Le vie aperte dalle midterm alla Casa Bianca
E’ sufficiente il clamore delle reazioni per cogliere l’importanza di questo voto di metà mandato negli Stati Uniti. Donald Trump catalizza su di sé l’attenzione del mondo per ogni piccola mossa che compie: figuriamoci quando perde le elezioni. Certo, è giusto ricordare che il presidente degli Stati Uniti resta lui per i prossimi due anni, ma nelle variopinte, accesissime, a volte hollywoodiane elezioni di midterm appena concluse, gli americani gli hanno voltato le spalle.
Dunque, dalle urne è uscita una vittoria per i Democratici, che molti hanno definito “tsunami”. Una definizione in linea con la spettacolarizzazione crescente di ogni appuntamento elettorale, ma sostanzialmente corretta: l’opposizione ha preso il controllo della Camera, come era atteso, ma anche del Senato. I Dem hanno soffiato ai rivali 7 seggi al Senato, e almeno 35 alla Camera, perdendone uno solo. Hanno anche guadagnato 5 governatori rispetto a quanti ne avevano prima. E oltre al danno, la beffa per i Repubblicani di aver perso anche in quasi tutti i distretti che in vari Stati erano stati ridisegnati per mettere in difficoltà i Democratici. Sconfitte arrivate nonostante una spesa record in favore dei propri candidati, nella quale spicca il singolo contributo di Elon Musk: 475 milioni di dollari.
La disfatta Repubblicana non si è concentrata in qualche territorio specifico, ma è stata piuttosto uniforme sull’insieme degli Stati Uniti. Il voto senatoriale è quello che somiglia di più a quello presidenziale, dato che ogni singolo Stato chiamato a votare deve scegliere un solo candidato da mandare a Washington. Ebbene, tra gli Stati in cui i Repubblicani hanno perso il seggio senatoriale si enumerano Texas e Kansas, dove la gente a fatica ricordava il nome dell’ultimo Democratico eletto. Nord e Sud Carolina, nel Sud tradizionalmente conservatore. Iowa e Ohio, parte di quell’America della decadenza industriale e del disagio sociale che pochi anni fa aveva scelto il trumpismo. Tra le categorie che hanno guidato la rimonta Dem, spicca il voto in massa dei giovani incluso tra i bianchi, e un importante recupero tra i latinos.
La corsa dei Democratici
Ciò fa oggettivamente ritenere aperta per i Democratici la via della Casa Bianca nel 2028; ma la domanda è, naturalmente, chi la percorrerà?
Attenzione in questo senso alla significativa vittoria di Jon Ossoff in Georgia, che ha trascinato anche quella di Keisha Lance Bottoms come governatrice, prima donna afro-americana a ricoprire questa carica (per di più nel Sud). Il senatore che Barack Obama considera il suo pupillo potrebbe ora lanciarsi nella corsa presidenziale, come candidato di mediazione tra i radicali e i moderati, le correnti che rischiano di lacerare il partito Democratico nei prossimi due anni in cui dal Congresso sfiderà Trump, e poi durante le primarie. La vittoria in uno Stato del Sud come la Georgia dimostra la fondamentale capacità di Ossoff, che si è imposto di quasi 20 punti, di saper allargare l’elettorato in regioni ostili, necessaria per ogni candidato presidenziale che si rispetti.

La sinistra radicale presenta le sue carte con l’affermazione (più stretta) di Abdul El-Sayed in Michigan, dopo una campagna accesissima, piena di tradimenti, colpi di scena, e miliardi spesi per ostacolarlo. El-Sayed è il primo musulmano eletto senatore degli Stati Uniti, ha delle posizioni molto critiche su Israele, ed è stato sponsorizzato dalle star della sinistra Dem, Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez. Proprio la deputata di New York pare intenzionata a rinnovare l’entusiasmante (ma perdente) cavalcata del senatore del Vermont nel 2016 contro Hillary Clinton. E’ ben lanciata dalla vittoria nelle primarie pre-midterm dei candidati socialisti democratici, spesso poi vincenti anche nelle urne, e dal successo internazionale del sindaco newyorchese Zohran Mamdani.
