international analysis and commentary

Mari e terre dove le maggiori potenze si incontrano

537

L’“Indo-Pacifico” è un concetto nato come geo-economico e oggi divenuto anche geostrategico, con il quale si sottolinea l’unitarietà della regione che si estende dalle coste africane al Pacifico occidentale. Fu utilizzato per la prima volta nel 2007, per caratterizzare la nuova politica indiana di cooperazione con il Giappone. Chiamata “Look East”, essa mirava a sostenere la crescita economica dell’India e a contenere la crescita della Cina nell’Asia sud-orientale.

Con l’attuale premier Narendra Modi, carismatico e nazionalista, la politica dell’India è divenuta più dinamica. All’interno, è in corso uno sforzo per modernizzarne economia e società e per trasformarla da federazione in Stato-nazione vero e proprio.

Con l’integrazione nell’economia mondiale, iniziata quindici anni dopo le riforme cinesi di Deng Xiaoping, l’India ha definitivamente abbandonato la politica d’isolamento – permessale anche da fattori geografici e dalla propria stessa dimensione sub-continentale – e tende ora ad aumentare la propria area d’influenza. Lo fa per sviluppare i propri commerci, garantirsi i rifornimenti energetici e anche contrastare l’espansione cinese. Con Modi la politica indiana del “Look East” è divenuta “Act East Policy”. Il teatro di confronto fra i due giganti asiatici è divenuta l’Indocina che, come è evidente dal suo stesso nome, è sempre stato luogo d’incontro e confronto fra l’India e la Cina.

La regione “Indo-Pacifico” comprende metà della popolazione, oltre un terzo dell’economia e della crescita economica, e circa un quarto delle spese militari mondiali. E’ determinante per i futuri assetti del mondo. La sua dinamica geopolitica è però imprevedibile. E’ dominata dalle relazioni di cooperazione e di competizione fra la Cina e l’India e dall’incerto impegno economico e anche strategico degli USA. E’ una regione resa unitaria dal mare e isolata dalla massa continentale eurasiatica dalle più alte catene montuose del mondo. La competizione riguarda i paesi rivieraschi dell’Oceano Indiano, specie i piccoli Stati-isole: dalle Maldive alle Mauritius e alle Seichelles. Al contempo, sulla frontiera himalayana esistono vari contenziosi territoriali, per i quali è scoppiato un violento conflitto militare nel 1962 e dove nel 2017 reparti dei due paesi si sono confrontati nella regione del Dokhan. Il “corridoio” himalayano con il Pakistan, avversario tradizionale dell’India, e quelli che dovrebbero collegare la Cina con Singapore e con il Bangladesh, dandole un accesso terrestre al Golfo del Bengala, sono avversati dall’India. Essa si sente circondata dalla Cina e cerca di rompere l’accerchiamento aggirando il Pakistan da ovest, tramite l’Iran, per accedere alle risorse naturali dell’Asia Centrale e dell’Afghanistan.

Anche la Cina è persuasa che l’India e i suoi alleati intendano accerchiarla, con le intese con gli USA e anche con la Russia, che New Delhi continua a considerare sua alleata contro Pechino. Il centro del confronto fra l’India e la Cina è il Mar Cinese Meridionale – chiamato dalla prima “Oceano Indiano Orientale”. Ma le due potenze si fronteggiano sull’intero Oceano Indiano, dal Bangladesh allo Sri Lanka, al Pakistan e a Gibuti – porto africano dove la Cina sta ultimando la costruzione di una grande base militare per sostenere il suo crescente impegno militare in Africa e controllare gli accessi al Mar Rosso.

Malgrado la brillante crescita economica e l’ammodernamento militare, l’India non può competere direttamente con la Cina. Contrasta l’espansione cinese con notevole cautela, cercando l’appoggio degli Stati asiatici, che non temono la sua influenza – a differenza di quanto avviene per quella cinese, vista ovunque con sospetto – e soprattutto degli USA, dopo il “capolavoro diplomatico” dell’Amministrazione di G.W. Bush dell’intesa con l’India del 2006 (incentrato su un accordo nel settore del nucleare civile), consolidato poi dal “Pivot to Asia” di Obama.

Nel suo confronto con Pechino, per Washington sono state sempre essenziali le  alleanze sul “rim” (il bordo) dell’Eurasia, cioè nel “sistema Asia-Pacifico”, trasformatosi oggi proprio in “Indo-Pacifico”. Per Washington è divenuto indispensabile il sostegno dell’India per bilanciare la Cina. Questo concetto sta certamente alla base della recente rottura della tradizionale alleanza fra gli USA e il Pakistan.

