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L’Argentina tra neoliberismo populista ed emergenza ambientale

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L’Argentina attuale mette a dura prova il concetto di coerenza. Non solo in riferimento alle scelte della sua classe dirigente, ma anche a quelle della narrazione geopolitica classica, obbligata comunque al rigore delle proprie regole stilistiche di fronte a un vero scandalo economico, sociale e soprattutto morale: quello che possiamo chiamare il “welfare tossico”.

Di cosa si tratta? Del vasto piano di sussidi sociali dapprima messo in atto dal populismo argentino di matrice neo-peronista (la dinastia Kirchner), poi avallato per tornaconto politico dall’artefatto liberista Mauricio Macri e basato principalmente sulle rimesse della soia.

Campi di soia in espansione nella zona di La Rejas

 

Questa coltura ha stravolto e avvelenato, con il paesaggio argentino, anche le dinamiche sociali della nazione. Innanzitutto perché non stiamo parlando di soia naturale bensì transgenica, basata sul micidiale “kit tecnologico” – come lo definiscono i suoi inventori e produttori – che consiste in due fasi estremamente semplici: la prima è l’uso di un erbicida “non selettivo” che stermina ogni forma di vita vegetale alterandone la genetica, e la seconda è la semina di un prodotto (soia, mais, grano) nato in laboratorio per essere l’unico a resistere a detto erbicida. E poi, come detto, perché i suoi cospicui introiti fiscali sostengono una forma di welfare meramente assistenzialista, che aumenta l’inerzia del mercato del lavoro.

Tuttavia è l’ampiezza del fenomeno a definirne la portata epocale. In Argentina l’espansione della soia ha numeri clamorosi: 9.500 ettari a inizio anni Sessanta; 5,9 milioni nel 1996 e, dopo l’introduzione della soia geneticamente modificata, gli attuali 14 milioni di ettari: una superficie pari a metà dell’intero territorio italiano.

Impatto ambientale (si aggiunga un milione di ettari di campi dissodati e disboscati con relative inondazioni incontrollate) ma anche simbolico. Con questa procedura la frontiera dell’agropecuario, cioè delle coltivazioni, ha soppiantato la tradizionale vocazione all’allevamento. E ora interessa tutta l’Argentina di pianura da Buenos Aires sino alle Ande, spingendosi anche a nord-est attraverso le Province di Entre Rios, Chaco, Missiones e dando vita, oltre confine – in Paraguay e Brasile – a quella potenza sovranazionale che ormai da più parti viene indicata come la “Repubblica della Soia”.

Questa vasta area di interessi economici ha ormai in mano i cordoni della borsa delle varie economie nazionali – quella argentina in primo luogo – ma è anche responsabile della crisi sanitaria patita da migliaia di persone esposte alle irrorazioni di un cocktail agro-tossico nel quale il tristemente celebre glifosato è solo uno degli ingredienti.

Sulla pericolosità del glifosato basti sottolineare come il governo francese – basandosi su un studio interministeriale del 2018 – abbia allestito un fondo speciale per far fronte ai futuri centomila addetti del ramo agricolo esposti a questo erbicida che si stima si ammaleranno nel corso dei prossimi anni, dei quali almeno diecimila in modo terminale, secondo questa ripartizione: 2/3 di Parkinson e 1/3 di tumore (linfomi non Hodgkin).

Per rendersi conto della posta in palio, si può ricordare che la Procura di Parigi ha da poco aperto un’inchiesta nei confronti di Monsanto (multinazionale che ha commercializzato il glifosato col nome di Roundup) per la schedatura illegale commissionata alla Fleishman Hillard nei confronti di almeno 200 personalità francesi della politica e del giornalismo rispetto alla loro posizione sull’erbicida. L’inchiesta di Le Monde e France 2 avrebbe rivelato come l’elenco illecito si basi su quattro  categorie: gli amici, schedati in “alleati” e “potenziali “alleati”, e i nemici divisi in quelli da “educare” e in quelli da “sorvegliare.” Per altri ancora, nel dossier segreto, si suggerirebbero tecniche per “isolarli”: è il caso dell’ex ministra e candidata alle presidenziali del 2007 Ségolène Royal.

Tornando all’Argentina, essa ha intrapreso la scorciatoia delle colture intensive per ottenere, grazie alle esportazioni verso la Cina (principale importatore di soia), un doppio volano: esterno ed interno. Nel primo caso la scommessa interessava la bilancia commerciale, nel secondo il finanziamento del welfare necessario a garantire la pace sociale.

