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Il fattore Cina nel quadro alimentare globale

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L’Ucraina, ormai si sa, è il granaio d’Europa. Secondo alcune stime, il paese è in grado di produrre tanto cibo da sfamare 400 milioni di persone. Ma la guerra ha già distrutto il 30% della capacità produttiva nazionale. Kiev parla di attacchi agli impianti per lo stoccaggio e lavorazione del grano. Chi ne è l’autore? Dipende a chi viene rivolta la domanda. Da giorni Russia e Stati Uniti si scambiano accuse incrociate. La Cina, come in altre circostanze, ha scelto la via dell’“ambiguità strategica”.

Spesso definita impropriamente “alleanza”, l’“amicizia senza limiti” tra Pechino e Mosca è storicamente segnata da una diffidenza reciproca. La posizione dei due vecchi rivali, però, combacia perfettamente quando si prendono in esame le misure ritorsive imposte dalle potenze occidentali. Il quotidiano China Daily ha in parte attribuito la responsabilità dell’attuale crisi proprio a Washington. Letteralmente: “se i prezzi dei generi alimentari hanno raggiunto il massimo storico è perché le esportazioni di grano russe e ucraine sono ostacolate dalle interruzioni dei porti e dalle sanzioni occidentali”. Una versione dei fatti propagandata dal Cremlino, e respinta categoricamente da Stati Uniti e Unione Europea.

Come spiega il sito del Consiglio Europeo, il regime sanzionatorio non riguarda l’export di prodotti alimentari; piuttosto, sono le truppe russe che “bloccano i porti ucraini, impedendo l’esportazione di milioni di tonnellate di cereali verso i mercati mondiali.” Intervistato da Voice of America, Jim O’Brien, capo dell’Office of Sanctions Coordination di Washington, dipartimento supervisionato dal Dipartimento di Stato, ha aggiunto: “Ci piacerebbe vedere la Cina agire come una grande potenza, [ossia] aiutando ad affrontare il problema del mercato alimentare globale”.

Non solo Pechino è stata accusata di incoraggiare passivamente le manovre di Mosca. C’è chi sospetta un ruolo attivo della Cina nello stallo degli approvvigionamenti alimentari. Nel mese di giugno Federico Rampini ha autografato un articolo dal titolo eloquente: “Il mistero delle scorte di grano della Cina: sono superiori a quelle di tutto il resto del mondo. Ma perché?” L’ex corrispondente di Repubblica da Pechino fa notare come “le riserve di grano custodite nei silos cinesi superino i 140 milioni di tonnellate: molto più di quanto ne manchi sul mercato a causa dell’invasione russa in Ucraina”.

 

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Secondo stime del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, entro la metà dell’anno agrario saranno sotto il controllo di Pechino il 69% delle riserve mondiali di mais, il 60% di quelle di riso e il 51% di grano. Tanto che, guardando all’Italia, a gennaio Coldiretti avvertiva come i piani cinesi stessero impattando l’andamento ascendente dei prezzi internazionali, soprattutto di cereali e zucchero. Rampini azzarda non solo che Pechino si sarebbe premurata di fare provviste sapendo dell’imminente “operazione militare speciale”. Ma che lo avrebbe cominciato a fare fin dalla guerra di Crimea, quindi dal 2014. E’ davvero così?

 

Un’ossessione di vecchia data

Quella per il cibo è una vera ossessione in Cina, dove per strada ci si saluta regolarmente con l’espressione “ni chifan le ma?” (letteralmente “hai mangiato?”). Se in età imperiale le rivolte contadine potevano decretare la fine di una dinastia, nella Cina comunista, dalla Grande Carestia degli anni ‘50 in poi, la stabilità alimentare è diventata funzionale alla legittimazione del Partito unico. Fu proprio Mao, per primo, a introdurre il sistema delle scorte statali di grano in vista di nuove difficoltà.

