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Lezioni dalla guerra fredda

Questo articolo è pubblicato sul numero 2-2026 di Aspenia.

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“Ci troviamo di fronte alla prospettiva di due o tre mostruosi super-Stati, ciascuno in possesso di un’arma in grado di spazzare via milioni di persone in pochi secondi, che si spartiscono il mondo tra loro. […] Se si guarda al mondo nel suo insieme, la tendenza che si è manifestata per molti decenni non è stata quella verso l’anarchia, bensì verso la reintroduzione della schiavitù. Forse non ci stiamo dirigendo in direzione di un collasso generale, ma di un’epoca orribilmente stabile come gli imperi schiavistici dell’antichità […] al tempo stesso inespugnabili e in uno stato permanente di “guerra fredda” con i loro vicini” (George Orwell, “You and the Atom Bomb,” Tribune, 19 ottobre 1945).

“Teatro di guerra occidentale” – Mappa pubblicata in Germania Est nel 1981.

 

GUERRA FREDDA, UNA FORMULA POLISEMANTICA. Così George Orwell rifletteva sul nuovo ordine globale prodotto dalla seconda guerra mondiale e sull’impatto delle armi nucleari. Offrendo una metafora potente e contraddittoria – “guerra fredda” – popolarizzata due anni più tardi da un altro grande intellettuale della prima metà del XX secolo, Walter Lippmann, in un volume che raccoglieva le sue riflessioni sulle relazioni internazionali e criticava aspramente la linea assunta dagli Stati Uniti nei confronti dell’Unione Sovietica, a sua volta riassunta con una metafora dalla grande popolarità, quella del “contenimento” dell’URSS, proposta dal celebre diplomatico statunitense George Kennan.

Orwell anticipava lo scenario, spaventevole e distopico, poi rappresentato in uno dei suoi capolavori – 1984 – pubblicato tre anni più tardi, nel 1948. E utilizzava una metafora non nuova, “guerra fredda”, a cui altri, in tempi recenti e lontani, si erano affidati per provare a descrivere una condizione opaca e ambigua di guerra/non-guerra, di “pace impossibile” e “guerra improbabile”, come avrebbe scritto di lì a poco Raymond Aron.

Dal 1947 in poi, prima negli Stati Uniti e nel blocco occidentale e poi in Unione Sovietica e nel resto del mondo, “guerra fredda” divenne la formula con cui si descrivevano due fenomeni, distinti ancorché strettamente intrecciati: la competizione, vieppiù globale, tra Unione Sovietica e Stati Uniti, e la natura di un ordine internazionale contraddistinto da una radicale semplificazione sistemica, dalla presenza di due soli grandi potenze (o “superpotenze” come furono ben presto definite), capaci di agire come poli magnetici, che attraevano a sé soggetti minori spinti da dipendenza securitaria, bisogni economici, affinità ideologica o semplice condizione geografica.

Quello della guerra fredda era un sistema bipolare, per quanto altamente asimmetrico e imperfetto, con il polo USA-centrico chiaramente superiore per capacità militari, sviluppo tecnologico, risorse economiche e capacità di costruire una rete globale di alleanze, a partire da quelle con le principali potenze europee. Una superiorità, questa, che nei primi anni postbellici era in parte artificiosa e legata a un conflitto da cui gli Stati Uniti erano usciti più forti e prosperi (con un PIL equivalente a circa la metà e con riserve auree che sfioravano il 70% di quelle mondiali), ma che per quanto ridotta e contestata sarebbe rimasta durante tutta la guerra fredda. Ed era un bipolarismo che, a dispetto degli obiettivi e degli auspici iniziali sia di Washington sia di Mosca, si sarebbe contraddistinto per la sua natura altamente competitiva e antagonistica.

Era insomma una guerra – per molti aspetti totale e assoluta – quella tra le due superpotenze contemporanee. Che si combatteva in ambiti classici e con strumenti convenzionali: la corsa agli armamenti; la diplomazia, le alleanze e gli aiuti esteri; la crescita economica, lo sviluppo industriale e la sua applicazione bellica. Ma che data la natura poliforme e totalizzante di questo antagonismo, si estendeva anche a sfere meno ortodosse come la cultura, l’istruzione o lo sport. Nel 1952, l’URSS inviò per la prima volta una sua squadra ai giochi olimpici estivi a Helsinki, ottenendo subito risultati straordinari e alternandosi agli Stati Uniti, da allora fino alla sua dissoluzione, alla testa del medagliere olimpico. Consapevole del fascino esercitato dal Bolshoi e dalla grande tradizione del balletto russo, il dipartimento di Stato finanziò i tour di importanti corpi di ballo statunitense, a partire da quello di Martha Graham, per dimostrare la competitività americana anche in tale ambito.

