international analysis and commentary

Il rapporto travagliato con la UE e le opzioni del Regno Unito

539

Cosa sta succedendo nel Regno Unito, ormai a quasi otto anni dal referendum che ne ha sancito l’uscita dall’Unione Europea? Come si sono evolute la sua politica interna e quella estera alla luce di una svolta che istintivamente ha guardato da subito al vecchio Commonwealth of Nations come alla propria “stella polare”, in realtà tendendovi come ad un’ancora di salvezza nelle incertezze economiche che già allora si profilavano all’orizzonte?

Un manifesto anti-Brexit durante una manifestazione a Londra

 

Splendid delusion

Si ha oggi, in effetti, l’impressione che una parte della società britannica – e pure del suo establishment – a partire dallo “strappo” del 2016 abbia pensato di poter riassaporare, con un senso quasi di consolazione, quel clima ottocentesco della «splendid isolation», secondo la nota espressione di Lord Goschen. All’epoca, tutte le attenzioni politiche  venivano destinate all’edificazione del più vasto impero globale mai esistito, sulla scia dell’elisabettiana British East India Company, rimanendo così nel contempo ben lontani dalle costanti contrapposizioni nazionali(stiche) del litigioso continente europeo.

In un’ottica più prosaica, il referendum temerariamente (innanzitutto per lui) concesso da Lord David Cameron nel 2015 sull’onda del proprio successo elettorale, ha segnato la vittoria di misura dei sostenitori del “leave”, compattati sulla convinzione del deficit di sovranità che il Paese avrebbe continuato a patire rimanendo all’interno di una Unione Europea, da loro dipinta anzi come un’istituzione quasi “undemocratic”. Un esito francamente imprevisto per molti osservatori, anche internazionali, quello di Brexit, visti i pronunciamenti popolari in favore della permanenza nei decenni precedenti e pur alla luce del tiepido europeismo espresso tradizionalmente dalla cosiddetta “britishness”.

 

Leggi anche: Il turbolento quindicennio dei Tory

 

Di contro, guardando alla posizione filoeuropea mantenuta dall’allora inquilino del n. 10 di Downing Street, così come al novero dei sostenitori del movimento Britain Stronger in Europe (che ha registrato peraltro il coinvolgimento di vasta parte dei giovani britannici), non si può non osservare che le aree maggiormente indipendentiste dello stato britannico, l’Irlanda del Nord e la Scozia, con il prevalere del ”remain” nei loro distretti elettorali abbiano effettivamente lanciato un segnale inquietante circa i nuovi dis-equilibri che si sarebbero in breve prodotti a livello regionale con Brexit, di cui la genesi e gli sviluppi contraddittori del Northern Ireland Protocol costituiscono indubbiamente la vicenda più emblematica.

 

Tra Europa e Commonwealth

Sono trascorsi ormai più di sette anni da quando Theresa May, nel suo sforzo di condurre a termine i negoziati dell’uscita britannica dall’UE aveva auspicato la nascita di un “Empire 2.0”, ovvero una sorta di “Global Britain” che avrebbe dovuto rivitalizzare la rete “naturale” delle relazioni internazionali britanniche, intendendo appunto in primis quel Commonwealth che prese il posto dei dominions nella geopolitica di Londra dopo la Seconda guerra mondiale. Un argomento, peraltro non del tutto nuovo, già utilizzato nel Regno Unito dagli oppositori interni dell’ingresso nella CEE fino al 1972, allineati sin dai tempi del Trattato di Roma sul progetto alternativo dell’European Free Trade Association (EFTA), istituito nel 1960 con la Convenzione di Stoccolma, già allora nella convinzione di ravvivare attraverso il Commonwealth il clima di unità imperiale sotto la logica dell’influenza di cui Lord Mountbatten (ultimo viceré e primo governatore dell’India) fu uno strenuo sostenitore.

Così, se il governo conservatore di Edward Heath finì per accogliere – una volta tramontata la politica dei veti di De Gaulle – la prospettiva europeista, confermata largamente nel 1975 con il referendum, indetto dal premier Harold Wilson, va sottolineato che il coinvolgimento di Londra nello spirito europeista sarebbe rimasto comunque sempre discontinuo.

