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La Serbia di Vucic e il dilemma delle sanzioni ai “fratelli russi”

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Un viaggio per dimostrare che la Russia non è isolata, che ha ancora amici nel resto del continente: la Serbia. E invece, il primo viaggio in Europa dall’inizio della guerra del ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov si è rivelato una débâcle diplomatica: Bulgaria, Macedonia del Nord e Montenegro hanno chiuso lo spazio aereo al suo velivolo e la visita a Belgrado è stata annullata. È uno degli effetti delle sanzioni internazionali, quelle che la Serbia non vuole adottare, e che comporta quindi l’isolamento da parte dei suoi vicini appartenenti alla NATO.

La visita avrebbe avuto un alto valore simbolico, una sfida a cielo aperto ai confini dell’UE, ma avrebbe soprattutto sottolineato l’alleanza tra Mosca e il suo “cavallo di Troia” nei Balcani, dopo la stipula di un nuovo vantaggioso contratto di riforniture energetiche per Belgrado. A inizio giugno, infatti, mentre l’Unione Europea raggiungeva l’accordo per tagliare quasi il 70% delle importazioni di petrolio russo, la Serbia – che all’ingresso in UE è candidata da dieci anni – annunciava un nuovo contratto triennale per l’importazione di gas dalla Russia.

“Siamo coperti per il prossimo inverno”, ha detto il presidente Aleksandar Vucic dopo l’intesa telefonica col suo omologo russo Vladimir Putin. Ciò che colpisce è il prezzo assicurato alla Serbia: circa 400 dollari per metro cubo. Sono ancora stime, poiché la tariffa finale dipenderà dalla quantità importata, ma si tratterebbe del prezzo più basso pagato in Europa per le importazioni di gas russo. Il prossimo inverno la Serbia pagherà “da 10 a 12 volte in meno che il resto d’Europa”, ha specificato Vucic. Dopo settimane di pressioni diplomatiche per allinearsi alle sanzioni occidentali contro la Russia, Belgrado per ora sceglie la sicurezza energetica, anche grazie a un congruo sconto. La differenza di prezzo, tuttavia, sarà ripagata da una maggiore dipendenza da Mosca.

Il presidente della Serbia Alexsandar Vucic

 

Ancora tra Bruxelles e Mosca

In attesa che il contratto con Gazprom sia ufficializzato, il nuovo accordo per le forniture di gas riconferma l’oscillazione della Serbia tra UE e Russia. Nelle ultime settimane Vucic ha incontrato diversi esponenti dell’Unione, tra cui il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel, rimarcando sia l’importanza delle relazioni commerciali coi paesi UE – da cui arriva il 67% degli investimenti stranieri, come sottolinea lo stesso Vucic – sia l’impossibilità di rinunciare “agli interessi nazionali della Serbia”. Il riferimento è alle sanzioni alla Russia. In virtù del nuovo contratto, tali interessi sono riconducibili al prezzo di favore pagato per il gas russo.

 

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Mosca sembra quindi ricompensare la fedeltà di Belgrado assicurandole un inverno al caldo, ma – a voler capovolgere l’interpretazione – congelandone il processo di avvicinamento all’UE. Dal canto suo, quest’ultima non sembra aver offerto i giusti incentivi per assicurarsi l’allineamento serbo. Anzi, mentre i paesi membri negoziavano faticosamente una riduzione delle importazioni dalla Russia, il presidente francese Emmanuel Macron, che detiene anche la presidenza di turno dell’Unione, lanciava una proposta per rivedere il processo di allargamento alla luce della candidatura dell’Ucraina.

L’idea francese – che ha l’obbiettivo di sbloccare un meccanismo di allargamento ormai impantanato – è quella di una “comunità politica europea”, che potrebbe sostituire le candidature e dunque i futuri ingressi ufficiali nell’UE con delle più generiche partnership di cooperazione. Una proposta che, se anche rimanesse lettera morta, conferma i dubbi circa la reale intenzione politica degli Stati europei di portare a compimento il pluridecennale processo di integrazione dei Balcani. Ma il presidente serbo ha accolto favorevolmente l’idea di Macron perché ciò gli permetterebbe di continuare a stare con un piede in due scarpe, esonerandolo dalla responsabilità di raggiungere un compromesso definitivo sul Kosovo, ritenuto conditio sine qua non per dare una svolta al processo di adesione.