 

L’ERA NUCLEARE: interdipendenza per la sopravvivenza. Questa pervasività della competizione tra USA e URSS rifletteva la pluralità di fattori che vi sottostavano e che la qualificavano. Era un tradizionale antagonismo di potenza sorto in Europa e sull’Europa, che si estendeva rapidamente all’Asia e al resto del mondo; era una competizione geopolitica sugellata dalla capacità di proiettare globalmente le proprie impareggiabili risorse; era una sfida ideologica tra due modelli di organizzazione della società, dell’economia e della vita politica; ed era, infine, uno scontro tra due modernità realizzate, due stadi dello sviluppo industriale – due visioni del progresso storico – entrambi rivendicanti la loro universale riproducibilità per quegli attori che ne avessero voluto seguire la lezione e le prescrizioni.

Questa guerra globale, diffusa e totale era però anche “fredda”. Perché il monito tragico e potente dei due conflitti mondiali condizionò a lungo l’azione di tutti i principali decisori politici. Soprattutto, perché le armi nucleari creavano una situazione nuova, producendo nel tempo l’interdipendenza – una “interdipendenza per la sopravvivenza”, l’avrebbe definita Henry Kissinger – più profonda, ineludibile e paradossale della nostra contemporaneità. Anche su questo, la superiorità statunitense fu a lungo massiccia e incontestabile. L’Unione Sovietica testò il suo primo ordigno atomico nell’estate del 1949, ma le ci volle molto tempo prima che ciò si trasformasse in un’effettiva capacità di rappresaglia, che abbisognava dello sviluppo di missili a lunghissima gittata per poter colpire il territorio statunitense. Almeno fino a inizio/metà anni Sessanta, gli Stati Uniti disposero di una capacità di primo colpo: laddove avessero deciso di colpire preventivamente l’avversario non avrebbero dovuto temere una risposta nucleare.

Quando questa condizione venne meno, la deterrenza nucleare da semplice ipotesi teorica si trasformò in inesorabile realtà. Le armi nucleari crearono una paradossale comunanza d’interessi, positiva e negativa, tra le due superpotenze. Sulla quale s’innestò un dialogo, e una distensione, centrati sia sulla volontà di contrastare la proliferazione nucleare – e di preservare una sorta di gerarchico duopolio – sia sulla consapevolezza che tra le due superpotenze si era venuta a determinare una dipendenza mutua, parossistica ed esistenziale. Da allora in poi, Washington e Mosca avrebbero fondato la loro sicurezza sulla certezza della loro distruzione in caso di guerra, mettendo così tale sicurezza nelle mani l’una dell’altra, con una cessione di sovranità immediatamente contestata negli Stati Uniti (da Reagan ai neoconservatori), ma proseguita sino a oggi.

 

LETTURE DELLA GUERRA FREDDA. Gli storici si sono divisi, e continuano a dividersi, sulle cause, la natura e la stessa periodizzazione della guerra fredda. A letture molto euro-centriche si contrappongono altre che privilegiano un’analisi della competizione USA-URSS in un mondo “terzo” ed extraeuropeo dove essa non si manifestò nella forma di una “lunga pace” postbellica, ma agì invece da catalizzatore e moltiplicatore di conflitti e violenze[1].

Le periodizzazioni classiche, che collocano la guerra fredda tra la fine del secondo conflitto mondiale e la dissoluzione dell’URSS e del blocco sovietico (tra il 1945-1947 e il 1989-1991), sono state sfidate da altre sia lunghe che brevi, che ne individuano la genesi nel conflitto tra capitalismo e socialismo di fine Ottocento o nella rivoluzione bolscevica, ovvero ne fissano la fine già a inizio anni Sessanta, grazie proprio all’interdipendenza strategica e ad armi nucleari che agirono di fatto come “assassine d’ideologia” (ideology killers), nella definizione datane da Anders Stephanson, uno degli storici della guerra fredda più originali e influenti.

Ragionare in termini analogici, guardare al passato in cerca di lezioni o di fenomeni che ciclicamente si ripeterebbero, è tanto inevitabile quanto problematico. Perché nella inclinazione a leggere lo scorrere della storia come scandito da ripetitività, se non serialità, si rischia di perderne l’essenza ultima, che è appunto il cambiamento nel tempo. E perché ricorrere alle analogie produce non di rado la strumentale semplificazione di una storia di cui si perde l’opacità e la complessità in nome di una sua presunta funzionalità, analitica e prescrittiva, ad un presente cui queste lezioni della storia fornirebbero chiavi di letture e indicazioni di condotta.

 

LA NUOVA EPOCA BIPOLARE. Molteplici, in tempi recenti, sono state proprio le comparazioni tra l’attuale contesto internazionale e il periodo 1945-1991. Secondo le quali una nuova guerra fredda sarebbe in corso tra Stati Uniti e Cina o, addirittura, tra gli Stati Uniti e la Russia erede dell’Unione Sovietica (e del suo straordinario arsenale nucleare). Irritato da tali grossolane analogie, uno dei grandi storici della guerra fredda, Odd Arne Westad, è intervenuto nel dibattito con un agile volume nel quale sostiene che se un parallelo storico si può offrire con il presente, questo non è con il bipolarismo postbellico, ma con il pericolosissimo connubio di integrazione economica, imperialismo, multipolarismo e competizione di potenza degli anni precedenti il primo conflitto mondiale[2].

