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La tregua olimpica dell’ONU: retorica e realtà

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L’appello del presidente francese Emmanuel Macron a osservare una “tregua olimpi- ca” in Ucraina, a
Gaza, in Sudan e in tutti i conflitti internazionali durante i Giochi estivi di Parigi 2024 – dopo l’adozione della “Risoluzione sulla tregua olimpica” da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel novembre 2023 – sembra destinato a cadere nel vuoto.

La risoluzione dell’ONU – uno sforzo di routine sin dai Giochi olimpici invernali di Lillehammer del 1994 – storicamente non è altro che un “pezzo di carta”: un impegno sterile che nessuno intende onorare. Se la storia insegna qualcosa, la tregua olimpica del 2024 sarà ampiamente disattesa dalle parti in conflitto, e il surreale spettacolo della “pace attraverso lo sport” si accompagnerà alla quotidiana dose di atrocità e crimini contro l’umanità, fonte di emergenze umanitarie croniche.

Le iniziative di tregua durante i Giochi olimpici e paralimpici, regolarmente adottate dalle Nazioni Unite a fronte di guerre sanguinose, sono state un fallimento totale: le nostre ricerche e pubblicazioni escludono qualsiasi correlazione con la de-escalation o la risoluzione di conflitti “caldi” da Lillehammer in poi. Al contrario, Stati come la Russia hanno clamorosamente violato la tregua, scatenando nuovi conflitti proprio mentre si svolgevano i pacifici (o presunti tali) Giochi.

L’appello alla tregua in occasione di Parigi 2024 è una lampante dimostrazione di come lo sport globale sia in bilico tra le concrete dinamiche politiche e di potere del sistema internazionale e la missione di organizzazioni come quella olimpica, vocate a offrire un contributo tangibile alla pace nel mondo. La domanda da porsi è se stavolta la tregua possa essere qualcosa di più di un simbolico “pezzo di carta”.

 

UN MITO MODERNO. La più recente risoluzione ONU segue uno schema ormai ben noto. La tregua olimpica è, nel suo significato moderno, una risoluzione dell’Assem- blea generale adottata prima di ogni edizione dei Giochi e sponsorizzata dalla nazione ospitante: a fare da apripista è stata appunto la Norvegia in vista di Lillehammer 1994. Il periodo di tregua comincia generalmente una settimana prima dei Giochi e finisce una settimana dopo la cerimonia di chiusura. Fino al 2012, la risoluzione si riferiva solo alle Olimpiadi, ma a partire dai Giochi di Londra è stata estesa anche alle Paralimpiadi. In totale, queste richieste alle parti in conflitto sono state adottate in occasione di tutti i Giochi estivi e invernali dal 1994 in poi, per un totale di 15 eventi. Il Comitato olimpico internazionale (CIO) presenta i giochi moderni, rilanciati nel 1896, come una rievocazione quasi sacrale delle antiche feste greche.

 

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Lo sforzo diplomatico della tregua olimpica è in realtà – come l’accensione della fiamma e la staffetta della torcia – un mito tutto contemporaneo, liberamente ispirato all’antico concetto di ekecheiria: una proverbiale e mitica “tregua degli dei” che consentiva agli atleti delle città-stato greche di attraversare territori ostili per partecipare ai Giochi di Olimpia (776 a.C.-393 d.C.). Questa versione riveduta e corretta della tregua olimpica dovrebbe applicarsi a un sistema internazionale di Stati-nazione alle prese con alme- no una cinquantina di conflitti armati. Le risoluzioni in materia sono generalmente adottate dall’ONU con consenso unanime o quasi durante il ciclo biennale delle competizioni invernali ed estive.

Il primo revival della tregua olimpica fu promosso nel 1994 dal CIO e dalla Norvegia tramite le Nazioni Unite a garanzia della sicurezza degli spostamenti degli atleti provenienti dagli Stati balcanici colpiti dalla guerra civile coincidente con la dissoluzione della ex-Jugoslavia. Nello stesso spirito, il presidente del CIO Juan Antonio Samaranch nel suo discorso di apertura chiese ai belligeranti di deporre le armi e cessare i combattimenti nei Balcani, citando l’assedio in corso a Sarajevo, città che aveva ospitato i Giochi invernali un decennio prima. Tuttavia, nonostante l’attenzione internazionale sull’evento, il clima di paura esistenziale alimentato dalle tensioni etniche, religiose e politiche nei Balcani prevalse ampiamente su qualsiasi appello di pace. Quella fase dei combattimenti nella regione proseguì fino al 1995, riducendo la prima tregua olimpica moderna a un mero pezzo di carta.

