international analysis and commentary

L’orgoglio e le opzioni del centrodestra francese

495

La fierté d’être Français, l’orgoglio di essere francesi: questa è la frase pronunciata da François Fillon nel “discorso della vittoria”, ben sottolineata nel documento fatto filtrare alla stampa, che sintetizza come voglia essere percepito dall’opinione pubblica nazionale. Fillon ha infatti vinto, o meglio stravinto con il 66,7% dei voti, le primarie del centrodestra francese – più esattamente del nuovo partito Les Républicains, fondato da Nicolas Sarkozy sulle ceneri dell’UMP. Sarà dunque il candidato presidenziale di questa area politica; si voterà il 23 aprile (primo turno) e il 7 maggio del 2017 (ballottaggio).

Per alcuni, Fillon ha già un piede all’Eliseo. Il mandato di François Hollande, che sta per scadere, è stato così traumatico per la sinistra francese che si dubita che un suo candidato, chiunque sia, riesca a superare il primo turno in aprile. Un mandato “patetico, che ha ridotto il prestigio della figura presidenziale”, ha potuto attaccarlo con facilità Fillon, ben sapendo che addirittura l’87% dei francesi ne ha un’opinione negativa. La spinta delle primarie del centro-destra, in cui circa nove milioni di voti sono stati espressi nei due turni, è un motore indispensabile: grazie alla netta maggioranza conquistata, il vincitore ha la legittimità necessaria per aspirare al gradino più alto dello Stato.

François Fillon

Sarà Marine Le Pen, si ritiene, la sua avversaria al ballottaggio presidenziale. Marine, padrona assoluta del Front National, naturalmente non ha partecipato alle primarie del centrodestra. La previsione che vede Fillon favorito contro di lei si basa sulla convinzione che l’esponente di una destra “moderata” sia capace di conquistare più consensi tra chi è di centro, ma anche tra chi è di sinistra e tra gli indecisi – di fronte all’”estremista” Le Pen. È un calcolo che si basa sull’esperienza delle presidenziali del 2002, quando a sorpresa il padre di Marine, Jean-Marie, andò al ballottaggio contro Jacques Chirac: allora, tutto l’elettorato tranne i fedelissimi del Front National scelse il “moderato” contro l’”estremista”, che al secondo turno si fermò al 17,8% dei voti.

Le regionali del 2015 – regolate da una legge che lascia passare al ballottaggio tutti i candidati che superano il 10%  – dimostrano però che questa interpretazione ha fatto il suo tempo. Il Front National, presente al secondo turno in tutte le regioni, non ha eletto nessun presidente, ma si è dimostrato capace di parlare a un grande elettorato, in particolare nelle sue due roccaforti. Una è la regione Nord-Passo di Calais-Piccardia, in cui la stessa Marine ha ottenuto il 42,3% dei voti; l’altra è la Provenza-Alpi-Costa Azzurra, in cui la nipote venticinquenne Marion Maréchal-Le Pen ha superato il 45%. Entrambe sono state battute da un candidato dei Républicains, dopo il ritiro e dunque il sostegno diretto dei socialisti.

La partita per l’Eliseo, perciò, è in effetti aperta. Da un punto di vista di strategia elettorale, François Fillon sembra più adatto a fare il pieno dei sostenitori al primo turno, e dunque indebolire subito lo slancio di Marine Le Pen, piuttosto che ad attirare la totalità degli elettori.

La sua proposta politica, almeno in queste primarie, è stata infatti ben più di destra che di centro. E ha mobilitato gli elettori ben più del suo rivale al ballottaggio, il centrista sindaco di Bordeaux Alain Juppé. In economia, Fillon propone un vero e proprio choc liberale di tipo “thatcheriano”: 100 miliardi “per salvare il bilancio” da ottenere riducendo la spesa sociale specialmente sanitaria e tagliando mezzo milione di posti pubblici, e aumentando l’età pensionabile e gli orari di lavoro. “Per rilanciare la competitività” la ricetta prevede invece meno tasse alle imprese e la possibilità, per queste, di negoziare i contratti da una posizione di forza nei confronti dei sindacati, abolendo una serie di tutele legislative a favore dei lavoratori.

