelle quattro settimane intercorse prima del secondo turno è riuscito a chiudere un accordo con le formazioni di centrodestra, quelle raccolte intorno all’ex presidente Mauricio Macri (2015-19), che si è rivelato decisivo per ribaltare l’inerzia del voto.

Javier Milei, il nuovo presidente argentino

 

“Da domani finisce la decadenza”, ha annunciato Milei nel suo primo discorso, la notte del 19 novembre. Certo, la sua retorica anti-casta non può uscire che indebolita dall’alleanza con le forze dell’establishment. E il suo partito può contare soltanto su una manciata di deputati in parlamento, ben lontano dalla maggioranza che gli permetterebbe di condurre le riforme promesse. Ma è chiaro che il capitalista-libertario (o almeno così si definisce) Milei è stato eletto soprattutto sull’onda di un desiderio profondo di cambiamento dell’elettorato argentino, disilluso dopo decenni di crisi, sfinito da problemi economici che si ripresentano sempre uguali – con l’aggravante di un peggioramento ulteriore degli standard sociali, negli ultimi anni.

L’inflazione è sul 150%, quasi la metà della popolazione è sotto la soglia di povertà, le oscillazioni della moneta sono incontrollabili: messa così, è quasi incredibile che il titolare dell’Economia Sergio Massa, politico molto abile che ha alle spalle le formazioni della sinistra e del peronismo, sia riuscito a giocarsi la presidenza fino all’ultimo. Ma la lotta interna con Cristina Kirchner, presidente dal 2007 al 2015 e oggi vice-presidente di Alberto Fernández, non l’ha aiutato. E l’ultima pioggia di sussidi, una vera manna di bonus sociali elargiti a mano aperta dal ministero, ha sì consolidato l’elettorato di riferimento, ma alienato le simpatie dei non destinatari, oltre a offrire una sensazione di disperata improvvisazione.

Di fronte al caos economico, noi sì che abbiamo un piano, ha ribattuto Milei sfoderando la motosega. Non simbolicamente: l’ha portata ai comizi, per le strade: è diventata il suo simbolo. Alcuni suoi sostenitori si sono presentati con la motosega persino al seggio – in ciò rinnovando una variegata tradizione locale di cosplaying elettorale: c’è chi è andato a votare in costume da Darth Vader, chi ha sfoderato un outfit, poncho incluso, fatto solo di bandiere argentine; chi si è vestito da urna, chi da diavolo o da sposa, chi ha chiesto di portare la scheda a casa per arrostire l’asado. Il tutto regolarmente postato. Qualcuno ha pensato che vietare la vendita di alcool potesse essere un’idea contro simili trovate, e così il giorno del voto nei caffè di Buenos Aires il whisky viene servito nelle tazze da tè.

Ma a cosa dovrebbe servire la motosega di Milei? A chiudere la banca centrale. Gli ospedali pubblici. I ministeri. Sprechi inutili di un orpello inutile: lo stato. La libertad avanza, si chiama il movimento di Milei – giacca di cuoio, chioma improponibile, sguardo tra il pazzo e il penetrante. Nel senso di ognuno per sé, perché da soli saremo sempre meglio della politica: un messaggio elementare che nell’Argentina del 2023 attecchisce bene, sintetizzato dai giovani che cantano “la libertad, carajo”, mentre Milei parla nei palazzetti, di fronte a decine di migliaia di persone, guida i cori come un ultrà, urlando parolacce e insulti agli avversari. Non lo chiamano el Loco per caso, d’altronde – anche facendo la tara con gli standard piuttosto informali della società argentina.

Ma el Loco ha comunque l’appoggio di un numero significativo di forze politiche internazionali, a ricordarci che la politica mondiale è stata trasportata dalle reti sociali in una dimensione globalizzata, continuata e contigua – nonostante enormi distanze geografiche e di contesto. Tra i fan di Milei c’è il brasiliano Bolsonaro, sconfitto lo scorso anno da Lula, e c’è Fratelli d’Italia, con gli spagnoli di Vox. C’è anche Donald Trump (“I’m proud of you”) che si rigioca la Casa Bianca l’anno prossimo.

