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La visita irachena di Papa Francesco: fede e geopolitica

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La visita di Papa Francesco in Iraq è stata un evento atteso dal mondo cristiano da molto tempo, in particolare da quando Giovanni Paolo II nel 2000 aveva dovuto rinunciare allo stesso progetto a causa delle tensioni fra il regime di Saddam Hussein e l’Occidente. Il viaggio, tra il 5 e l’8 marzo, ha avuto luogo in mezzo a fortissime tensioni, sia a causa delle preoccupazioni per l’incolumità del Pontefice, sia per le polemiche sull’opportunità di effettuare la visita nel mezzo della pandemia di Covid-19, con forti rischi per la salute dei fedeli.

Un graffito sulle mura di una chiesa di Baghdad annuncia la visita di Bergoglio, mentre un soldato iracheno pattuglia il perimetro

 

Il fatto che Bergoglio abbia optato per intraprendere comunque il viaggio è estremamente rivelatore della sua importanza, almeno per tre ragioni: quella dello status dei fedeli cattolici (e più in generale cristiani) in Iraq e nella regione mediorientale, che negli ultimi anni è stato sempre più a rischio; quella della politica di dialogo fra le maggiori religioni, e del tentativo di instaurare rapporti basati sull’apertura e la cooperazione, anziché sulla violenza e l’intolleranza; e quella degli equilibri politici e geopolitici mediorientali.

Per quanto riguarda la comunità cristiana in Iraq, la visita di Francesco la trova in uno stato di estrema prostrazione, e ridotta a non più di 250.000-300.000 persone (rispetto ai circa 1,5 milioni presenti fino al 2003). Questa situazione è particolarmente penosa per la Chiesa di Roma, se si considera che quella irachena, prevalentemente di rito caldeo, è una delle più antiche comunità cristiane del mondo, ed era riuscita a sopravvivere anche ai lunghi secoli di dominazione araba e ottomana grazie alla tradizionale tolleranza islamica verso le “religioni rivelate”, Cristianesimo ed Ebraismo. Ma negli ultimi decenni, il numero di cristiani in Iraq è costantemente diminuito, con un esodo iniziato negli anni ’80 per la guerra Iran-Iraq e poi proseguito negli anni delle due Guerre del Golfo. Oggi questa comunità è a rischio, sia per la generale instabilità del paese, sia perché è stata presa di mira dall’Isis e da altri gruppi fondamentalisti, sunniti e sciiti.

Il futuro dei Cristiani ancora presenti nel paese è quindi oscuro, così come quello delle minoranze cristiane di altri paesi della regione, a partire dalla confinante Siria. Da questo punto di vista la visita di Francesco è quindi innanzitutto un segnale di vicinanza e di sostegno rispetto ad una comunità cristiana oggi “di frontiera”.

La visita a luoghi simbolo delle origini della cristianità come la Piana di Ur, luogo di nascita del patriarca Abramo, segnala quindi – al di là del suo significato per il dialogo interreligioso – anche la rivendicazione della presenza cristiana in Medio Oriente. In particolare, durante la preghiera in mezzo alle rovine delle chiese di Mosul, il Pontefice ha evidenziato la preziosità della comunità cristiana mediorientale, e il male che il suo esodo ha rappresentato, non solo per le comunità coinvolte, ma anche per le società lasciate indietro. Nello stesso tempo, la visita a chiese come quella di Qaraqosh, un tempo vandalizzate dall’Isis e ora restaurate, sembra voler mandare un segnale di speranza e di resilienza.

Non è un caso che il Papa abbia dedicato al nord dell’Iraq, quasi tutto sotto il controllo delle istituzioni e delle forze curde, un’intera giornata del suo viaggio, prima con le preghiere a Mosul e Qaraqosh, e poi con una messa celebrata nello stadio di Erbil. Infatti, con l’avvento nello scorso decennio dello Stato Islamico, la maggior parte dei Cristiani non ancora fuggiti dal paese ha trovato un porto sicuro proprio sotto l’ala protettrice dei curdi.