È pur vero che il Regno Unito dovette concedere per l’ammissione alla CEE un proprio pesante impegno verso il bilancio comunitario, fino a divenire nel 1979 il maggior contribuente dopo la Germania Ovest; condizione inevitabilmente sgradita pure per i Tories, che avrebbe fatto successivamente esclamare a Margareth Thatcher la celebre espressione «I want my money back!». E si ricordi qui che la “Iron Lady” non fu certamente nemmeno una sostenitrice del Commonwealth, non riuscendo (o non volendo) a capire i sentimenti di Elisabetta II, la quale sul comando di quella istituzione individuava invece il principale significato della perduranza monarchica, quasi alimentando una dialettica – tutta al femminile – tra la prospettiva nazionalistica thatcheriana e la propria (tardo) imperialistica.

Se dopo il Consiglio dei Ministri CEE di Fontainbleau, in coda a prolungati e faticosi negoziati, si sarebbe alla fine giunti alla riduzione dei due terzi della contribuzione britannica, resta indubbiamente appurato che la tiepidezza britannica verso l’integrazione europea non sarebbe mai venuta meno, tanto da far considerare al primo Presidente inglese della Commissione, il laburista Roy Jenkins, la posizione della Gran Bretagna nell’Unione Europea come strutturalmente “semi-detached”.

Solo con la nuova impronta politica di Tony Blair, per un breve tratto, la posizione filoeuropeista di Londra sembrò momentaneamente rafforzarsi, arrivando addirittura a far immaginare la Gran Bretagna come uno degli Stati leader nel processo di integrazione europea. Blair spinse indubbiamente molto in questa direzione nella fase di elaborazione del trattato di Lisbona – chiamato a raccogliere i cocci del fallito progetto costituzionale europeo, naufragato sotto la bocciatura referendaria franco-olandese – anche in virtù della sua moderata natura intergovernativa, indubbiamente più gradita nel suo indirizzo “confederale” agli inglesi. Ma il leader del New Labour non sarebbe riuscito (né fu forse mai del tutto convinto) a far aderire il suo paese all’euro – pesò indubbiamente anche la “sacralità identitaria” della Sterlina con l’effigie di Her Majesty –, e dopo il suo tramonto politico nel 2007, determinato dall’interventismo nella guerra in Iraq, sarebbe toccato al conservatore David Cameron confrontarsi con il riemergente euroscetticismo della sua isola, perdendo alla fine, come si è detto, la partita referendaria.

 

Le crepe nel Regno

Si sarebbe così aperta la faticosa e in fin dei conti non risolutoria stagione degli esecutivi di Theresa May, tesi a trovare un accordo di uscita con l’UE e a gestire, nel contempo, l’instabile situazione politica interna del paese. Proprio il governo May II avrebbe finito per enfatizzare l’inedito ruolo del Democratic Unionist Party fondato dal reverendo Jan Paisley, determinante allora per il raggiungimento della maggioranza dei seggi, portando all’attenzione nazionale le rivendicazioni dell’unionismo protestante nordirlandese.

Del resto, com’è noto, Brexit ha avuto un impatto particolarmente significativo sui già precari equilibri sociopolitici irlandesi (la paura che la sottolineatura del confine tra UE e UK nell’isola potessero rinfocolare l’antica contrapposizione tra il mondo repubblicano orientato su Dublino e quello unionista di Belfast), da cui la definizione del Northern Ireland Protocol come parte dell’accordo di recesso. Si tratta del “backstop”, volto a garantire il mantenimento dei confini aperti tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda, che di fatto ha “spostato” la frontiera dell’Unione Europea, perlomeno in ambito commerciale, sul mare di Scozia. Ad esso è seguito recentemente il “Windsor Framework”, siglato dall’attuale premier britannico Rishi Sunak e Ursula von der Leyen, al fine di permettere a Belfast di rimanere all’interno del mercato unico e dell’unione doganale dell’UE, andando contemporaneamente a limitare i controlli sui beni destinati al mercato interno irlandese in arrivo dalla Gran Bretagna previsti in base al medesimo Protocollo.

 

Leggi anche: Johnson’s six-year Brexit fantasy erodes unionism in Northern Ireland

 

Dunque, l’onda lunga di Brexit finisce ancora adesso per incidere profondamente nella politica interna britannica, in una delle sue aree storicamente più travagliate: per la prima volta nella storia dell’Isola di Smeraldo gli unionisti nordirlandesi hanno, infatti, accettato la nomina di un primo ministro repubblicano (altro fatto inedito: il Sinn Féin è risultato il primo partito nelle ultime elezioni nordirlandesi del 2022) in cambio di una riduzione dei controlli sul passaggio delle merci nel mare di Scozia, il che vale a dire una limitazione proprio del Northern Ireland Protocol.

