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Le parole del leader cinese: grande ambizione e un futuro incerto

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Nel 1966, il generale Lin Biao osservava che “ogni frase del presidente Mao è verità, una sua sola frase vale diecimila frasi”. Ma fin dall’epoca pre-imperiale, con la diffusione delle prime scuole filosofiche, il potere discorsivo ha rivestito un ruolo centrale nella cultura politica cinese. Oggi è ancora così.

“La lingua politica cinese è fortemente conservativa: il ricorso frequente a slogan e formule vaghe e stereotipate, a riferimenti metaforici ripetuti e a uno stile discorsivo ridondante serve principalmente lo scopo di inserire i parlanti nel solco di una tradizione politica – quella del PCC – che si è in gran parte svuotata dei suoi storici contenuti ideologici, mantenendo però le ritualità del passato come strumento di legittimazione politica”, ci spiega Tanina Zappone, ricercatrice dell’Università di Torino, impegnata nell’analisi di due corpi di oltre cento discorsi tenuti in contesti internazionali nei periodi 2003-2011 e 2013-2021. “La politica di oggi quindi perpetua il linguaggio formalizzato del passato, allo scopo di risvegliare nell’uditorio nazionale memorie gloriose, richiamare significati politici impliciti e insieme inibire cambiamenti ideologici sostanziali.”

Xi Jinping davanti ai microfoni per il 70° anniversario della nascita della Cina Popolare

 

Il discorso politico nell’era di Xi Jinping non fa eccezione, almeno quanto a finalità e temi trattati. Ma se ne discosta per due motivi: la maggiore centralità ottenuta da Xi in rottura con la concezione collegiale del potere introdotta dopo la morte di Mao, e lo status di grande potenza acquisito dalla Cina negli ultimi anni. Con Xi, il potere discorsivo (“huayuquan” 话语权) ha raggiunto la sua massima espressione. Come sottolinea Zappone, i suoi discorsi hanno ottenuto in breve tempo una visibilità ben maggiore rispetto a quelli dei predecessori, tanto che la prima raccolta (The Governance of China) – distribuita contemporaneamente in cinese e inglese – è stata realizzata ad appena due anni dalla nomina a capo del Partito, laddove le parole dei suoi predecessori sono finite su carta solo a distanza di anni dalla loro proclamazione. In alcuni casi addirittura dopo la fine del mandato.

Questa massiccia diffusione degli enunciati di Xi è stata resa possibile anche grazie all’utilizzo di formati innovativi, confezionati appositamente per raggiungere target diversi, dai quadri di partito agli alunni delle scuole elementari. Allo stesso tempo, la presenza mediatica di figure storiche, come Mao e Deng Xiaoping, è stata ridimensionata, e sono state introdotte nuove tecniche narrative: il linguaggio di Xi attinge alla tradizione letteraria cinese e straniera, ma anche alla cultura popolare per raccontare il paese – oggi superpotenza mondiale – in modo nuovo e soprattutto “efficace”. La frase “jiang hao Zhongguo gushi” (“raccontare bene le storie cinesi”) è diventata un mantra ricorrente nei discorsi di Xi. “Le storie hanno il potere magico di stabilire velocemente una connessione emotiva tra il narratore e gli ascoltatori creando una risonanza reciproca” si legge nella prefazione del volume “Narrating China’s Governance, Stories in Xi Jinping Speeches” (People’s Daily, 2020), in cui il leader introduce “nuovi concetti, nuove idee e nuove strategie”. Secondo Zappone, la nuova dimensione narratologica serve a plasmare l’immagine di un leader globale alla guida di un paese forte “per riconquistare spazi di influenza e consenso”.

Questo processo ha ottenuto una spinta imprevista negli ultimi dodici mesi. Il 2020 è stato un anno cruciale per la Cina e il suo lider maximo. Malgrado i ritardi nelle fasi iniziali dell’epidemia, nel giro di breve tempo la Cina si è trasformata da epicentro del contagio a cavaliere bianco della guerra al Covid-19. Ha dispensato aiuti sanitari in giro per il mondo, riuscendo persino a portare a termine un’impresa storica: emancipare il paese più popoloso al mondo dallo stato di povertà assoluta e raggiungere il traguardo della “società moderatamente prospera”. L’obiettivo era ovvero raddoppiare il Pil nazionale e il reddito pro capite rispetto ai valori del 2010 in previsione del centenario del PCC luglio).

La congiuntura favorevole ha giovato visibilmente allo standing del “timoniere” cinese in grado di traghettare il paese in salvo nonostante i venti contrari. Nel 2020, il “Pensiero di Xi Jinping per il socialismo con caratteristiche cinesi nella nuova era”, il contributo ideologico del presidente, ha raggiunto la sua massima espressione e versatilità, venendo riadattato alla sfera diplomatica e allo stato di diritto, mentre i discorsi di Xi hanno monopolizzato la prima pagina della principale rivista politica Qiushi.