Il Pontefice nello stadio di Erbil, nel Kurdistan iracheno

 

Le città del nord Iraq, come Qaraqosh e Erbil, sono quindi rimaste oggi i principali centri della fede cristiana del paese, in una situazione che però appare lo stesso precaria, sia per i costanti rischi di un riaccendersi degli scontri militari fra le varie comunità irachene (anche nei giorni immediatamente precedenti alla visita di Francesco vi sono stati attacchi con razzi contro le installazioni americane, attribuiti alle milizie sciite sostenute dall’Iran); sia per l’instabilità politica, che dalla fine del 2019 ha provocato continue ondate di proteste popolari che in diverse occasioni sono state represse nel sangue dalle autorità.

Dal punto di vista dei rapporti con le altre religioni, la visita in Iraq è anche un momento del percorso di ecumenismo e di dialogo intrapreso da Francesco negli anni del suo pontificato, con un’enfasi sulla fratellanza e sul rifiuto della violenza che Bergoglio ha formalizzato nella sua enciclica Fratelli tutti. Questo vale in particolare per il dialogo con il mondo islamico, a cui il Papa sembra assegnare una particolare importanza, in un percorso iniziato già nel 2014 con la visita in Palestina e Giordania; e proseguito più di recente, con i viaggi in Emirati Arabi Uniti e Marocco del 2019. In particolare, durante il viaggio ad Abu Dhabi del Febbraio 2019, Francesco ha firmato insieme al Grande Imam di Al-Azhar un “Documento sulla fratellanza umana” che segnala una condanna incondizionata della violenza religiosa. Se in quell’occasione Bergoglio aveva dialogato con una delle massime autorità del mondo sunnita, in questo caso ha scelto di incontrare una personalità di assoluto rilievo della fede sciita, l’Ayatollah al-Sistani.

L’anziano religioso, che ha origini iraniane ma risiede in Iraq sin dalla gioventù, non svolge nel paese solo un ruolo spirituale, ma è considerato un punto di riferimento per la comunità sciita anche a livello politico. Questo ruolo è diventato particolarmente rilevante dopo l’invasione del 2003 e la caduta del regime di Saddam Hussein, quando Sistani si è espresso in modo deciso per la democratizzazione del paese e per l’avvio di un processo costituzionale. Nello scorso decennio, le sue prese di posizione hanno avuto un ruolo decisivo prima, nel 2014, per spingere la popolazione sciita a combattere lo Stato Islamico; e poi, nel 2019, per spingere alle dimissioni il Primo Ministro iracheno Mahdi, che era considerato responsabile delle sanguinose repressioni delle proteste popolari nelle città del paese. Più in generale, Sistani viene visto da molti come un garante della democrazia e del pluralismo, anche religioso, dell’Iraq.

Incontrando Sistani nella città, santa agli sciiti, di Najaf, Francesco non si è quindi limitato ad un incontro interreligioso, ma sembra avere fatto precise scelte geopolitiche. Innanzitutto, la decisione di incontrare il leader religioso della comunità sciita, e non i religiosi sunniti, segnala che il Vaticano vede in un’intensificazione dei rapporti con questa comunità la chiave per la sopravvivenza dei cristiani in Iraq (dove la fede sciita è maggioritaria). In secondo luogo, va evidenziato che il ruolo di Sistani come leader carismatico sciita è spesso visto come un contrappeso all’influenza degli Ayatollah iraniani in Iraq, e in primo luogo della Guida Suprema Khamenei, con cui il religioso di Najaf è spesso messo a confronto.

Questa posizione potrebbe essere consona con gli interessi del Vaticano rispetto alla minoranza cristiana nel paese, in quanto diversi osservatori sono preoccupati del fatto che un crescere dell’influenza di Teheran possa avere un impatto negativo sulle condizioni delle minoranze e, in genere, per la convivenza interreligiosa nel paese.