Lo Stato argentino, infatti, adotta una tassazione maggiorata sui proventi della soia, che utilizza come balsamo finanziando un welfare cumulativo. Il sussidio concesso è infatti legato al numero di figli per famiglia. L’obiettivo è attenuare la corsa dell’inflazione e procedere ad alcuni timidi tagli al sistema pensionistico, che hanno tuttavia dato origine a clamorose proteste di piazza.

Ma il commercio estero incardinato sulla soia non è bastato a scongiurare l’ennesima crisi: l’Argentina dell’uomo che aveva sedotto i mercati, Macri appunto, col nuovo Presidente ha dovuto ricorrere per la ventiseiesima volta negli ultimi sessant’anni ad un accordo con il Fondo Monetario Internazionale; il Paese sta inoltre vivendo la sua seconda crisi di iperinflazione mentre rischia il quinto default della propria storia repubblicana.

Un momento delle proteste contro l’ultimo accordo del governo argentino con il Fondo Monetario Internazionale

 

La frontiera ambientale è cruciale perché la crisi argentina è anche la crisi del latifondo classico, che ha subito negli anni della presidenza di Carlos Menem (1989-1999) una trasfigurazione storica. Cambiando la proprietà della terra né è cambiata la destinazione d’uso. L’aristocrazia criolla, se così può essere definita, dal gusto europeo ma dalle solide basi economiche nazionali, parcellizzando le sue proprietà ha finito col parcellizzare l’identità socio politica nazionale.

L’Argentina prima di Juan Domingo Perón – prima cioè di un clamoroso balzo in avanti demografico – era un paese dalle classiche contraddizioni di ordine sperequativo. L’oligarchia terriera gestiva, spesso demandandolo (non di rado ai militari), il potere economico e politico in una gerarchia sociale che potremmo definire tanto ingiusta quanto classica, quasi di stampo ottocentesco. Oggi i proprietari terrieri vivono nelle grandi città o fuori dal Paese, ma spesso non sono più grandi latifondisti, bensì speculatori finanziari, attori a pieno titolo dell’economia globalizzata.

La parcellizzazione della terra, e la sua proprietà gestita in remoto, ha quindi creato una classe d’investitori nel settore agricolo che di agricoltura sanno poco o nulla, delegano il lavoro a mezzadri socialmente precari e impoveriti, avendo a cuore solo la rendita del prodotto (e quindi ecco il ricorso alla chimica massiccia) e senza riguardo verso l’equilibrio del sistema.

Si aggiunga che la soia può essere stoccata e conservata per oltre un anno e quindi attendere la migliore quotazione sul mercato, mentre la sua produzione può violare qualsiasi norma sanitaria (il dolo ambientale, per la legge argentina, è principalmente di ordine civile, assai raramente penale) e finisce per colpire i settori della popolazione rurale più indifesa. Le nubi tossiche irrorate da piccoli aerei che investono le scuole rurali adiacenti ai campi con all’interno alunni e insegnanti sono l’emblema di questa no man’s land del diritto.

Avendo barattato la propria carne di prima qualità con l’agricoltura transgenica, l’Argentina ha scelto la strada di un mercantilismo scadente, capace di sortire qualche effetto nell’immediato ma pregiudicando le basi della propria struttura produttiva e financo sociale. Infatti, la contemporanea privatizzazione della rete ferroviaria, anche questa risalente all’epoca Menem e nel quadro di una vasta liberalizzazione di tutte le risorse strategiche della nazione, ha portato negli anni al suo totale smembramento e alla crescita del trasporto su gomma.

Le fallimentari privatizzazioni argentine, inaugurate col doppio mandato di Menem e la miope riconversione agricola su base OGM, sono tutti tasselli del reiterato tentativo delle élite politiche di gettare sempre il cuore oltre l’ostacolo, o di obbedire a logiche lobbistiche alquanto spudorate. Esperimenti velleitari e spregiudicati che ogni volta, anziché portare l’Argentina strutturalmente oltre la crisi congiunturale, la gettano in una spirale sempre più complessa e sistemica. Le statistiche fotografano un Paese dove la soglia di povertà interessava negli anni Sessanta il 5% della popolazione, e oggi supera il 30%.

In questa prospettiva la differenza tra le ricette politiche di Macri (neo-liberismo e tecnocrazia) e la dinastia Kirchner (populismo neo-peronista) appaiono molto meno marcate e non cambiano la sostanza delle cose. Sono anzi destinate ad alzare unicamente il tasso retorico dell’imminente campagna elettorale per le presidenziali, nonché la fragilità dell’Argentina verso i partner internazionali, determinanti a sfruttarne le debolezze divenute ormai croniche.

I candidati presidenziali argentini in un video satirico