La proposta di tregua per Parigi 2024 segue la stessa falsariga: la risoluzione del novembre 2023 esorta gli Stati e tutte le parti in conflitto a osservare un cessate il fuoco e a non innescare nuove ostilità tra la settimana che precede i Giochi olimpici e quella che segue i Giochi paralimpici. Il testo approvato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, intitolato “Costruire un mondo migliore e di pace attraverso lo sport e l’ideale olimpico”, invoca un “passaggio sicuro” per gli atleti impegnati nelle competizioni parigine e sollecita gli sforzi locali, nazionali e internazionali per porre fine ai conflitti armati e promuovere la pace.

 

SE LA TREGUA RIMANE SULLA CARTA. In occasione di Lillehammer 1994, il CIO dichiarò che la tregua olimpica era stata reintrodotta nella speranza che, facendo tacere le armi nelle settimane dei Giochi, gli attori internazionali potessero cogliere l’occasione per lavorare a una pace duratura. La tregua, dunque, come tappa intermedia nel perseguimento di un obiettivo più ambizioso. A conti fatti, però, la tregua olimpica è stata una promessa vuota. L’ultimo tentativo in ordine di tempo, durante i Giochi paralimpici di Pechino 2022, si è rivelato un tragico boomerang: la tregua è stata non solo disattesa nei conflitti in Repubblica Democratica del Congo, Libia, Myanmar, Siria e Yemen, ma anche platealmente e deliberatamente violata dalla Russia, che nel febbraio di quell’anno ha lanciato la sua guerra di aggressione contro l’Ucraina, con grande costernazione del CIO.

La Russia è un violatore seriale della tregua olimpica: ha intrapreso operazioni militari in spregio al cessate il fuoco nel 2008 e nel 2014, attaccando prima la Georgia e poi l’Ucraina, nell’ambito delle dispute territoriali con i suoi vicini. E, come accenna- to, l’ha fatto una terza volta nel 2022, in una vera e propria escalation di violenza. Non a caso la Russia e la Siria, sua alleata, hanno optato per l’astensione sulla risoluzione per la tregua di quest’anno, accusando il CIO di politicizzare lo sport dopo che l’organismo aveva “sospeso” gli atleti russi e bielorussi da Parigi 2024 per via delle suddette 58 violazioni e del maxi scandalo del doping a Sochi 2014 (e ai Mondiali di calcio 2018).

E mentre la Russia ha criticato la “politicizzazione dei Giochi”, il CIO ha adottato una risoluzione contro la politicizzazione dello sport, il che la dice lunga sul deterioramento dei rapporti – un tempo piuttosto stretti – tra il Cremlino e l’organizzazione di Losanna, che la Carta olimpica definisce “autorità suprema” dello sport globale. Il bilancio delle tregue olimpiche contemporanee dimostra che la rituale risoluzione delle Nazioni Unite non aiuta a prevenire, sospendere o far cessare le ostilità. Non vi è alcuna indicazione che la tregua abbia avuto un qualche effetto diretto su un conflitto in corso.

 

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Tutt’al più, la tregua potrebbe avere favorito una breve distensione tra la Corea del Nord e la Corea del Sud durante le Olimpiadi invernali di Pyeongchang 2018. I governi dei due paesi si sono impegnati in negoziati sulla sicurezza in quell’occasione, e grazie a quei colloqui le due Coree si sono presentate alla cerimonia di apertura sotto una bandiera unificata e hanno formato un’unica squadra di hockey su ghiaccio femminile. Ma il disgelo si è rivelato effimero: quei negoziati non sono stati che una fuga in avanti, senza alcun impatto duraturo sul conflitto latente nella penisola coreana.

