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La sindrome europea della ‘TassoNONmia’

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Mentre in tutta Europa si attendeva l’arrivo del 2022, dalle stanze della Commissione europea trapelava una bozza di atto delegato sull’estensione della Tassonomia al gas e al nucleare, così da rispettare l’impegno dell’esecutivo comunitario a mettere in consultazione il testo entro la fine del 2021. Il documento è stato inviato poco prima della mezzanotte agli esperti degli Stati membri, che hanno ora una dozzina di giorni per commentare la bozza ricevuta.

Un reattore nucleare in costruzione

 

Nel dibattito corrente, il posizionamento su questo testo della Tassonomia muove da una domanda quasi filosofica: possono nucleare e gas essere considerate alleate della neutralità carbonica? La risposta non è così ovvia come potrebbe sembrare a prima vista, ed ecco quindi che si creano le condizioni per una tipica polarizzazione delle posizioni cui siamo ormai abituati in qualunque dibattito.

Da un lato abbiamo i critici della bozza, che sottolineano come il gas sia parte del problema climatico e vada pertanto abbandonato tout-court come fonte energetica e come il nucleare ponga rilevanti problemi di gestione delle scorie e rischi di eventuali fughe radioattive. Dall’altro lato abbiamo il partito dei favorevoli alla proposta, che sottolineano come il gas possa dare un importante contributo alla transizione energetica, anche solo temporaneamente, in quanto molto meno inquinante del carbone, e come il nucleare sia la principale fonte carbon-free in grado di erogare potenza programmabile.

 

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Facciamo un passo indietro: l’obiettivo della Tassonomia è quello di individuare una serie di criteri tecnici da applicare a un elenco di tecnologie e definire le condizioni che le stesse devono rispettare per contribuire alla transizione energetica (e non solo). La griglia formata da elenco e criteri sarà poi utilizzata dagli investitori e dal mondo della finanza in generale per incanalare gli investimenti verdi in iniziative che effettivamente contribuiscano all’obiettivo della neutralità carbonica.

In teoria, la tassonomia propone un sistema volontario, ma nei fatti tutti sanno che – una volta completata e adottata – essa rivestirà un ruolo crescente e sempre più importante nelle scelte di un mondo finanziario che orienterà maggiori flussi finanziari verso le flagship policies della Commissione (Green Deal e non solo). Stando così le cose, la griglia della Tassonomia non è solo una questione filosofica da dirimere sulla base del punto di arrivo desiderato, ma diventa un elenco di attività che dovranno contribuire – anche in tempi diversi – ad alimentare la transizione energetica europea e un potente strumento per influenzare l’allocazione delle risorse private.

A prescindere da come la si pensi, è quindi un segnale positivo che nella bozza di atto delegato siano state introdotte esplicitamente tecnologie che potranno e dovranno contribuire alla transizione almeno fino al 2030, poiché testimonia un’evoluzione della concezione della stessa da “fotografia statica” a “immagine in movimento”. Peraltro, la Tassonomia sarà soggetta a una revisione ogni cinque anni, proprio per verificare se la situazione di mercato e l’evoluzione tecnologica permettano un aggiornamento dei criteri e della griglia più in generale.

Un’altra obiezione alla Tassonomia è che non dovrebbe essere uno strumento di policy ma un elenco basato sulle evidenze scientifiche disponibili: non possiamo che essere d’accordo. Onestà intellettuale vuole però che si riconoscano due aspetti:

(1) la scienza e la tecnologia sono (per fortuna!) in continua evoluzione e quindi anche la griglia che fosse più ancorata ai parametri scientifici a oggi prevalenti dovrebbe poter essere aggiornata con una certa frequenza per garantire la corrispondenza tra evoluzione tecnologica ed evoluzione della Tassonomia;

(2) l’uso politico della Tassonomia è cominciato ben prima dell’apertura della stessa a gas e nucleare, ossia da quando le Direttive, i Regolamenti, i Pacchetti e le Strategie europee hanno iniziato a disegnare proprio le policy facendo esplicito riferimento a quanto espresso nella Tassonomia. In tal modo si è creato un cortocircuito logico e legislativo tra le due categorie (che seguono iter di approvazione differenti), e si è imposto, di fatto, che la Tassonomia evolvesse con una maggiore profondità di analisi e lungo l’asse dei tempi, proprio per potersi affiancare/sovrapporre alle policy.

Veniamo infine ad alcune considerazioni nel merito della bozza di atto delegato. La presunta ‘apertura al gas’ in questa bozza sembrerebbe poco più di uno spiraglio rispetto alle necessità e potenzialità del settore. Infatti, in particolare i paletti da rispettare per rientrare nella casistica degli impianti a gas che godranno di un regime transitorio di favore fino al 2030 sono vari e stringenti.