In questo quadro, la polarizzazione, la rapidità di comunicazione e la semplificazione del messaggio portano sul palcoscenico degli “eventi” di cui dall’esterno si finisce per essere spettatori, se non tifosi – specialmente quando conviene, e conviene spesso: cosa c’è di meglio di un derby, per distrarre? Gli attori politici internazionali sanno di poter ottenere un vantaggio dalla momentanea attenzione del pubblico, dunque sono incentivati a partecipare e prendere posizione. Così, la narrativa, persino quella corporale, che le agenzie di comunicazione – tante volte sono le stesse, da Paese a Paese – ritagliano addosso ai protagonisti si armonizza e si uniforma: il linguaggio scandaloso, la retorica della libertà, l’atteggiamento anticonformista. Sanno di già visto, se non di decrepito, e somigliano sempre più a oggetti di scena che alla bisogna possono essere tirati fuori dal baule dell’attore.

Ciò alimenta anche l’imprevedibilità del comportamento elettorale. In Argentina i sondaggi hanno sbagliato grossolanamente le previsioni sia alle primarie, che al primo turno, che al secondo. Ma era successo lo stesso alle recenti elezioni in Spagna e in Polonia, vinte da forze progressiste. Argentina, Polonia, Spagna: per emergere nel magma indistinto e vagamente minaccioso del flusso planetario ininterrotto di notizie, sono tutte e tre diventate “le elezioni più importanti di sempre”. Proprio queste. E le prossime, certo. E’ soltanto un assaggio di quello che vedremo nel 2024: in ordine temporale, India, Unione Europea e Stati Uniti, due miliardi di persone al voto.

In tal modo si creano, cioè si impongono, delle coordinate politiche nette, almeno dal punto di vista narrativo. Che ovviamente non reggeranno alla prova della realtà, travolgendo uno qualsiasi tra gli ingranaggi del meccanismo, o tutti: il politico, l’elettorato, il programma. La cui importanza, in effetti, svapora. Il voto argentino arriva a interrompere un ciclo storico di vittorie della sinistra in America Latina, quasi ovunque: Messico e Brasile, Cile e Colombia, eccetera. Il nuovo presidente, nei suoi comizi, ha parlato di interrompere le relazioni commerciali con i due principali partner dell’Argentina: il Brasile (“comunista”) e la Cina (“comunista”). Ha però anche detto che il libero commercio “è un diritto umano”. Anche se l’unione commerciale del Mercosur “andrebbe smantellata”, per non parlare dei Brics – dov’è di nuovo il protagonismo sino-brasiliano a scatenare le ire di Milei.

Sono davvero significative queste parole? Javier Gerardo Milei è un economista cinquantenne, professore universitario, autore di polemici saggi in cui descriveva come applicare le idee della scuola di Vienna, individualista e anti-stato, all’Argentina. Vendita libera delle armi da fuoco? Va bene. Vendita libera degli organi umani? Va bene. Si presenta come un rocker anni ’70 (suonava i Rolling Stones da giovane), racconta delle sue esperienze di sesso tantrico, e per la gioia delle fasce più conservatrici non manca mai di ricordare come le cifre delle vittime dei dittatori argentini degli scorsi decenni siano “di sicuro esagerate”. La sua vice-presidente Victoria Villarruel difende la tortura praticata comunemente dai generali, come “un atto di difesa nazionale contro un piano golpista guidato dalla Cuba di Fidel Castro e dall’OLP palestinese”. Se al papa argentino questa posizione non piace, peggio per lui: “è un figlio di p… comunista”. Presidente e vice sono entrambi contro l’aborto e l’estensione dei diritti civili: “la libertà avanza”, ma non certo fino a qui.

Milei a uno dei suoi comizi

 

Ora dovranno mettere la loro teoria in pratica. Primo punto del programma, sarebbe la “dollarizzazione” dell’economia argentina. Milei non manca mai di mostrare ai suoi comizi un enorme dollaro di plastica. Follie, dicono molti altri economisti. Follie, dice l’establishment economico che ha appoggiato il vincitore al ballottaggio. Che sia il loro campione Mauricio Macri a dare le carte nel prossimo governo, o che ci riesca lo stesso Milei – che ha ricevuto un sostegno plebiscitario nei distretti benestanti della capitale – non sembra possibile che la motosega del nuovo presidente cominci a girare da provvedimenti dal potenziale tanto destabilizzante.

Tagli selvaggi al bilancio dello stato e privatizzazione di un numero imprecisato di enti pubblici sembrano in effetti “inizi” molto più probabili. Un affare al quale i vari sostenitori nazionali e internazionali di Milei guardano con aspettative importanti: i titoli argentini a Wall Street oggi volano. E poi – pensano in molti – se anche dovesse finire male, cosa volete che sia un’altra crisi per l’Argentina?