 

LA TREGUA COME STRUMENTO DI PACE: TRE PROPOSTE. Come fare sì che la tregua olimpica 2024 diventi più di un semplice “pezzo di carta”? Al CIO e all’Assemblea generale delle Nazioni Unite proponiamo tre raccomandazioni generali per usarla come strumento di pace. Anzitutto il Palazzo di Vetro e gli Stati e le organizzazioni che sposano questa causa possono farne una potente leva simbolica per i mediatori impegnati in operazioni di peacemaking, aprendo nuove opportunità di assistenza umanitaria. La tregua può inoltre trovare una più efficace applicazione a livello locale, per migliorare le capacità di peacebuilding e di prevenzione dei conflitti dal basso. Infine, può essere un valido strumento di naming and shaming dei belligeranti, e in particolare degli Stati che continueranno a guerreggiare mentre a Parigi arderà la fiaccola olimpica, simbolo (almeno in teoria) di pace.

• La tregua può offrire un soft power, una leva simbolica ai mediatori in teatri di conflitto che mirano a un cessate il fuoco temporaneo per facilitare gli aiuti umanitari. Si tratta di andare oltre le dichiarazioni generiche e onnicomprensive. Qualsiasi tregua olimpica si riferisce ai conflitti e agli scontri in corso, ma gli appelli per un cessate il fuoco o aiuti umanitari specifici sono stati limitati.

La conferenza di pace sull’Ucraina di giugno, promossa dal governo svizzero, fa seguito agli sforzi di mediazione della quiet diplomacy elvetica e punta alla collaborazione con uno Stato cruciale come la Cina per porre fine a un conflitto feroce e senza apparente via di uscita, costato la vita a centinaia di atleti ucraini. In Sudan, mediatori regionali come l’Unione africana stanno lavorando per fermare la terribile guerra scoppiata nel 2023, all’origine della più grave crisi umanitaria del mondo. Nel conflitto tra Israele e Hamas, gli appelli a cessare il fuoco (risoluzioni del Consiglio di Sicurezza ONU comprese) sono rimasti inascoltati, nonostante l’ondata di manifestazioni pubbliche contro le atrocità compiute in questi mesi da tutti i belligeranti. Israele e Palestina saranno presenti nella veste di partecipanti alle cerimonie di apertura di Parigi 2024 con i rispettivi atleti.

Qualcuno ha espresso il timore che un cessate il fuoco temporaneo a fini umanitari possa pregiudicare gli sforzi di soluzione dei conflitti a lungo termine, e dunque la prospettiva di una piena pacificazione, ma ci sono studi che ne dimostrano l’utilità per affrontare crisi umanitarie e per mettere a punto strategie di peacemaking di am- pio respiro. Chi si oppone al cessate il fuoco, inoltre, rischia in questa fase specifica di fare il gioco della Russia, secondo cui la tregua olimpica di quest’anno permetterebbe agli ucraini di riarmarsi e dunque servirebbe solo a “prolungare la guerra”. Anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, del resto, ha respinto l’appello di Macron per un cessate il fuoco, sostenendo che la Russia in ogni caso non manterrà la parola data.

In vista delle Olimpiadi estive del 2004 ad Atene, i mediatori delle Nazioni Unite sfruttarono la tregua nei colloqui di pace guidati dall’allora segretario generale Kofi Annan per raggiungere un accordo generale sulla questione di Cipro. Alla fine, le trattative si interruppero quando il governo greco – ospite dei Giochi – ritirò il proprio sostegno all’iniziativa subito dopo aver ottenuto l’adesione di Cipro all’Unione Europea senza un costoso accordo di pace con i separatisti turco-ciprioti. Se da un lato quel fallimento mette a nudo i limiti della tregua, dall’altro mostra il potenziale dei negoziati centrati su conflitti specifici, soprattutto quando i mediatori delle Nazioni Unite puntano sugli aspetti simbolici o di soft power incarnati dalla tregua olimpica.

• La tregua può essere sfruttata per effetti localizzati, legati a sforzi dal basso per promuovere una “pace civile” con l’impegno dei giovani in comunità inclusive e spazi sicuri.

