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Il fattore religioso nel blocco politico di Trump

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Con la creazione del movimento della Christian Right, alla fine degli anni ‘70, la religione è ritornata stabilmente a far parte dell’agenda politica americana. Quasi sempre attraverso il Partito Repubblicano, rappresentante dell’America religiosa nella “culture war”, contro gli strati sociali secolarizzati filo-democratici. Quello tra la destra cristiana e il Grand Old Party è tuttavia un rapporto complesso, che ha attraversato fasi di entusiasmo ma anche di disillusione.

In un primo momento, coinciso con l’era di Reagan, i religiosi si rapportano alla politica come una lobby, rappresentata da famosi telepredicatori come Pat Robertson e Jerry Falwell e da organizzazioni come la Moral Majority. La fiducia nel presidente si scontra tuttavia con la constatazione che Reagan è disposto a concedere loro retorica, piuttosto che fatti. Inizia così una seconda fase nel rapporto tra destra cristiana e Partito Repubblicano, in cui i religiosi avviano una meticolosa opera di infiltrazione nel partito stesso: un’operazione facilitata dal sistema americano delle primarie di partito e dei caucus, che favorisce la sovra-rappresentazione di minoranze coese e motivate.

I risultati di questo lavoro si concretizzano nella Convention repubblicana del 1992, in cui per la prima volta la piattaforma del partito è influenzata in modo visibile dalle istanze degli evangelici; e sono coronate nel 2000, con l’elezione di George W. Bush. Bush figlio è un born again riconosciuto dai religiosi conservatori come un proprio rappresentante: come dimostrato anche dalla nomina di numerosi evangelici in ruoli di rilievo, e dallo stesso stile della presidenza (con una retorica profondamente ispirata ad una visione religiosa, in particolare all’indomani dell’11 settembre). Nelle parole di un leader della Christian Right, “non tiri più pietre al palazzo, ora ci stai dentro”.

Alla fine dell’era Bush, il GOP è profondamente cambiato. Ora sono gli stessi esponenti del partito a disputarsi i voti degli evangelici rincorrendosi su posizioni sempre più conservatrici, su questioni come aborto, religione nelle scuole, diritti LGBT. Esponenti legati a doppio fino alla destra cristiana come Rick Santorum e Newt Gingrich nel 2012, e Ted Cruz nel 2016, svolgono così un ruolo di primo piano nelle primarie del partito. In entrambe le occasioni tuttavia, anche grazie alle divisioni tra gli evangelici, a prevalere sono sì candidati conservatori, ma non esponenti della destra cristiana.

Nel caso di Donald Trump, vi è inizialmente perplessità da parte di molti evangelici, non solo per la sua vita privata di impronta libertina, ma anche per la scarsa fermezza delle sue posizioni politiche, caratterizzate in passato da simpatie democratiche. Una perplessità dimostrata da un indice di gradimento per Trump presso gli evangelici che, durante le primarie repubblicane, tocca un minimo del 24%.

Christian Trump supporters

 

Al contrario, i sondaggi dicono che oggi oltre l’80% dei maschi evangelici bianchi sostiene Trump, e il 69% di loro preferisce il presidente come candidato per il 2020, rispetto a qualsiasi altro repubblicano. Come è riuscito il Presidente, così controverso già da candidato, a guadagnare questo sostegno plebiscitario? In parte, questo si spiega con l’estrema polarizzazione della politica americana, per cui, una volta ottenuta la nomination, Trump è automaticamente diventato il rappresentante dell’America credente nella ‘culture war’ contro la società secolarizzata rappresentata dai democratici. Ma è anche il frutto di un nuovo pragmatismo del mondo evangelico, che tende a guardare ai fini piuttosto che ai mezzi, in base all’idea che Dio possa servirsi anche di leader dalla moralità soggettiva Per questo, i religiosi sono disposti a perdonare lo stile di vita di Trump e l’orientamento della sua amministrazione (sicuramente meno influenzati dalla morale cristiana rispetto all’amministrazione Bush) se il presidente pare la persona giusta per realizzare i loro obiettivi.

Tra gli atti politici di Trump, i più graditi agli evangelici sono stati lo spostamento a Gerusalemme dell’ambasciata americana in Israele (paese che ha una rilevanza simbolica e teologica fortissima per i fondamentalisti protestanti); il bando contro l’ingresso negli USA di persone provenienti da alcuni stati musulmani, e in generale le sue posizioni critiche rispetto all’Islam e all’immigrazione; l’ordine esecutivo con cui ha tentato di moderare l’applicazione delle norme contro l’intervento di istituzioni religiose in politica; e la creazione della Faith and Opportunity Initiativepresso la Casa Bianca, con l’intento di promuovere la libertà religiosa e il ruolo della charities cristiane (ma anche, secondo gli oppositori, di favorire la discriminazione delle minoranze religiose e della comunità LGBT).

Molto gradite dai religiosi conservatori sono state anche le nomine di Trump per la Corte Suprema (un organo visto oggi come cruciale nella lotta per l’anima dell’America, specie in relazione a questioni come aborto e matrimonio gay), e in particolare quella di Brett Cavanaugh, che è stata salutata con entusiasmo da quasi tutte le congregazioni evangeliche per le presunte posizioni pro-life del giudice. A contare forse ancora di più è tuttavia la retorica populista di Trump, che non esita a dipingere l’immagine di un’America cristiana assediata da nemici interni (le elites secolarizzate) ed esterni (gli immigrati).

Più in generale, tuttavia, l’impressione è che questo sostegno religioso a Presidente in carica non sia dovuto esclusivamente alle sue credenziali presso la destra cristiana, ma anche – in modo analogo ai partiti populisti dell’Europa occidentale – ad un più generico programma nazionalista, protezionista e reazionario che incontra il favore di larghi strati dell’elettorato bianco conservatore, frustrati dalla crisi economica e dai cambiamenti della società, indipendentemente dalle loro posizioni in materia di religione. In questa prospettiva, non si dovrebbe parlare tanto del sostegno di un elettorato religioso, quanto di un elettorato bianco ultra-conservatore, nella cui visione del mondo l’identità cristiana gioca però un ruolo di primo piano.