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Il summit Biden-Putin: accordo sul disaccordo

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Se l’obiettivo di Joe Biden era procedere verso una relazione stabile e prevedibile con Vladimir Putin si può dire che il summit di Ginevra del 16 giugno, che ha sancito il ritorno dei rispettivi ambasciatori presso le sedi diplomatiche dopo mesi di assenza, è un primo passo in questa direzione. I due presidenti hanno tenuto conferenze stampa separate – per evitare di manifestare i propri disaccordi di fronte alla stampa – e sembra che almeno su due temi ci sia una sorta di convergenza: il controllo degli armamenti e l’universo cibernetico. Restano però forti le tensioni e non mancano le critiche al presidente americano per aver concesso a Putin un palcoscenico internazionale.

Vladimir Putin e Joe Biden a Ginevra

 

L’asticella delle aspettative era molto bassa, soprattutto se si guarda all’operato dell’ex presidente Donald Trump in occasione dello scorso vertice con la Russia di Helsinki nel 2018, quando Trump aveva negato la veridicità delle informazioni dei servizi di intelligence americani circa le interferenze elettorali della Russia e gli attacchi cyber. Il deterioramento della posizione americana in quell’occasione è stato tale che l’allora Consigliera alla Sicurezza Nazionale Fiona Hill con portafoglio Russia ed Europa – come ha dichiarato alla CNN – aveva pensato perfino di far scattare l’allarme antincendio pur di porre fine al meeting e limitare i danni.

Non ci voleva molto perché il summit andasse meglio di così, nonostante la durata più breve del previsto (tre ore rispetto alle cinque programmate). Ma poteva andare anche molto peggio, ad esempio alla luce delle tensioni in Ucraina, dove la Russia sta incrementando la propria presenza militare e gli Stati Uniti hanno promesso grandi finanziamenti per adeguare la difesa ucraina. Mosca è poi attiva in due altri teatri d’interesse americano: l’Afghanistan, e la Siria. Inoltre, nel momento stesso in cui aveva luogo l’incontro, la marina militare e l’aviazione russe hanno condotto esercitazioni non molto lontano dalle coste delle isole Hawaii.

Nonostante ciò, l’ambito delle armi nucleari è quello dove si intravedono possibilità molto concrete di collaborazione tra le due potenze. L’interesse reciproco per una maggiore stabilità nel controllo degli armamenti e dei trattati che lo costituiscono si è concretizzato durante questo summit con l’organizzazione di gruppi di lavoro con esperti e militari da ambo le parti, responsabili di monitorare l’evoluzione delle nuove tecnologie e stabilire i limiti nel loro utilizzo. Sull’universo cyber, nel corso della conferenza stampa, Biden ha presentato una lista di 16 entità che gli Usa considerano strategiche e pertanto devono godere di massima sicurezza informatica, e ha dichiarato di aver detto a Putin “immagina cosa succederebbe se attaccassero le infrastrutture russe”, facendo riferimento al fatto che una guerra cibernetica non conviene a nessuna delle due parti.

A questo incontro il presidente Biden si è mostrato rilassato, preparato e deciso, al contrario di Putin che è apparso molto teso. Tuttavia la prestazione di Biden non è stata esente da critiche interne che emergono dalla polarizzazione del dibattito sulla Russia a Washington.

Da una parte i Democratici che dal 2016 puntano il dito contro Mosca per l’hackeraggio delle piattaforme del Partito Democratico durante le presidenziali che avrebbe favorito la vittoria di Trump; dall’altra i Repubblicani, che hanno difeso il presidente Trump da due processi di impeachment, nonostante i legami con la Russia evidenziati dal rapporto del procuratore speciale Robert Mueller.

Molti dei critici accusano Biden di uno “sleepwalking”, un cammino da sonnambulo verso un “reset” che non ha motivo d’essere perché il Cremlino non ha fatto alcun passo verso le posizioni americane, tutt’altro. Secondo le voci critiche, i risultati del summit non sono concreti in quanto non si sono ottenute promesse dal lato  cyber, né sulla liberazione di due cittadini americani detenuti in Russia, o del leader dell’opposizione Alexey Navalny, o ancora sull’Ucraina. Inoltre, il summit avrebbe concesso troppa importanza al leader russo e alla Russia in generale (a cui Biden si è riferito come “grande potenza”) e offerto a Putin l’opportunità di fare propaganda davanti alle telecamere internazionali. Oltre a negare ovviamente il coinvolgimento della Russia negli attacchi cyber come dell’oleodotto Colonial e il colosso brasiliano delle carni JBS (attaccato a mezzo di ransomware provenienti da hacker basati in Russia); Putin ha inoltre approfittato della tribuna offerta dal vertice per paragonare le proteste ispirate da Alexey Navalny all’attacco al Campidoglio del 6 gennaio, per delegittimarne la natura e puntare il dito contro la presunta incoerenza degli Stati Uniti.

Le relazioni restano tese e nulla infatti è cambiato sulla postura sanzionatoria degli USA, su cui l’amministrazione Biden non ha fatto passi indietro rispetto al pacchetto di sanzioni pesanti adottato pochi mesi fa in risposta alle azioni russe come l’attacco cyber SolarWinds e l’incoraggiamento ai talebani in Afghanistan per colpire soldati americani. Inoltre, proprio nei giorni successivi al summit gli Stati Uniti starebbero preparando ulteriori sanzioni in risposta all’avvelenamento di Navalny.

Per valutare i risultati del summit ci vorrà del tempo e i prossimi sei mesi saranno cruciali per valutare la risposta russa ed eventuali de-escalation sui teatri più caldi e nell’universo cibernetico. Nel frattempo, questo bilaterale va interpretato come una misura di “confidence building”: un passaggio verso una conversazione più franca e coerente, dove a ogni azione corrisponde reazione più o meno prevedibile.

“Voglio che il Presidente Putin capisca perché dico quello che dico e faccio quello che faccio” ha detto Biden all’inizio della sua conferenza stampa post-summit, ed è questo il risultato principale dell’incontro di Ginevra: evitare malintesi che, nel caso di due potenze nucleari, possono portare a conseguenze devastanti per tutto il mondo.