La risoluzione di Parigi 2024 riconosce ampiamente il ruolo degli atleti, delle organizzazioni comunitarie e della società civile per il peacemaking e la promozione di comunità inclusive, coese e solidali. Incoraggiando iniziative sportive locali con partner quali ONG e attori della società civile, le Nazioni Unite possono legare più efficacemente la “pace simbolica” globale dei Giochi olimpici ai progressi nello sviluppo di comunità locali più pacifiche. Se c’è un nesso tra lo sport e la pace, lo si deve rintracciare nella proposta alle giovani generazioni di un’alternativa all’estremismo violento che valorizzi abilità come la comunicazione, il lavoro di squadra e l’empatia, con la possibilità di promuovere, grazie allo sport, comunità inclusive e affrontare disuguaglianze strutturali.

In contesti come la Colombia e l’Irlanda del Nord, gli operatori impegnati in missioni di pace e sviluppo hanno usato lo sport per affrontare conflitti sociali profondamente radicati. Se si gettano le basi di uno sviluppo comunitario inclusivo, il rischio di conflittualità diminuisce perché ci sono più opportunità per tutti. La promozione di iniziative sportive locali è già una componente fondamentale della missione del CIO e vede impegnati diversi gruppi di lavoro in tutto il mondo. Magari non risolveranno i conflitti in corso, ma possono offrire alternative migliori alle nuove generazioni in realtà come l’Iraq, creando le premesse di un mondo più pacifico.

Se si sposta il focus della tregua olimpica su contesti locali, gettando i semi di un movimento più vasto, le si restituisce la dimensione umana della collaborazione e del- la comunicazione. Anche se non segnerà immediatamente la fine delle ostilità, l’enfasi sullo sport e la pace, in un crescendo globale, inizierà a fare la differenza. La tregua olimpica resterà importante anche nella sua versione attuale, con il CIO impegnato a promuovere la pace nel mondo mediante la consueta risoluzione: godendo del sempli- ce status di osservatore alle Nazioni Unite, questo è in sostanza il suo unico contributo ufficiale alla causa. Ripensare la tregua in funzione dei contesti locali è però la chiave per mettere in moto gli ingranaggi del cambiamento.

• La tregua offre l’occasione per il naming and shaming dei belligeranti e dei loro sostenitori
nei conflitti armati in corso.

In un mondo turbolento e in un ordine internazionale insicuro, la tregua continuerà a essere più un’aspirazione che una conquista. Al di là della classica critica del “pezzo di carta”, la tregua olimpica ha dovuto anche fare i conti con le forti obiezioni di due membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che l’hanno a tutti gli effetti viola- ta: gli Stati Uniti e la Russia.

Washington e i suoi alleati hanno portato avanti il conflitto in Afghanistan mentre ospitavano i Giochi invernali di Salt Lake City del 2002, e durante le Olimpiadi di Atene 2004 hanno occupato l’Iraq. L’allora segretario di Stato Colin Powell mise in dubbio l’autorità della tregua, dichiarando che “purtroppo il mondo non si ferma per le Olimpiadi, e la violenza in Iraq è perpetrata da fuorilegge che non rispettano alcuna tregua”.

Nel 2022, il CIO ha immediatamente condannato l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, denunciata da più parti (compreso il direttore del Comitato paralimpico internazionale, Andrew Parsons) durante le cerimonie di apertura delle Paralimpiadi di Pechino quale violazione diretta e flagrante della tregua. C’è chi ha suggerito di affidare la materia al Consiglio di Sicurezza, ma a meno di una sostanziale revisione della Carta delle Nazioni Unite, la tregua rimarrà di competenza dell’Assemblea generale.

Promuovendo la tregua olimpica, come ha fatto il presidente Macron, si può approfittare della pace simbolica dei Giochi per risvegliare le coscienze a livello globale. Il mondo è in preda a conflitti e violenze: un palcoscenico del genere può essere usato per indicare per nome i fautori della guerra e i loro sostenitori, e per svergognare chi ha violato e viola la tregua nei teatri di sangue dell’Ucraina e in ogni altro conflitto armato, nella speranza che si ravveda.

Al di là dei Giochi di Parigi, i futuri sponsor e promotori delle risoluzioni ONU sulla tregua olimpica potrebbero fare tesoro di queste raccomandazioni per andare oltre la dimensione retorica e offrire al mondo intero una concreta prospettiva di pace.