Più recentemente, l’attenzione di Pechino per le riserve nazionali è aumentata in concomitanza con le massicce alluvioni delle ultime estati, che si stima abbiano compromesso il 30% del raccolto nelle aree più colpite. Il Covid-19 ha fatto il resto: il rigidissimo lockdown di Shanghai ha portato allo scoperto le gravi carenze della logistica cinese. Chiuse in casa, milioni di persone hanno avuto accesso ridotto ad alimenti freschi per circa due mesi. Una situazione che molti hanno paragonato proprio alle privazioni di epoca maoista.

Un mercato alimentare in Cina

 

Il mantra dell’“autarchia”, da Mao a Xi

“Le ciotole dei cinesi devono essere riempite con cibo cinese”, aveva sentenziato il presidente Xi Jinping lo scorso marzo durante la sessione plenaria del principale organo consultivo del paese. Nell’ultimo Global Food Security Index, pubblicato a settembre dall’Economist Group, la Cina si è classificata al 34° posto su 113 paesi in termini di accessibilità, qualità e sicurezza degli alimenti e delle risorse naturali. Numeri che la rendono uno dei primi cinque paesi ad aver riportato il maggior avanzamento negli ultimi 10 anni. Ma le preoccupazioni di Xi non sono infondate. Nonostante l’ormai inevitabile calo demografico, il cruccio resterà probabilmente sempre lo stesso: come mantenere risorse sufficienti a sfamare oltre un miliardo di persone.

A causa dell’estensione ipertrofica dei centri urbani e dell’inquinamento del suolo, alla fine del 2019, la Cina si era ritrovata con appena 28 milioni di chilometri quadrati di terra arabile, quasi il 6% in meno rispetto alla decade precedente e solo il 13% del territorio nazionale. Nei prossimi anni si prevede che l’estensione coltivabile diminuirà ulteriormente per lasciare spazio a nuove zone urbane e industriali.

Per ovviare al problema, le autorità stanno intervenendo su vari fronti. Da una parte potenziando il quadro normativo con leggi ad hoc per stabilizzare l’estensione della terra arabile (che non dovrà scendere sotto i 120 milioni di ettari) e combattere gli sprechi alimentari sulle tavole dei cinesi. Dall’altra incentivando le acquisizioni di asset all’estero e sviluppando nuove tecnologie agricole. Lo storico rilevamento della svizzera Syngenta (la più grande operazione cinese internazionale), azienda leader nelle tecnologie agroindustriali, dimostra l’interesse della Cina per l’ingegneria genetica. Mentre gli OGM sono ancora visti con sospetto, negli ultimi tempi le autorità cinesi hanno approvato l’impiego del sistema CRISPR/CAS9, che permette – con interventi meno invasivi sul genoma di una cellula – non solo di creare varietà di riso e grano resistenti a funghi e parassiti, riducendo la dipendenza dalle importazioni. Ma anche di intervenire su bovini, suini e pollame, scongiurando epidemie devastanti come la peste suina africana che nel 2019 compromise l’intera filiera alimentare cinese.

E’ il compimento di una sperimentazione cominciata tre decadi fa con la creazione del cosiddetto “riso ibrido”. La Cina ha un milione di chilometri quadrati di terreno – un’area grande quanto l’Egitto – dove le piante faticano a crescere a causa dell’elevata salinità o dei livelli di alcalinità del suolo. Negli anni ‘70 gli scienziati cinesi, guidati dal venerato agronomo Yuan Longping, hanno iniziato a coltivare “riso da acqua di mare”, una varietà molto resistente realizzata con l’incrocio di ceppi tolleranti al sale. Al netto del costo (circa otto volte quello del riso comune) – secondo gli esperti – piantare solo un decimo di quella terra  con “riso ibrido” aumenterebbe la produzione nazionale abbastanza da sfamare 200 milioni di persone.