François Fillon ha battuto molto sui “valori” – la parola che ha ripetuto più spesso anche nel discorso della vittoria: quelli della famiglia e della fede. Non bisogna dimenticare che nella laica Francia l’approvazione del matrimonio gay, insieme allo scontento verso i socialisti, e la crescita delle tensioni interetniche e interreligiose, alimentate pure dal terrorismo, hanno favorito la nascita di un movimento conservatore capillare e diffuso in molte articolazioni, che più volte è sceso in piazza in grandi numeri. Molti dei suoi dirigenti hanno sostenuto direttamente Fillon. Il vincitore ha assicurato che non abrogherà la legge sul matrimonio gay, ma ha promesso che renderà impossibili le adozioni, limiterà la fecondazione assistita agli eterosessuali e non consentirà il riconoscimento di bambini nati all’estero mediante “utero in affitto”. Inoltre si impegna a aumentare i contributi alle famiglie con figli, abolendo la proporzionalità rispetto al reddito introdotta da Hollande.

Fillon è fedele al suo motto “non c’è vittoria senza vittoria ideologica” anche quando propone di “riscrivere i libri di storia concependoli come un romanzo nazionale”, in modo che i ragazzi “tornino ad avere fiducia nella patria”. Dunque, non stupisce che veda l’integrazione europea come “un’unione di nazioni”. La UE dovrebbe essere strumento di queste nazioni, proprio come la intendeva Charles de Gaulle (anche se il generale la riteneva soprattutto strumento della Francia), e non “religione”.

Tra i leader internazionali, Fillon può vantare un’amicizia con Vladimir Putin che risale a quando era Primo Ministro (tra il 2007 e il 2012). Il Capo di Stato russo, secondo il candidato, andrebbe sostenuto nella sua coalizione con l’Iran in Siria: anche se ciò significa operare in favore di Bashar al-Assad – finora primo nemico della diplomazia di Hollande – “è la maniera migliore per sconfiggere l’ISIS”.

Insomma, il programma di François Fillon non mira a essere alternativo, ma a competere con quello di Marine Le Pen sullo stesso terreno. Contando su tre fattori: la grande mobilitazione delle forze di destra, liberali, tradizionaliste o anti-sistema; l’irrilevanza politica del centro, perché dopo la sconfitta di Juppé resterebbe solo François Bayrou a rappresentarlo, se decidesse di candidarsi per la quarta volta; la grave crisi della sinistra socialista, senza che novità rilevanti siano presenti in quel campo.

Finora, Fillon è riuscito a piacere a un elettorato che in passato lo ha ignorato o considerato un esecutore passivo di volontà altrui. In politica da 40 anni, ha ricoperto più o meno tutte le cariche possibili (e molte in contemporanea): da sindaco della sua cittadina vicino Le Mans a presidente della provincia, della regione, senatore, deputato, ministro (Istruzione, poi Affari Sociali, poi Telecomunicazioni), e infine Primo Ministro durante la Presidenza di Nicolas Sarkozy.

Le primarie (in cui i sondaggi lo davano per spacciato) sono state la sua rivincita proprio contro Sarkozy, che tentava un clamoroso ritorno (è arrivato terzo), e che in passato lo ha mantenuto nell’ombra e spesso squalificato – chiamandolo col suo entourage “le pauvre type”, il poveretto. Il Redressement de la France, la rimessa in sesto del Paese, era tra le parole d’ordine di François Hollande cinque anni fa. Ora è Fillon a fare suo lo slogan, a riprova impietosa del fallimento del Presidente attuale. Tra sei mesi sapremo se sarà lui a guidare uno dei paesi-chiave per il destino di tutto il continente.