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La geopolitica del “Green Deal” europeo

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 Per avere successo il Green Deal europeo richiederà parecchie condizioni, a cominciare dal tentativo di moderare i costi – per una parte del sistema industriale e dei cittadini europei – della rivoluzione energetica. La scommessa verde dell’Europa, prevede l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), creerà nuove leve di crescita e di occupazione; ma non sarà certo indolore perché tenderà a generare, come sempre per le trasformazioni economiche radicali, vincenti e perdenti. Non a caso, il pacchetto legislativo appena presentato dalla Commissione europea (“Fit for 55”) prevede la creazione di un nuovo Fondo Sociale per il Clima. E sarà oggetto di un lungo e difficile negoziato fra i governi nazionali e con il Parlamento di Strasburgo.

Alcune possibili critiche all’impianto di Bruxelles sono legate alla complicata politics intra-europea, cioè all’esistenza di oggettive differenze tra Paesi in termini di settori produttivi – più o meno energivori – e di capacità tecnologico-industriali nazionali. Altre riserve sono però avanzate da alcuni osservatori ed esperti per ragioni più concettuali: in particolare, c’è il timore che pur con le migliori intenzioni si adotti un metodo troppo dirigista e centralizzato, per cui la competizione e l’innovazione finirebbero per essere danneggiate; inoltre, è sempre delicata la scelta di puntare su un certo mix di soluzioni tecniche da parte delle autorità governative, perché le vie del progresso tecnologico sono per loro natura aperte e incerte. In sostanza, dovranno comunque emergere alcuni necessari compromessi tra le ambizioni della Commissione e le esigenze degli equilibri politici come anche dei meccanismi di mercato.

Uno stabilimento industriale in Polonia

 

Accanto al fronte interno esiste un fronte internazionale. La transizione energetica europea avrà anche un impatto geopolitico, spostando le priorità dell’UE verso l’accesso a quei minerali e metalli rari da cui dipende la produzione di energia rinnovabile. Sarà un processo graduale, visto il peso determinante che i combustibili fossili hanno ancora nel mix energetico del nostro Continente, che si è impegnato a dimezzare le emissioni inquinanti entro il 2035; ma l’aumento progressivo delle fonti rinnovabili è destinato a modificare la sicurezza energetica europea. Perderanno peso i rapporti con i produttori di petrolio; aumenterà l’importanza relativa del continente africano; si accentuerà la competizione tecnologica con la Cina; cambieranno le connessioni energetiche. Di conseguenza, la transizione energetica dell’Europa dovrà essere sostenuta da un’azione di politica estera.

Va aggiunto che l’Europa non può certo pensare di diventare il leader mondiale in tema di sostenibilità in totale autonomia e solo grazie al suo esempio virtuoso. Ambire a fissare standard internazionali è un’ottima strategia, muoversi per primi anche; ma è poi indispensabile – perché la scommessa ambientale sia vinta – che gli altri attori principali adottino a loro volta politiche simili. Non si può essere un leader globale senza avere dei follower, o almeno dei partner disponibili.

Esiste quindi, sulla gestione del Green Deal, un legame decisivo tra la dimensione interna europea e la proiezione internazionale dell’UE. Che dovrà ragionare anche in chiave geopolitica, su quattro fronti in particolare.

Il primo, ineludibile, è la ricerca di un accordo con gli Stati Uniti, quale condizione per rendere credibile l’ambizione europea di definire nuovi standard globali in materia ambientale. Con l’amministrazione Biden le premesse sono molto migliori di un tempo, come dimostrano le strette consultazioni già in corso. Non è chiaro, tuttavia, quale sarà l’impatto di uno degli strumenti previsti dal pacchetto “Fit for 55”, cioè la famosa “carbon tax” alla frontiera. Applicando un dazio sul contenuto di carbonio dei prodotti importati, l’UE punta a proteggere i propri produttori da inevitabili svantaggi competitivi; ma rischia così di innescare una spirale protezionistica.

John Kerry, inviato speciale del Presidente americano per il clima, ha espresso nei mesi scorsi perplessità sul meccanismo della “border tax”, dichiarando di volere essere certo che i rischi possibili siano inferiori ai vantaggi. Tuttavia, la legge di bilancio appena presentata dai Democratici al Congresso include per la prima volta una “carbon tax” all’europea, che colpirebbe anzitutto i prodotti cinesi. In teoria le due sponde dell’Atlantico si avvicinano, creando una pressione sulle grandi economie più inquinanti; nei fatti, l’introduzione di una misura del genere resta problematica e potrà invece complicare accordi globali sulle politiche climatiche.

Il secondo fronte è la Russia: partiamo da una situazione di forte “interdipendenza” dal gas russo, soprattutto per Germania e Italia tra le maggiori economie europee, e in realtà fino al 2030 le cose non cambieranno granché in termini di forniture e fabbisogno. Il gas naturale sarà comunque una delle fonti necessarie della transizione energetica, come spiega il ministro Roberto Cingolani in una intervista ad Aspenia. Ma il futuro non sarà facile per la Russia e gli altri Stati “rentier”, con economie quasi interamente affidate alla produzione di petrolio e di gas. E la geografia non cambierà a seguito della transizione verde. Un vicino russo privato della sua maggiore fonte di sostentamento (e di potenza) andrà gestito con particolare attenzione.

In terzo luogo, esiste una sponda mediterranea e africana per le politiche di sostenibilità. Europa e Africa sono potenzialmente complementari in molti settori-chiave: sarebbe logico uno sforzo vero da parte europea, che per ora si vede troppo poco, per sviluppare energia rinnovabile sull’altra sponda del Mediterraneo. Uno sforzo che ovviamente richiede ingenti investimenti, oltre ad accordi ad hoc con partner da selezionare in base alla collocazione geografica, alla dotazione di materie prime strategiche, e alla disponibilità di spazio fisico per l’installazione di impianti fotovoltaici o eolici.

Il quarto fronte, ma non certo in ordine di importanza, riguarda la Cina, che è ormai di gran lunga il maggiore produttore mondiale di emissioni inquinanti. Come è evidente, coinvolgere attivamente la Cina (e l’India, terzo produttore mondiale di emissioni) nelle politiche ambientali, è indispensabile. La Cina ha inoltre molto a che fare con la nuova dimensione della sicurezza energetica: con il possesso o il controllo di terre rare e materiali sensibili per le energie rinnovabili. Se la transizione energetica diventerà, come sta in parte accadendo, un puro elemento di competizione economica, tecnologica e geopolitica, la sfida ambientale verrà persa. Vedremo con il G20 presieduto dall’Italia e con la COP26 dell’autunno, che si preannuncia non facile, quanto riusciremo a tenere aperto un canale di cooperazione globale.

L’Europa ha in conclusione bisogno, per gestire con successo il Green Deal, di una vera politica estera. Affrontare le sfide interne richiederà pragmatismo e flessibilità; gestire quelle esterne richiederà visione geopolitica e una buona dose di creatività diplomatica.