In pratica, la Tassonomia riconosce come ‘verdi’ gli impianti per la generazione elettrica a gas solo sotto in due casi alternativi. Il primo caso, di durata indeterminata, prevede un limite emissivo (100 g CO2 / kWh) che in pratica sarà raggiungibile solo in presenza di tecnologie per la cattura, sequestro e stoccaggio del carbonio o sostituendo il gas fossile con gas di origine biologica o con l’idrogeno verde.

Alternativamente, gli impianti possono avere emissioni più alte se rispettano cumulativamente una nutrita serie di criteri. Anzitutto di natura prestazionale: gli impianti devono avere o emissioni unitarie raggiungibili solo dalle tecnologie più moderne oggi sul mercato (270 gCO2 / kWh) oppure avere emissioni medie per potenza installata superiori su un arco temporale di medio-lungo termine (550 kgCO2 / kW all’anno), cioè in sintesi lavorare per un numero ridotto di ore all’anno.

Poi devono essere simultaneamente rispettate alcune condizioni tecnologiche: gli impianti devono essere predisposti per alimentazione da gas a basse emissioni e prevedere una miscela con almeno il 30% di questi ultimi a partire già dal 2026.

Infine, e più importante, devono sostituire impianti di analoga capacità da fossili solidi o liquidi. Una condizione che sembra ritagliata sulle esigenze dei paesi con alta penetrazione del carbone (come Germania e Polonia) e che probabilmente, all’interno dei singoli paesi, interesserà solo i soggetti che hanno centrali da dismettere, in quanto unici a poter ‘certificare’ la sostituzione di fonti fossili solide o liquide ben più emissive del metano.

Insomma, non siamo di fronte a un provvedimento ‘libera tutti’ per il termoelettrico a gas, ma a un’esenzione temporanea finalizzata a supportare e accelerare la delicata fase di transizione in cui ci troviamo, in particolare andando a sostituire fonti fossili più dannose.

A leggere la bozza nei dettagli emerge come il destino di queste centrali a gas sia dunque intrecciato a quello del gas rinnovabile e alle prospettive di sviluppo dei ‘gas verdi’, in considerazione dell’impegno a impiegare percentuali crescenti degli stessi.

Biometano e idrogeno, quindi, che vivono momenti diversi di fortuna e celebrità, ma che entro il 2026 dovranno contribuire in modo importante al funzionamento delle centrali a gas oggetto della Tassonomia, con un inevitabile dubbio sulla loro effettiva disponibilità in volumi sufficienti a tale scopo.

Con riferimento al nucleare, la scelta della Commissione parrebbe invece meno ambigua. D’altronde, questa bozza è stata preceduta da una serie di interlocuzioni con gli organismi tecnici di riferimento (come il Joint Research Center) che hanno concesso il loro disco verde all’atomo. In pratica, la bozza dell’atto delegato subordina la ‘sostenibilità’ del nucleare ad adeguate garanzie relativamente alla gestione sicura delle scorie.

Per comprendere i razionali di questa scelta è importante tener conto che – dal punto di vista ambientale – il nucleare rappresenta un importante strumento di riduzione delle emissioni climalteranti. Non a caso i paesi che hanno deciso o stanno valutando il phase out di questa fonte inevitabilmente andranno a fare un maggior uso – almeno inizialmente – di ulteriori combustibili fossili (con costi esterni addizionali stimati 12 miliardi di dollari l’anno nel caso della Germania).

 

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Gli Stati membri maggiormente interessati alle sorti del nucleare sono la Francia, che ne trae gran parte della sua produzione domestica di energia elettrica e deve gestire un parco di centrali sempre più attempate, e i paesi dell’Est Europa, che dovranno rimpiazzare il carbone utilizzato come generazione baseload.

Senza dimenticare che il costo medio attualizzato del kWh nucleare dipende in larga misura dal costo del capitale, l’inclusione nella tassonomia – e la possibilità di accedere a forme di finanziamento ‘verdi’ e meno onerose – fa dunque una differenza enorme sulla fattibilità dei piani nucleari di questi paesi.

A ben vedere, la bozza di atto delegato scontenta più parti di quelle che soddisfa, e rappresenta il più recente ma non ultimo atto di un esercizio che sembrava nato come attività tecnica riservata ai ‘chierici’ ed è invece sfociato nella policy e nelle inevitabili mediazioni politiche.

 

 


Questo articolo è stato originariamente pubblicato il 10/01/2022 su RivistaEnergia.it