Il Segretario di Stato di Barack Obama, John Kerry, aveva parlato di un “Corridoio Economico Indo-Pacifico”. L’attuale capo del Pentagono, James Mattis, ha sottolineato, in occasione della grande esercitazione militare “Malabar” dell’estate 2017, (operazione congiunta fra le marine indiana, giapponese, australiana e americana nel Golfo del Bengala), l’importanza strategica dell’India per la stabilità dell’Asia meridionale e sud-orientale. In tale contesto, la libertà di navigazione nell’Oceano Indiano è un termine eufemistico usato per indicare il controllo dell’Oceano Indiano in funzione anti-cinese. Questo obiettivo di controllo marittimo si estende al Mar Cinese Meridionale, dove l’India si oppone alla pretesa cinese di considerarlo alla stregua delle proprie acque territoriali e zona d’interesse economico esclusivo, rafforzando la cooperazione economica e militare con le Filippine e il Vietnam.

Il teatro di confronto fra la Cina e l’India era in passato limitato alla penisola indocinese, oltre ai numerosi contenziosi territoriali nella regione himalayana. Oggi, invece, si è esteso all’intera regione indo-pacifica. Con l’integrazione nell’economia mondiale e con l’aumento dei consumi di energia, entrambe le superpotenze asiatiche dipendono sempre più dai traffici marittimi. Nell’Oceano Indiano la geografia favorisce l’India, anche se la Cina cerca di accrescere ovunque la sua presenza e influenza. La componente marittima della “Nuova Via della Seta”, o Belt and Road Initiative (BRI) o continua nell’Oceano Indiano la politica cinese della “Collana di Perle”, cioè della costruzione di porti commerciali, trasformabili in basi navali, dalla Malesia alle coste orientali dell’Africa.

L’India, pur disponendo di forze navali più deboli di quelle cinesi, è favorita nell’Oceano Indiano dalla geografia. Sta costruendo una grande base navale nelle isole Andamane, situate nel Golfo del Bengala allo sbocco dello Stretto di Malacca. Più ad Est, fino alla doppia catena di isole che domina l’accesso dalla Cina continentale alle rotte del Pacifico, è la Cina ad essere invece favorita dalla geografia. Solo la 7^ Flotta USA può compensare tale superiorità, grazie anche all’alleanza con il Giappone e la Corea del Sud e alla grande base di Guam, facente per l’appunto parte della seconda “catene di isole”.

L’importanza dell’India e della sua cooperazione strategica con il Giappone e l’Australia si è accresciuta anche per la diminuzione della credibilità dell’impegno USA in Asia, soprattutto dopo il ritiro deciso da Trump dalla “Trans-Pacific Partnership” (TPP), che avrebbe dovuto ridurre la dipendenza dalla Cina per le economie di molti Stati dell’Asia meridionale e orientale.

Le differenze etniche, religiose, culturali, economiche, strategiche e istituzionali fra gli Stati della regione e la crescita dei nazionalismi rendono improbabile che possa crearsi nella regione un’organizzazione multilaterale di sicurezza, cioè una specie di NATO asiatica. Del resto anche l’India, come la Cina, privilegia gli accordi bilaterali. In caso di disimpegno degli USA, vari Stati cercherebbero un accomodamento con Pechino, anziché raggrupparsi attorno all’India. La permanenza dell’impegno e della presenza degli USA e del loro dominio degli oceani è essenziale per la stessa sopravvivenza geopolitica della regione “Indo-Pacifico”. L’India, anche con accordi più stretti con il Giappone, non è in condizioni di sostituire gli USA in questo ruolo. Gli Stati dell’ASEAN sono divisi fra loro dai legami diversi con la Pechino. L’Europa è strategicamente assente e, come al solito, impotente e divisa.

La politica estera indiana, prima limitata al subcontinente e tutt’al più all’Oceano Indiano e all’Asia Meridionale, si è estesa al Medio Oriente e all’Africa. Nel primo, sono determinanti i rapporti con l’Iran, considerato anche porta d’accesso all’Asia Centrale e all’Afghanistan. Sul territorio iraniano, l’India ha costruito un grande porto – quello di Chabahar – collegato dal genio militare indiano con l’“anello di circonvallazione” dell’Afghanistan. E’ situato in territorio iraniano a un centinaio di chilometri da Gwadar, la base cinese sul Mar Arabico all’ingresso del Golfo.

New Delhi cerca di contrastare il grandioso programma cinese della “Belt and Road Initiative” anche perché il corridoio himalayano incide su territori che rivendica. L’India di Modi ha avuto maggior successo interno, non solo con una crescita economica superiore negli ultimi anni anche a quella della Cina, ma anche con il contenimento della rivolta “naxalite-maoista”, sostenuta proprio da Pechino e facente perno sui localismi diffusi in tutta l’India.

L’incrocio fra una politica interna più unitaria dell’India, la crescita economica favorita dal “dividendo demografico” indiano rispetto all’invecchiamento della popolazione cinese, e il mantenimento della collaborazione con gli USA, determineranno il contributo dell’India non solo alla stabilità geopolitica della regione, ma anche alla sua stessa sopravvivenza.