Protocollo che era stato sostenuto peraltro dal successivo Primo ministro conservatore, Boris Johnson, secondo alcuni ingannando la dirigenza politica del Democratic Ulster Party, dopo che questi avevano tolto il loro appoggio a Theresa May proprio su questo aspetto. Sembrerebbe di capire che attualmente gli unionisti, in cambio di una limatura del confine artificiale creato da Brexit tra le due isole britanniche e in accordo con l’Unione Europea, abbiano preferito rassegnarsi ad avere un primo ministro repubblicano – e quindi potenzialmente pure disponibile alla prospettiva di una riunificazione politica dell’isola. D’altro canto, questa decisione forse si potrebbe anche spiegare col fatto che negli accordi del Venerdì Santo del 1998 il principio di coabitazione prevede che il Vice Primo ministro dell’Irlanda del Nord, in questo caso protestante, abbia di fatto gli stessi poteri del primo ministro e possa comunque esercitare un veto sostanziale rispetto alle minacce potenziali del Sinn Féin al governo.

 

Viaggi e miraggi internazionali

Al di là della questione interna, con le sue indiscutibili problematicità, anche la politica internazionale britannica, ancora in particolare in ambito economico, dopo Brexit sta attraversando una fase perlomeno complessa;  sembra, infatti, oggi già disattesa la sbandierata profezia dell’allora primo ministro Boris Johnson circa la “unique opportunity” che l’appartenenza della Gran Bretagna al Commonwealth avrebbe offerto per espandere il suo commercio attraverso una prospettiva di mercato “vast and growing”, una volta lasciata l’UE. Dichiarazioni rilasciate nel 2022 da Johnson, non a caso, nei giorni della riunione dei capi di governo del Commonwealth in Ruanda (paese entrato a far parte dell’organizzazione nel 2009, pur non essendo di retaggio coloniale inglese), nella convinzione che i legami economici con gli altri Stati membri avrebbero prodotto posti di lavoro in patria e offerto vantaggi rispetto al costo della vita.

Non risulta, tra l’altro, particolarmente originale la scelta espressiva dell’ex premier, visto che già la May il 17 gennaio del 2017 aveva sostenuto con toni entusiastici che il Commonwealth avrebbe offerto a Londra “unique and proud global relationships”; è pur vero che, nell’occasione, il Segretario Generale, Patricia Scotland, aveva sottolineato che paesi come l’India, il Sud Africa, la Nigeria, il Kenya, la Giamaica e lo Sri Lanka avevano già interpellato il Segretariato al fine di intraprendere un’analisi dettagliata delle opportunità commerciali che si sarebbero potute sviluppare dopo la Brexit, e su come sarebbe stato possibile intensificare il loro impegno commerciale con la Gran Bretagna.

 

Leggi anche: Il dopo-Johnson, l’eredità pesante di Brexit e il populismo

 

Vale la pena qui riprendere, in particolare, la storia recente del Sudafrica, paese riammesso nel Commonwealth of Nations nel 1994 (dopo esserne stato espulso di fatto nel 1961 a causa delle discriminazioni razziali) nel solco della riforma costituzionale che avrebbe segnato la fine dell’Apartheid e l’affermazione della politica di integrazione sostenuta da Nelson Mandela. L’economia sudafricana è oggi, in effetti, la seconda a livello continentale dopo quella di un altro paese della cosiddetta “British Africa”, la Nigeria; il Regno Unito a seguito di Brexit, nell’ambito degli accordi commerciali con i paesi extra-UE ha stabilito a partire dal 1° gennaio 2021 l’Unione doganale dell’Africa Meridionale e Mozambico (SACUM) che oltre, appunto, al Sudafrica ricomprende altri stati confinanti. In linea di principio, dovrebbe essere questa un’area di scambio in crescita nei prossimi anni, e ciò costituisce in ogni caso un esempio di come il governo britannico stia provando a riorientare la propria agenda economica, fors’anche con prospettive di sviluppo al momento più rosee rispetto al quadro delle complesse relazioni doganali intrattenute con l’UE – anche se un recente studio di Goldman Sachs stima che Brexit avrebbe fatto perdere al Regno Unito cinque punti di PIL.

Resta comunque viva l’impressione che le prospettive britanniche a medio-lungo termine di tenuta economica e di ruolo politico nel contesto internazionale siano ancora poco decifrabili, così come ci si domanda quando si potranno stabilizzare i rapporti con l’Unione Europea. E non è fors’anche ancora del tutto chiaro se e come quest’ultima vedrà modificarsi i propri equilibri interni, una volta che uno degli Stati, comunque, più importanti a livello globale ha scelto di abbandonarla.