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Il secondo “Summit per la democrazia” di Biden: ordine internazionale e visione liberale

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 Alla fine di marzo si è tenuto, per iniziativa dell’amministrazione Biden, il secondo “Summit for Democracy dopo quello inaugurale del dicembre 2021. L’evento ha inteso evidentemente segnare e rimarcare la differenza tra diversi sistemi di governo, rivendicando i pregi e le potenzialità della democrazia liberale di mercato. Fin qui, nulla di strano né di sorprendente; è stato però giustamente notato che un approccio di questo tipo scava un solco più profondo tra Stati o culture politiche, rendendo forse il divario esistente più difficile da gestire. Il rischio è certamente di dividere il mondo in due categorie contrapposte, senza “zone grigie”.

Joe Biden in video collegamento con alcuni dei partecipanti al Summit per la Democrazia 2023

 

E da qui il passo è brevissimo per far riemergere le ricorrenti polemiche sui “doppi standard”, per cui gli Stati Uniti come tutte le democrazie finiscono poi per avere rapporti anche molto stretti con Paesi ben poco o per nulla democratici e poco o per nulla rispettosi dei più basilari diritti umani. In effetti, si può replicare facilmente che anche il più democratico e coerente dei governi deve riconoscere alcuni principi della Realpolitik e fare dunque ricorso ad alcuni compromessi, nel perseguimento dei propri interessi e dei propri stessi valori. Insomma, a volte si deve trattare con partner non del tutto graditi, in politica estera come nella vita quotidiana.

Una seconda osservazione che spesso viene fatta è ancor più importante: vi sono molte zone d’ombra nel modo in cui le stesse democrazie liberali applicano i propri principi fondanti in casa propria, e ciò può porre in dubbio la loro solidità ed efficacia quando agiscono in campo internazionale. In altre parole, se il “fronte interno” è debole c’è il pericolo di non essere credibili all’esterno. Qui la risposta è che vi sono davvero vari segnali di inadeguatezza nel rapporto tra istituzioni e cittadini, e perfino un senso di crisi in Paesi di antica o consolidata cultura democratica (soprattutto a giudicare dal basso livello di consenso espresso da molti elettori per istituzioni-chiave come le assemblee parlamentari); ma è altrettanto vero che un carattere distintivo dello Stato di diritto e della concezione liberale è proprio la libertà di critica, cioè una forma di radicale autocritica insita nel sistema stesso.

In sostanza, la democrazia moderna “normalizza” un certo tasso di instabilità permanente già mediante i rapidi cicli elettorali, che consentono l’alternanza al potere, e persegue il medesimo obiettivo con varie forme di bilanciamento (dunque, anche conflitto) tra poteri. Se e quando questi meccanismi non bastano, i cittadini hanno anche diritto alla protesta, compresa la protesta di piazza (purché pacifica e rispettosa della proprietà privata). In tal modo la democrazia liberale cerca di assorbire e includere nella sua vita politica anche una forte litigiosità, il conflitto sociale, e periodiche fratture culturali o generazionali.

Va ricordato, in estrema sintesi, che questo sistema di governo – imperfetto quanto si vuole – è uno straordinario metodo per far dialogare individui e gruppi con opinioni profondamente diverse, non per sopprimere le divergenze. Non deve quindi sorprendere il fatto che vi siano episodi di protesta, anche dura e “anti-sistema”: il punto fondamentale è che il diritto alla protesta da parte dei cittadini è tutelato dalle regole democratiche – non represso con la violenza come nei regimi autoritari. Non a caso, chi scende in piazza contro il proprio governo in uno Stato di diritto non sembra solitamente voglioso di spostarsi a vivere in qualche Paese autoritario.

 

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Vediamo ora come queste circostanze interne ai sistemi democratici contemporanei si riflettono sulla proiezione internazionale. Una critica legittima è che sarebbe realistico edificare un “ordine internazionale” condiviso e inclusivo, certamente in un mondo complesso come quello del XXI secolo, sulla base di criteri politici che hanno radici storiche e culturali specifiche – e non condivise da buona parte della comunità globale. E’ un’osservazione sensata, che però nasconde un problema di fondo e un quesito irrisolto: anzitutto, non si può rimuovere per incanto una lunga storia di evoluzione e cambiamento politico-sociale che è originata da alcune aree geografiche e non da altre; in secondo luogo, ci si deve chiedere se le democrazie liberali non abbiano comunque la facoltà di perseguire i propri valori e i propri interessi dalla specifica prospettiva delle istituzioni che le caratterizzano. Se, per ipotesi, si dovesse oggi disegnare a tavolino un ordine globale che fosse il più giusto, equo, pacifico possibile, sarebbe illogico chiedere ai Paesi democratici e ai loro cittadini di fare tabula rasa delle loro concezioni politiche e della loro storia, perfino in nome di un nobile tentativo di trovare un grande compromesso “mediano” con tutti gli abitanti del pianeta Terra.