Su questo progetto restano però alcune ombre. La prima è costituita dalla “potabilità” per l’insieme dell’elettorato della sua proposta politica: la vittoria di El-Sayed in Michigan (+7 punti sul suo rivale Repubblicano) ha dimostrato che una piattaforma socialdemocratica alla Mamdani può funzionare anche nell’America “vera”. Ma è vero anche che la candidata Democratica Jocelyn Benson, più moderata, è stata eletta governatrice sempre in Michigan con uno scarto di 11 punti. Differenze che contano, se pensiamo che molte delle ultime presidenziali sono state decise da una manciata di voti.
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La seconda è il referendum in California sul prelievo fiscale una tantum del 5% ai miliardari. Al momento, il risultato è ancora in sospeso: al 61% dello spoglio, il No è al 55%. Ma anche se passasse – il che avrebbe un valore politico sostanziale – sta di fatto che il voto è stato ostacolato più o meno direttamente da molti tra gli stessi Democratici. Anche il Los Angeles Times, colosso mediatico progressista californiano, era contro. E Obama, così loquace in diverse occasioni della campagna elettorale, su questo tema non ha fiatato. Insomma, la sinistra Dem è rimasta sola a sostenerlo. A riprova di come una piattaforma considerata radicale potrebbe oggettivamente rischiare di spaccare il partito, a maggior ragione in un momento cui l’elettorato si è tanto allargato.
Se il referendum sul prelievo ai miliardari non passasse, a tirare un sospiro di sollievo ci sarebbe anche l’altro aspirante Democratico alla Casa Bianca, il moderato Gavin Newsom. L’attuale governatore della California non vuole certo scendere in campo avendo contro i ricconi di Hollywood e della Silicon Valley: vuole invece attirarli a sé come preziosi alleati. I miliardari della West Coast si sono gettati anima e cuore (e portafogli) nella campagna referendaria: hanno speso quasi 400 milioni di dollari in propaganda elettorale, per non farsi tassare.
L’eredità di Trump
Ma è ovvio che, se la vittoria apre la contesa tra i Democratici, la sconfitta apre la resa dei conti tra i Repubblicani.
Tra i membri dell’amministrazione che si disputano il lascito politico di Donald Trump non sorride affatto JD Vance, che infatti – dopo il voto – si è affrettato a prendere le distanze da alcune scelte dell’amministrazione, a cominciare dall’attacco all’Iran. Nell’Ohio che una volta era lo “stato in bilico” per eccellenza, e che ha lanciato la carriera politica dell’attuale vicepresidente, i Democratici hanno conquistato il suo seggio al Senato. E Vivek Ramaswamy, altro pezzo grosso del partito Repubblicano, ha perso il posto di governatore. Una sconfessione casalinga che Vance faticherà a gestire.

E’ andata meglio invece a Marco Rubio, che ha conservato, ma di stretta misura, le sue roccaforti della Florida. Il voto ispanico è cruciale per la carriera del Segretario di Stato di origine cubana, regista dell’operazione che ha rovesciato il presidente venezuelano, e di quella in corso contro il castrismo. Rubio ha anche il problema della concorrenza, come punto di riferimento delle decine di milioni di elettori latinos, dell’ingombrante senatore texano Ted Cruz. Tuttavia, mentre i Repubblicani conservavano a fatica le posizioni in Florida, in Texas prendeva forma il più inatteso dei verdetti delle midterm: non solo al Senato veniva clamorosamente e largamente (+12) eletto il Democratico James Talarico, ma sempre per i Dem veniva eletta governatrice dello Stato una donna ispanica, Gina Hinojosa. Una doppietta di digestione davvero difficile sia per Cruz che per i Repubblicani, in uno Stato grande, ricco, politicamente fondamentale, schierato saldamente coi conservatori da mezzo secolo.
Per quanto riguarda chi occupa la Casa Bianca oggi, Donald Trump ha accettato il risultato, già questa è una notizia: “non ho perso io, ma i candidati Repubblicani”, ha commentato il presidente. Però ha torto: la sconfitta personale è netta, e il voto di metà mandato apre una pagina nuova sia nella politica americana che in quella globale.