Che vi siano delle somiglianze, o anche banali continuità, tra l’oggi e la guerra fredda è fin troppo ovvio. Se uno dei tratti distintivi del bipolarismo post-1945 sono state le armi nucleari – se la guerra fredda è stata anche, e talora primariamente, l’era atomica – allora il crollo dell’Unione Sovietica ha costituito un evento epocale ma non trasformativo. Ne fanno fede sia la persistenza della deterrenza e dell’interdipendenza strategica, con tutti i loro immensi dilemmi, sia la natura ancora duopolistica (e quindi bipolare) dell’ordine nucleare, con i due antichi rivali della guerra fredda che in questo ambito preservano una indiscutibile superiorità rispetto a tutti gli altri (da soli, Russia e Stati Uniti dispongono oggi di quasi il 90% delle testate nucleari dispiegate e stoccate). Così come ne fa fede la ricorrente promessa di chi guida gli Stati Uniti – ultimo in ordine di tempo Donald Trump con il suo “Golden Dome” – di sviluppare un sistema di difesa antimissilistica che permetta di sottrarsi alle tenaglie della deterrenza, riconquistando l’autonomia e la sovranità perdute.

 

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Bipolarismo che ritroviamo in altre forme e con un diverso avversario di Washington, dotato di ben più articolate risorse di potenza rispetto a quelle monodimensionali della Russia, ossia la Cina. Dall’innovazione tecnologica agli investimenti esteri a parametri rozzi, ma nondimeno indicativi, come il peso del proprio PIL rispetto a quello globale, viviamo evidentemente in una nuova epoca bipolare che ha ormai pienamente sostituito il temporaneo e artificioso unipolarismo post guerra fredda. Un bipolarismo sempre più antagonistico e competitivo, quello tra Stati Uniti e Cina, che proprio come quello della guerra fredda si combatte su scala globale, costruendo alleanze, offrendo aiuti e armi, investendo in ricerca avanzata e applicata, cercando di avere accesso a fondamentali materie prime.

 

L’INTERDIPENDENZA SOTTESA AL BIPOLARISMO USA-CINA. Le somiglianze tendono però a terminare qui. E l’utilizzo della guerra fredda come presunta, utile analogia si fa esercizio al meglio sterile e al peggio capzioso. Diversamente dai primi decenni postbellici, il mondo attuale è contraddistinto da forme d’integrazione, e nuovamente di interdipendenza, assai più capillari, estese e profonde. Lo vediamo nel commercio mondiale che, a dispetto dell’assalto che gli sta muovendo Donald Trump, si attesta oggi attorno al 60% di un ipotetico PIL mondiale (era circa il 20% ancora negli anni Sessanta); così come lo vediamo nei flussi di capitale e negli investimenti esteri diretti, contraddistinti sì da una contrazione negli ultimi anni, ma ancora a livelli incomparabili rispetto ai tempi della guerra fredda.

 

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Investimenti che lubrificano le complesse catene di valore transnazionali su cui poggia l’economia globale. Supply chains che costituiscono al tempo stesso espressioni e agenti dell’interdipendenza: suoi effetti e cause. E che sono ancora oggi centrali in una delle interdipendenze fondamentali nella globalizzazione contemporanea, quella proprio tra Cina e Stati Uniti, fondata sul ruolo fondamentale dei consumi statunitensi, le delocalizzazioni in Cina, il finanziamento cinese del debito americano e tanto, tanto altro. In un contesto nel quale, peraltro, tra Washington e Pechino non è mai esistito, e continua a non esistere, nulla di comparabile alla competizione ideologica tra i due universalismi della guerra fredda.

È un’interdipendenza, quella sino-statunitense, oggi apertamente contestata dal tentativo statunitense di disaccoppiare le due economie. Dal commercio agli investimenti alla disponibilità cinese a tesaurizzare dollari e acquistare titoli del Tesoro statunitense, un parziale disaccoppiamento è in realtà in corso. Resta da capire se vi è una soglia di resistenza ultima di questa interdipendenza o se essa è destinata a franare, alimentando uno scontro pericolosissimo per l’ordine mondiale. Per evitare il quale è molto più utile esaminare il processo storico che sottostà al nostro presente che non evocare analogie storiche suggestive, sì, ma dal poco o nullo valore analitico.

 

 


Note:

[1] Per alcuni esempi, puramente illustrativi, si vedano John L. Gaddis, The Long Peace, Oxford University Press, 1987; Odd Arne Westad, The Global Cold War, Cambridge University Press, 2005; Federico Romero, Storia della Guerra Fredda, Einaudi, 2009; Heonik Kwon, The Other Cold War, Columbia University Press, 2010; Paul Thomas Chamberlin, The Cold War Killing Fields, Harper, 2018.

[2] Odd Arne Westad, The Coming Storm, Penguin, 2026.

 

 


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