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La COP27 in Egitto: le contraddizioni di un Paese che reprime le libertà politiche

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Per anni, gli ecologisti hanno affermato che diritti ambientali e diritti umani dipendono gli uni dagli altri, perché gli Stati non possono garantire alcuna giustizia climatica senza prima garantire giustizia sociale. Questo legame è tornato ad essere un tema di dibattito dopo l’assegnazione, all’Egitto, dell’organizzazione della Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima.

 

Da un lato infatti è evidente che organizzando la COP27 in Africa si puntano i riflettori su un continente – e in esso un Paese, l’Egitto – sproporzionatamente colpito dai peggiori effetti del cambiamento climatico, che si riflettono nelle disuguaglianze tra nord e sud del mondo. Ma dall’altro è risultata controversa la scelta di organizzare a Sharm el-Sheikh un summit che coinvolge non solo gli Stati e i governi, ma anche l’ampio spettro della società civile che ha contribuito al dibattito nelle precedenti COP, manifestando anche il suo dissenso sulle scelte dei singoli governi e delle organizzazioni internazionali.

Questo non solo perché in Egitto non si può – per legge – manifestare (il ministro degli Esteri Sameh Shoukri, ha chiarito che le ONG internazionali avranno un edificio separato dove potranno svolgere le loro attività e organizzare le loro controproposte), ma anche e soprattutto perché il clima repressivo che si respira lungo il Nilo impedisce all’interno stesso del Paese un dibattito serio e critico sulle questioni ambientali.

Già mesi fa, diversi ricercatori e numerosi attivisti avevano denunciato alle Nazioni Unite che a Sharm el-Sheikh non sarebbe stata garantita la presenza delle ONG egiziane indipendenti e non gradite al governo del Cairo: questo ha in effetti ammesso, in forma straordinaria e senza un avviso pubblico, una trentina di organismi operanti nel Paese su temi ambientali, come il riciclaggio dei rifiuti e la lotta all’inquinamento. Ad essere escluse, secondo gli attivisti, sono però tutte quelle associazioni che criticano le scelte urbanistiche governative come il taglio degli alberi per fare spazio a strade sempre più larghe e la cementificazione urbana Alcune delle ONG escluse – l’Egyptian Initiative for Personal Rights con la quale collaborava anche Patrick Zaki, il Cairo Institute for Human Rights Studies, il Center for Egyptian Women’s Legal Assistance e l’Association for Freedom of Thought and Expression – sono peraltro quelle da anni invise al regime e vittime di intimidazioni e attacchi. Queste esclusioni sono state denunciate anche da cinque esperti delle Nazioni Unite che hanno evidenziato una serie di fattori che impediranno la partecipazione di attori indipendenti della società civile, a partire proprio dalla mancanza di informazioni e di criteri trasparenti per le operazioni di accredito. Nel mettere nero su bianco tale questione, i cinque esperti hanno anche ricordato il contesto repressivo nel quale sono costrette a lavorare le ONG egiziane, tra congelamento dei loro beni e restrizione dei viaggi imposte ai loro ricercatori e attivisti.

Per rispondere in parte a queste accuse, a luglio il regime egiziano ha inaugurato il cosiddetto “dialogo nazionale”, una piattaforma pubblica voluta dal presidente Abdel Fattah Al-Sisi per accogliere rappresentanti della società civile e della politica e discutere i problemi politici, economici e sociali del Paese. Un annuncio che fino ad ora non ha portato a nulla di pratico, ma che è in parte legato alla liberazione – con grazia presidenziale – di decine di prigionieri politici sottoposti a detenzione. Una mossa distensiva – i più critici dicono cosmetica – in vista del grande appuntamento internazionale.

A fare cadere la scelta sull’Egitto, come Paese ospitante, hanno probabilmente contribuito una serie di indicatori ambientali che mostrano l’impegno e i progressi del Cairo nel settore del contrasto al riscaldamento globale, come peraltro si nota a colpo d’occhio vedendo al Cairo comparire inedite piste ciclabili, pannelli solari e cannucce biodegradabili. Gli indicatori del cambiamento climatico svelano poi che l’Egitto è tra i Paesi che stanno lavorando più seriamente – in Africa e in Medio Oriente – per ridurre le emissioni di CO2 (2,5 tonnellate pro-capite all’anno, contro le 5,3 dell’Italia e le 32 del Qatar). Il Cairo viene premiato anche dal Climate Change Performance Index, dove si posiziona in 21esima posizione su 60 Paesi, con un punteggio mediamente migliore di quello dell’insieme dell’Unione Europea.