Un cartellone celebra la guida di Xi Jinping

Il 2020 è stato un “anno straordinario” ha ammesso il presidente durante un discorso di fine anno dominato dalle parole chiave “popolo”, “pandemia”, “sviluppo”, “povertà” e “innovazione”. Questa eccezionalità si specchia anche nella pratica discorsiva del presidente e dei media statali. Secondo China Media Project, nel 2020 si è assistito a un utilizzo esponenziale dei termini associabili alla pandemia, in proporzione persino maggiore rispetto al nome di Xi Jinping e ai termini a lui cari “sogno cinese” (中国梦) e “Belt and Road” (一带一路), il piano strategico lanciato otto anni fa per creare collegamenti commerciali con il resto del mondo. Un dato che ritorna in una ricerca preliminare condotta da Zappone su 55 discorsi tenuti lo scorso anno dal leader in contesti nazionali (circa 65% del totale) e internazionali (circa il 35%). La lista delle parole chiave restituisce chiaramente l’idea di quanto il tema della “lotta (抗击)” e del “controllo (防控)” della “epidemia da nuovo coronavirus (新冠 肺炎疫情)” – come denota l’alta incidenza del termine “popolo (人民)” in relazione ai concetti di “sicurezza” e “salute” pubblica – abbia dominato i discorsi tenuti nel 2020.

Vale la pena notare come parole associabili a una situazione di crisi interna, in realtà, siano affiancate al concetto ricorrente di “governance globale (全球治理)”, con la richiesta di una maggiore inclusività ( 更加包容)”, della creazione di “meccanismi multilaterali più efficaci e di una più attiva cooperazione regionale (更加有效的多边机制、更加积极的区域合作)”. Tutti punti sollevati durante le principali apparizioni pubbliche di Xi e riassunti nel discorso tenuto a settembre in occasione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Un dato che l’esperta ritiene rifletta la volontà di presentare la Cina come una nazione responsabile, “pronta a partecipare in prima linea alla riconfigurazione di regole globalmente condivise, se non alla trasformazione dell’ordine internazionale attuale”.

Questa vocazione “riformatrice” traspare ugualmente dall’enfasi attribuita al termine “sviluppo”(创新), inteso come “sviluppo orientato all’innovazione ( 创新驱动发展)”: uno sviluppo più equilibrato, in grado di riposizionare la Cina nel mercato internazionale come superpotenza tecnologica, non più fabbrica del mondo. Il tema dello sviluppo, ricorrente anche durante la precedente amministrazione Hu Jintao-Wen Jiabao (2002-2012), oggi assume sfumature globali nella declinazione di “sviluppo comune (共同发展 )”. La Cina di Xi Jinping aspira a “costruire un nuovo modello di sviluppo (构建新发展格局)”, sul piano nazionale e internazionale, che assicuri “maggiore qualità efficienza, equità e sostenibilità”. La sconfitta del coronavirus e della povertà presenta un paradigma per i paesi in via di sviluppo, di cui la Repubblica popolare si considera capofila. “Il mondo sta attraversando cambiamenti mai visti in un secolo”, ma nonostante le avversità, la Cina vive ancora una fase di “opportunità strategiche”, ha rimarcato più volte Xi nei comunicati ufficiali.

In questo contesto assume un’importanza anche più cruciale un utilizzo strategico del “huayuquan”, inteso come la capacità di veicolare le proprie idee e opinioni attraverso un linguaggio efficace così da ottenere rispetto e credibilità tanto in patria quanto all’estero. Come affermato dal leader nell’aprile 2016 durante un simposio sulla sicurezza informatica e l’informatizzazione, rafforzare il potere discorsivo – soprattutto attraverso l’impiego dei nuovi mezzi digitali – permetterà alla Cina non solo di contrastare l’'”egemonia dei valori universali” e la “teoria della minaccia cinese” (中国 威胁 论), ma anche di esercitare un’influenza commisurata al proprio potere politico ed economico. In parte sembra aver già funzionato. Secondo un recente rapporto condotto dalla International Federation of Journalists (IFJ) tra dicembre 2020 e aprile 2021, oltre la metà dei giornalisti dei 50 paesi presi in esame ha affermato che la copertura della Cina nei media nazionali è stata più positiva dall’inizio della pandemia. Tre quarti (76%) hanno riferito che la Cina ha ottenuto una “presenza visibile”, rispetto al 64% dell’anno precedente.

Al di là dei proclami, tuttavia, anche nei palazzi del potere di piazza Tian’anmen affiora la consapevolezza di come un tema così vivo e sofferto, come quello di una pandemia ancora in corso, vada maneggiato con cautela. Lo dimostra la decisione di sospendere la pubblicazione di un volume multilingue intitolato “Una grande potenza combatte l’epidemia – la Cina contro l’epidemia da nuovo coronavirus in corso nel 2020” (大国战“疫”——2020中国阻击新冠肺炎疫情进行中), il cui scopo era celebrare il modello cinese nella gestione dei contagi, ma che aveva sollevato subito le critiche della cybersfera cinese. Che sia un segno di insicurezza? Il dubbio c’è.

Proprio di recente, durante una riunione del Politburo, l’organo più potente del Pcc, il presidente ha espresso la necessità di corteggiare l’opinione pubblica internazionale mostrando fiducia, ma mantenendo un atteggiamento “umile e gentile”, così da “creare l’immagine di … una Cina, credibile, amabile e rispettabile”.

Resta infatti da capire se questa celebrazione sperticata di un grande paese e di un leader forte e influente sia il riflesso di una effettiva maggiore forza: la Cina come “leone forte, ma gentile e pacifico” descritta da Xi nel 2014, parafrasando il “leone dormiente” usato da Napoleone per descrivere le future potenzialità cinesi. O se, al contrario, come suggeriscono Richard McGregor e altri analisti, sia il segnale di un Partito indebolito, sottoposto a sfide interne ed esterne sempre crescenti. L’ultimo ruggito di un leone morente, che teme ormai vicina la fine di una forma di leadership dal passato glorioso, ma dal futuro sempre più incerto.