La situazione è in realtà ancor più complicata di così, quando si pensi che praticamente tutte le organizzazioni internazionali oggi esistenti – e senza dubbio quelle a vocazione “universalistica” – sono fondate proprio sui principi dello Stato di diritto. Si sente dire, con sempre maggiore insistenza, che la Cina e con lei quasi tutto il “Global South” (espressione quanto mai ambigua che avrà ormai vita breve) vogliono costruire un ordine globale alternativo a quello attuale; ma al momento i contorni di un eventuale sistema alternativo restano terribilmente vaghi, al di là di una redistribuzioni dei pesi relativi nel controllo delle maggiori organizzazioni e agenzie della “famiglia ONU” – in particolare, meccanismi di voto nel Fondo Monetario Internazionale o nella Banca Mondiale. Quanto alle Nazioni Unite come tali, il cuore di ogni proposta di riforma non è certo l’Assemblea Generale ma naturalmente il Consiglio di Sicurezza, che infatti è il meno democratico-liberale di tutti gli organi esistenti, fotografando tuttora le forze in campo alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Concentrando l’attenzione specificamente sulla Cina, le molte dichiarazioni del Presidente Xi Jinping riflettono soprattutto una critica piuttosto generica dell’ordine attuale, e sembrano profilare un sistema di governance globale che sia l’antitesi di quello “occidentale”. Ma non è chiaro in cosa dovrebbe realmente consistere l’alternativa, se si eccettua la fine del predominio del dollaro americano come valuta di riserva (che però poggia in larghissima parte sulle preferenze dei mercati e non su trattati internazionali). Anche sul piano militare, la Cina sembra pretendere la fine della supremazia americana sulle grandi rotte marittime, ma siamo di nuovo di fronte a un dato fattuale che oltretutto sarebbe semmai superato da una sorta di “staffetta” proprio a favore di Pechino: quanti Paesi al mondo sarebbero disposti a firmare per avere le flotte oceaniche cinesi in sostituzione di quelle americane?

Se allora un nuovo sistema di rapporti globali dovrebbe vertere principalmente su un diverso sistema giuridico, è opportuno che qualcuno si faccia avanti con proposte concrete, soprattutto per gestire questioni enormemente complesse come il cambiamento climatico, la crescita sostenibile, i maggiori flussi migratori. Vi sono ad esempio lavori accademici di grande interesse che auspicano (in alcuni casi predicono) il superamento dello Stato-nazione come entità centrale dei rapporti internazionali; ben venga una discussione su questa prospettiva, ma è arduo immaginare che appassioni la leadership cinese o quella di altri Paesi “emergenti”, dall’India al Brasile.

Se invece converrà restare nell’ambito più tradizionale dei negoziati tra governi statuali, è il caso di ricordare che gli stessi concetti di Stato moderno e di “relazioni internazionali” sono un’invenzione europea poi trapiantata negli Stati Uniti, con tendenze osservate e teorizzate che oscillano tra i due estremi della Realpolitik (incentrata sulla competizione per il potere e il fragile “equilibrio di potenza”) e della “pace perpetua” (con la prospettiva di “addomesticare” la conflittualità mediante i commerci e le norme giuridiche).

In ultima analisi, non si sfugge alla lunga e complicata eredità del pensiero occidentale, che a sua volta ha prodotto la visione democratico-liberale di mercato.

Tornando così alla stretta attualità, si pone un vero dilemma soprattutto per la Cina in quanto principale “sfidante” del sistema preesistente rispetto alla sua recentissima ascesa come potenza economica: l’impianto dell’ordine internazionale liberale sembra essere praticamente privo di alternative, non perché sia il paradiso in Terra (non lo è, e ha vari difetti) bensì perché il modello di sviluppo cinese è di fatto una versione deformata e adattata del “nostro” modello, e ha intelligentemente sfruttato i punti di forza della globalizzazione degli ultimi tre decenni. Dunque, il Partito unico con il suo leader unico non ha interesse a gettare via la globalizzazione, né a combatterla; ha invece interesse a impadronirsene.

 

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Alla luce di questo ragionamento, la vicenda del secondo “Summit per la democrazia” voluto dall’America di Biden assume connotati più interessanti. I cinesi sono ormai considerati maestri nella costruzione di grandi infrastrutture, ma dovranno capire che una fondamentale infrastruttura dei mercati globali si chiama democrazia liberale di mercato. Che piaccia o no.