Agronomi controllano la crescita del “riso ibrido” in Cina meridionale

 

La doppia circolazione e i “chip dell’agricoltura”

Diversificare le importazioni nel breve periodo e acquisire la piena autosufficienza sul lungo termine: quando si parla di forniture alimentari la Cina sembra voler replicare la strategia utilizzata nell’industria dei semiconduttori. Non è una metafora. Nell’ultimo documento n°1 (il primo rapporto emesso dal Consiglio di Stato all’inizio di ogni anno) le sementi vengono definite per il loro valore strategico i “chip dell’agricoltura”. A monte c’è la cosiddetta teoria della “doppia circolazione”, con cui dalla primavera del 2020 Pechino punta a sostenere l’economia attraverso l’espansione della domanda interna e una migliore capacità di innovazione, pur continuando a perseguire “l’apertura ai mercati esteri”.

L’anno della pandemia è stato per molti versi epifanico: gli intoppi lungo la supply chain globale hanno riportato l’attenzione sulle vecchie debolezze dell’economia cinese. Ma i presupposti per la svolta erano già evidenti.

Dall’inizio della guerra commerciale con Washington sotto l’amministrazione Trump, le importazioni di soia dall’America sono crollate e il moltiplicarsi di “mini trade war” con Canada e Australia (grandi esportatori di carne e prodotti caseari) hanno reso anche più impellente allentare la dipendenza alimentare dall’esterno. Più facile a dirsi che a farsi. Mentre infatti la Cina può già sopperire al 95% del proprio fabbisogno di riso e grano, quando si parla di mais, sorgo e orzo, il gigante asiatico è lungi dall’essere autonomo. Con tutti i rischi del caso: basti pensare che il 30% del mais acquistato lo scorso anno arrivava proprio dall’Ucraina.

Queste carenze interne, avvertite dall’establishment come un potenziale fattore di instabilità sociale, possono però rivelarsi un “jolly” in diplomazia. Per pararsi dalle accuse di protezionismo, Pechino ha in più occasioni descritto la “doppia circolazione” come un bene per tutto il mondo. Titolando “’Dual circulation’ policy to boost global economic growth”, la Xinhua spiega che “il mercato interno e quello estero si completano e si rafforzano a vicenda”, anche se il mercato interno resta “il pilastro”. Un esempio “win-win” sono i recenti accordi con l’Africa per incrementare le importazioni agricole dal continente: la classe media cinese ottiene cacao, avocado e spezie, l’Africa riduce il perdurante deficit commerciale con la Cina. L’acquisto di prodotti agroalimentari americani è altresì una delle condizioni principali alla base dell’“armistizio” nella guerra commerciale sino-americana strappato da Pechino all’amministrazione Trump nel gennaio 2020. Per non parlare dell’importanza attribuita alla cooperazione alimentare nei rapporti con le organizzazioni internazionali.

 

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Nel giugno scorso, replicando alle illazioni statunitensi sulla complicità russo-cinese, il ministero degli Esteri cinese ha dichiarato che la Cina ha donato 130 milioni di dollari all’ONU per progetti legati all’alimentazione e all’agricoltura. Secondo il libro bianco “China’s International Development Cooperation in the New Era pubblicato nel 2021, negli ultimi cinque anni – in partnership con la FAO – Pechino ha fornito cibo in situazioni di emergenza a oltre 50 paesi. “Le nazioni africane possono sfruttare la collaborazione esistente con la Cina per trasformare i loro sistemi agricoli [e] affrontare la fame”, spiegava giorni fa l’agenzia di stampa statale.

La questione è stata discussa anche all’interno della Global Development Initiative (GDI), nuova iniziativa multilaterale con cui il governo comunista punta a legittimare il proprio modello di sviluppo intersecando le priorità economiche cinesi con la 2030 Agenda for Sustainable Development delle Nazioni Unite.

In questa tragica pagina della storia il gigante asiatico non sa ancora bene da che parte stare. Ma sa perfettamente che ruolo vuole giocare.