E l’ex provincia serba rappresenta l’altro essenziale cardine dei rapporti di Belgrado con Mosca. Il processo di riconoscimento internazionale del Kosovo può essere ostacolato solo con il supporto della Russia, della sua rete di alleati e, soprattutto, del suo potere di veto al Consiglio di Sicurezza ONU.

La Serbia di Vucic ha però imparato a dare un colpo alla botte e uno al cerchio, presentandosi come vittima di contrapposte pressioni. Lo dimostra quanto successo a partire da metà maggio, quando Belgrado è stata nel mirino di centinaia allarmi bomba, poi rivelatisi tutti falsi, e identificati dalle istituzioni come un tentativo “dall’esterno di esercitare pressioni sulla Serbia affinché adotti sanzioni contro la Russia”, come ha spiegato la premier Ana Brnabic mentre le indagini della polizia erano ancora in corso. Falsi allarmi, quindi, che – secondo le speculazioni del governo – aiuterebbero ad indorare la pillola di eventuali sanzioni contro la Russia, rendendola una scelta a cui la Serbia verrebbe “obbligata” da fattori esterni, più che per la volontà univoca del suo leader. Nella stessa direzione sembra andare la decisione di adottare sì sanzioni, ma solo nei confronti della Bielorussia, “per il suo coinvolgimento nella guerra in Ucraina”. Una decisione che vorrebbe salvare la faccia nei rapporti con Bruxelles, ma che sa di ipocrisia e che rende ancor più altalenante il moto delle relazioni internazionali di Belgrado.

 

Il prossimo governo e la “fratellanza” con la Russia

Il tempo delle scelte, per Belgrado, resterà sospeso probabilmente fino a fine estate. Dalle elezioni dello scorso 3 aprile – quando il presidente Vucic è stato riconfermato e il suo Partito progressista ha conquistato il 44% circa dei voti – non è ancora nato il nuovo governo.

 

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In queste settimane, la Commissione elettorale (RIK) non ha ancora pubblicato i risultati ufficiali delle elezioni parlamentari, che nel frattempo sono state ripetute in alcuni seggi del sud della Serbia. Il nuovo governo sarà formato entro novanta giorni dall’ufficializzazione dell’esito delle urne. Uno stratagemma che potrebbe far guadagnare tempo utile a Vucic: seguire l’andamento del conflitto ucraino e decidere se rinnovare la decennale alleanza di governo col partito socialista, uno dei patrigni politici del filorussismo in Serbia. Svincolarsi dal partito che fu di Milosevic sarebbe un buon eurowashing, ovvero un tentativo di migliorare l’immagine europeista dell’esecutivo, ma potrebbe anche rivelarsi un boomerang politico contro Vucic stesso, che non può inimicarsi quelle ampie fasce dell’elettorato che esaltano la “fratellanza” con la Russia.

Il 30 maggio del 1992, nelle fasi iniziali della guerra in Bosnia-Erzegovina, il Consiglio di sicurezza ONU adottò la risoluzione 757, con cui l’allora Repubblica Federale di Jugoslavia venne isolata da un punto di vista commerciale e finanziario, gli uffici consolari furono dimezzati e i suoi rappresentanti sportivi vennero esclusi dalle competizioni internazionali. La Serbia e il Montenegro si trovarono in una situazione simile a quella della Russia di oggi e i suoi cittadini sprofondarono nella miseria economica. E questo fu possibile anche grazie al voto favorevole della Russia.

Quello della “fratellanza” tra Russia e Serbia è quindi un artificio retorico che, come dimostra il caso citato, è parzialmente smentita dalla storia recente. La Russia di Boris Yeltsin, che nel 1992 cercava un nuovo posto nelle relazioni internazionali, preferì tutelare i propri interessi diplomatici più che la presunta comune radice culturale con la Serbia di Slobodan Milosevic. Oggi, invece, la scelta di Vucic di non sanzionare Mosca “per difendere gli interessi nazionali” pone la Serbia nel ruolo di vassallo europeo della Russia di Putin, nella speranza che questi mantenga il sostegno a Belgrado sul dossier kosovaro.

Eppure, a fine aprile il presidente russo non si è fatto remore nel ricordare il caso dell’indipendenza del Kosovo per legittimare l’annessione russa della Crimea. Un messaggio indiretto – forse – anche per Belgrado, il cui bivio diplomatico tra Unione Europea e Russia potrebbe presto trasformarsi in un vicolo cieco internazionale.