 

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Secondo ricercatori come Mohamed Rafi Arefin, dell’University of British Columbia, questa però è solo una faccia della medaglia e il pericolo è che i delegati internazionali che parteciperanno alla COP27, fermandosi a questi dati, non avranno la possibilità di approfondire i problemi ambientali dell’Egitto. Su questi è stato peraltro diffuso poco materiale, visto che una legge del 2019 prevede che i ricercatori ottengano il permesso del governo prima di pubblicare informazioni o analisi ritenute di rilevanza politica. Secondo Human Rights Watch ciò ha nei fatti spinto molti ricercatori a interrompere il proprio lavoro. Mentre sarebbe permesso fare ricerca su temi come riciclaggio, energie rinnovabili, finanza climatica e sicurezza alimentare, si amplia la lista di temi tabù: la sicurezza idrica, l’inquinamento industriale, l’agro-business, la relazione tra turismo e ambiente, l’impatto ambientale dell’opaco comparto militare e i faraonici progetti edilizi, tra i quali quello della nuova capitale amministrativa.

Tutto questo ha portato anche la scrittrice e attivista canadese Naomi Klein a parlare per l’Egitto di greenwashing, ovvero di un ambientalismo di facciata, utilizzato dal Cairo per distogliere l’attenzione della comunità internazionale dalle asprezze della dittatura, come ad esempio gli oltre 60mila prigionieri politici. Il caso più discusso – e ormai diventato simbolo anche della COP27 – è quello di Alaa Abdel Fattah, storico attivista egiziano e volto della rivoluzione del 2011 che è in carcere nuovamente dal settembre 2019 e in sciopero della fame da sette mesi. Visto che Alaa ha da poco ricevuto la cittadinanza inglese, il suo caso è stato discusso anche nel passaggio di consegne dalla COP26, gestita da Londra. Non è un caso che uno dei saggi più discussi alla vigilia del summit di Sharm el-Sheikh sia quello di Omar Robert Hamilton, scrittore e registra egiziano-britannico, nonché cugino di Alaa Abdel Fattah. Paragonando il potenziale dell’attuale epoca della transizione energetica a quello della decolonizzazione, Hamilton teme che la COP27 diventi l’ennesima occasione in cui i rappresentati degli Stati cercheranno di portare avanti i loro spicci interessi nazionali, nascondendosi dietro un falso ambientalismo, con cui governi come il regime egiziano potranno ripulire la propria immagine, presentandosi come paladini della lotta al cambiamento climatico.

Proprio per scongiurare che questo avvenga, è nata una coalizione civica di ONG  egiziane o attive su questioni egiziane che comprende anche alcune delle organizzazioni escluse dalla COP27. La coalizione non chiede di boicottare il summit (alcuni ricercatori e attivisti delle ONG della coalizione andranno, a titolo personale, a Sharm el-Sheik), ma vuole sfruttarlo per veicolare un chiaro messaggio: se non si difendono le libertà politiche non è possibile un’azione climatica significativa. Né in Egitto, né in nessun altro Paese.

 

Video: La proiezione internazionale dell’Egitto di al-Sisi

 

Un punto colto da Greta Thunberg che il 30 ottobre ha annunciato che non parteciperà alla COP egiziana, definendola uno strumento di greenwashing. Proprio lo stesso giorno Greta ha fatto una visita a sorpresa al sit-in di solidarietà ad Alaa Abdel Fattah, davanti al dipartimento degli esteri del governo britannico a Londra. La presa di posizione di Greta sembra però isolata, come del resto sembra essere caduta nel vuoto la richiesta di solidarietà lanciata da diverse ONG egiziane a chi invece parteciperà. Gli attivisti egiziani speravano che i colleghi occidentali spingessero i loro governi a vincolare la loro partecipazione al summit di Sharm el-Sheikh a una serie di richieste puntuali al governo egiziano: dal rilascio dei prigionieri politici alle garanzie per l’organizzazione di contro manifestazioni di strada.

Le ONG occidentali hanno firmato petizioni, scritto articoli critici nei confronti del regime egiziano, organizzato (in Germania) piccole manifestazioni per denunciarne il greenwashing e chiedere la liberazione di Alaa Abdel Fattah. La loro azione – rimasta isolata – non è però riuscita ad esercitare una pressione reale sul regime del Cairo rimasto sordo alle loro richieste. Anzi, il 31 ottobre in Egitto sono state arrestate decine di persone che stavano organizzando una manifestazione di protesta per l’11 novembre, quando la COP27 sarà in pieno svolgimento.