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Il rischio di un precipizio cinese: lockdown anche oltre il Covid

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 La Repubblica Popolare Cinese si sta avvicinando pericolosamente all’orlo di un precipizio.

Quello che sta accadendo in Cina, con l’allentamento improvviso delle restrizioni Covid senza vaccinazioni e immunizzazioni su larga scala e con vaccini meno efficaci di quelli occidentali, potrebbe essere uno sconvolgimento senza precedenti – anche di tipo politico-sociale. Il Paese non ha infatti l’infrastruttura sanitaria, né la fiducia dei cittadini verso le istituzioni, per gestire una massa di malati come quella che prevedibilmente sta arrivando verso gli ospedali e che in parte rimarrà nelle case. La repressione militare, che quasi certamente tornerà a livelli ancora più alti che nel recente passato, non basterà affatto a risolvere il problema. E’ dunque un momento di rischio altissimo per la leadership di Xi Jinping e per il Partito unico.

Controllori sanitari a Pechino

 

Il sistema politico nel suo complesso potrebbe risentire anche di una forte tensione tra il centro e le periferie, cioè tra Pechino e le province (in alcuni casi, “regioni autonome”), con un reciproco scarico di responsabilità per servizi sanitari insufficienti e inadeguati.

Naturalmente, un aumento esponenziale dei casi di Covid avrà un impatto quasi immediato, e pesantissimo, sull’intero sistema produttivo, cumulando tensioni e insicurezze di tipo economico su quelle di tipo sanitario e sociale.

Tutto ciò accade in un contesto di ulteriore incertezza se si pensa che nessuno si fida neppure lontanamente dei dati ufficiali (bassissimi, quanto ai decessi), all’interno del Paese prima ancora che all’estero.

Va ricordato a questo punto che l’approccio “Zero Covid” non è stato una scelta ideologica e di principio, ma un’esigenza sanitaria e politica. Il regime sa benissimo che non dispone di vaccini sufficienti – per qualità e quantità di somministrazioni, soprattutto agli anziani – per adottare un approccio graduale verso la relativa normalità, come quello seguito praticamente da tutti i Paesi più avanzati dopo i vari lockdown. A ciò si somma la qualità scadente delle strutture ospedaliere.

La linea “Zero Covid” aveva, inoltre, almeno due caratteristiche che non vanno sottovalutate: anzitutto, si basava su uno strettissimo controllo dei dati da parte delle autorità, che hanno continuato a diffondere soltanto informazioni assai parziali e manipolate; in secondo luogo, era al contempo un modo per limitare gli spostamenti e i contatti con l’estero, nella fase di avvicinamento al XX Congresso del Partito Comunista che in ottobre ha incoronato nuovamente Xi Jinping.

 

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Il paradosso è che il netto allentamento delle restrizioni anti-Covid sembra essere stato deciso in una sorta di panico da proteste, quasi che per una volta il governo cinese abbia davvero temuto di perdere il controllo della situazione di fronte a un numero crescente di cittadini disposti a manifestare apertamente il dissenso. Siamo forse già in presenza, dunque, di un corto circuito politico: le autorità prendono un rischio terribile, sul piano sanitario, per l’incapacità di imporre la propria volontà alla cittadinanza (in questo caso, sotto forma di lockdown ripetuti e draconiani). Come ben noto, anche la crescita economica sta soffrendo da tempo, non avendo più ripreso i ritmi a due cifre a cui il Paese si era abituato dagli anni ’90, ed è probabile che sia stata un’altra considerazione importante nel tentare ora la strada della convivenza con il virus. Rimane il fatto che i pericoli sono enormi.

Su questo sfondo, è opportuno anche guardare nuovamente a quella fase drammatica della nostra esperienza collettiva in cui governi e opinioni pubbliche hanno valutato i pro e i contro del “modello cinese” di gestione della pandemia. Era la fase in cui ad alcuni sembrava perfino che l’efficienza autoritaria fosse l’unica strada possibile per attuare lockdown rigorosi, e in cui da Pechino giungevano offerte insistenti per l’adozione dei vaccini cinesi. Abbiamo poi (ri)scoperto che un enorme punto di forza delle democrazie liberali di mercato sta nella loro capacità di incoraggiare la cooperazione scientifica transnazionale, dalla quale sono scaturiti i vaccini di ultima generazione basati sulla tecnologia “mRNA”. E abbiamo constatato che, fatte salve alcune dolorose ed eccezionali restrizioni delle libertà personali, non era affatto necessario sospendere le garanzie dei diritti civili in modo protratto per combattere la pandemia.

E’ indubbio che nei Paesi democratici sono stati commessi errori, ma nulla a che vedere con le modalità arbitrarie e spesso brutali adottate in Cina per limitare le attività quotidiane della popolazione, che sono del resto coerenti con l’atteggiamento generale del regime nei confronti dei diritti individuali.

Il Covid sembra dunque una metafora dei problemi che la Cina deve affrontare, ma in realtà c’è un fenomeno ben più strutturale in azione: questa epidemia, divenuta pandemia, fa emergere in forma concentrata le debolezze strutturali del sistema politico cinese. Prima che arrivasse il Covid-19 era chiaramente emersa una “trappola del reddito medio” e l’incapacità di passare dai mega-investimenti nel settore edilizio/infrastrutturale a un diverso modello di crescita, come anche una grave difficoltà a incanalare in modo costruttivo la creatività turbolenta dei “giganti digitali” cinesi.

 

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Il Paese è ora intrappolato dal Covid perché, sotto la guida di Xi, si rifiuta di utilizzare uno strumento fondamentale di risoluzione di problemi complessi, cioè l’apertura verso il mondo esterno. Ricorrendo a metodi repressivi per affrontare qualsiasi sfida interna, il regime finisce per imporre una sorta di lockdown generalizzato, nel senso che ogni libera espressione di volontà popolare è vista dalla leadership come un pericolo in sé.

Come abbiamo scritto nel numero 89 di Aspenia già lo scorso ottobre, la Repubblica Popolare sta vivendo il suo “long Covid”: è una sindrome molto pericolosa.