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Il contenimento del coronavirus nelle due Europe

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L’epidemia da coronavirus si è abbattuta in modo impetuoso sull’Italia, il primo paese europeo ad aver riscontrato, verificato e condiviso con il resto del mondo un caso di infezione da SARS-CoV-2 al di fuori della Cina. L’introduzione graduale e progressiva di misure restrittive è culminata con l’annuncio di chiusura totale l’11 marzo tramite DPCM. Al netto di modi, tempi e meriti della scelta, nel suo discorso notturno il premier Giuseppe Conte parlò di un’Italia in difficoltà che stava “dando prova di grande vigore, di grande resistenza”, al punto che “domani non solo ci guarderanno ancora, e ci ammireranno, ma ci prenderanno come esempio positivo di un Paese che (…) è riuscito a vincere la sua battaglia (…) diventando giorno dopo giorno un modello anche per tutti gli altri.”

Vale la pena soffermarsi sul passaggio di Italia come “modello per tutti gli altri” paesi e analizzare, se non addirittura scoprire quanto accaduto in quella parte di Europa che, per diverse ragioni, è finita meno sotto le luci della ribalta. A dispetto delle parole di Conte, da un lato del continente sono stati in pochi a seguire il modello Italia. Infatti, in Europa occidentale – e non solo – all’inizio si è sottovalutato il monito che arrivava dalla Penisola. Dalla Francia, che ha svolto un turno di elezioni amministrative locali alla vigilia del lockdown, al Regno Unito dove il Primo ministro, Boris Johnson, era intenzionato a contare sull’immunità di gregge per combattere il covid-19 prima di fare una comprensibile inversione a U, fino al rifiuto del governo svedese del lockdown, scelta che a posteriori è stata giudicata sconsiderata dagli stessi promotori.

Mappa delle vittime di coronavirus in Europa al 4 maggio (fonte: The Guardian)

 

Insomma, di fatto quasi nessuno ha agito con prontezza né ha seguito il “modello Italia”, a eccezione forse del Portogallo. In Europa centro-orientale la diffusione del virus è stata molto più contenuta sia per una buona dose di fortuna, con le prime infezioni registrate a inizio marzo – in Italia, così come in Germania già a fine gennaio furono riscontrati i primi casi –, ma anche e soprattutto grazie a decisioni rapide e misure rigide.

Forse misure fin troppo severe, ma comunque effettivamente sulla falsariga di quanto accadeva nel “modello Italia”, innestato su ragioni endogene e strutturali. Un fattore essenziale per valutarle è proprio la definizione dell’area geografica di riferimento.

 

“Nuova”, “Mittel”, “Zentral” Europa: come gestire il virus

Definire in modo univoco, magari schematico l’Europa centro-orientale è sempre difficile, perché si parla di uno spazio ampio, caratterizzato da grandi differenze, e comunque mutevole nel corso della storia. Una bussola contemporanea potrebbe essere l’Iniziativa centro europea (In.C.E.), il più antico ed esteso forum di cooperazione regionale cui aderiscono ben 17 stati e il cui segretariato ha sede a Trieste – e infatti ne fa parte anche l’Italia. Tuttavia, è evidente che se pensiamo all’Europa come Unione Europea, allora Ucraina e Bielorussia non sono nemmeno paesi candidati o aspiranti all’UE. Si può dire comunque che l’Ucraina faccia parte della “Mitteleuropa”, quella koinè culturale che si identifica con gli spazi un tempo dell’Impero asburgico. Se questa vasta area “di mezzo” è in effetti una definizione diffusa, essa tuttavia esclude la vera e propria “zentral” Europa il cui cuore batte in Germania, locomotiva dell’UE e di tutto il continente.

Proprio la Germania ha saputo finora gestire meglio di tutti l’emergenza sanitaria, e indicare una via per la ripresa economica. Alla luce di quanto sopra, il perimetro di osservazione si estende solo ai quattro paesi UE raccolti attorno al gruppo Visegrad sorto nel 1991 ( Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria), insieme a Austria, Slovenia e Croazia. Partendo proprio dalla Germania, che su questi paesi esercita una forte influenza sia su un piano economico che a livello di soft power. Anche l’Italia avrebbe e potrebbe esercitare il suo “potere persuasivo”, ma forse è più inconsapevole che incapace ad affermare un “modello Italia”, emergenziale e non.

 

Da Trieste a Stettino via Berlino

La Germania è stata ampiamente elogiata per la sua risposta rapida ed efficiente al coronavirus, attribuita a fattori chiave che includono un isolamento precoce, un esteso programma di controlli e a un sistema sanitario ben funzionante e pronto all’emergenza. Si è aggiunta una comunicazione diretta, chiara e senza fronzoli, che ha permesso alla Cancelliera Angela Merkel di guidare con mano salda il paese e grazie al consenso raccolto forse perfino porre le basi per uno storico quinto mandato (nonostante le sue ripetute smentite).

L’obiettivo era di individuare, circoscrivere e contenere la il virus, anche tramite una ricostruzione rapida delle catene di diffusione per poter isolare i casi positivi. Chiaramente, alla gestione esemplare della crisi ha contribuito il dato ospedaliero che la Germania è il primo paese europeo per letti in terapia intensiva, circa 28000 unità secondo alcune stime (erano più o meno 6000 in Italia all’inizio dell’epidemia), un dato che ha assicurato la possibilità di reggere l’afflusso di un gran numero di malati. Il monitoraggio ha permesso di identificare i contagi anche al di fuori dei gruppi a rischio, tanto che l’età media dei malati era al di sotto dei 50 anni, mentre in Italia e altrove era ben più alta. Nonostante la chiusura di scuole, asili nido, negozi e servizi non essenziali, e il divieto di incontro all’aperto per gruppi di più di due persone (nuclei familiari a parte), uscire era consentito, pur con la dovuta cautela e il rispetto del metro e mezzo di distanza dagli altri. Risultato? Un basso numero di decessi (107 per milione di abitanti, contro i 573 dell’Italia, i 454 della Francia o i 632 del Regno Unito) nonostante misure di isolamento relativamente allentate.

Come abbiamo detto, i paesi dell’Europa centrale hanno registrato pochi casi, meno di mille per milione di abitanti, un dato che li pone al di sotto della media mondiale, sia per fortuna che per scelte proprie. Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria e Slovacchia hanno registrato i primi casi di positività nella prima settimana di marzo, e già fra l’11 e il 16 marzo tutte e quattro hanno dichiarato lo stato di epidemia, così come Slovenia (12 marzo) e Austria (16 marzo), mentre la Croazia non ha mai ritenuto necessario dichiarare lo stato d’emergenza, riflettendo addirittura su una presunta superiorità genetica per la resistenza al virus.

Jogging con mascherina sul Ponte Carlo di Praga

 

In altre parole, una volta che l’epidemia è scoppiata in Italia nessuno di questi paesi si è fatto prendere la mano da decisioni sui generis come l’eccezionalismo britannico o la via svedese. Nessuno ha pensato che non potesse accadere anche da loro quel che accadeva in Italia. Un altro fattore che potrebbe aver inciso è stato anche una chiusura dei confini, e quindi di un controllo più severo sugli ingressi dal resto dellaUE. Già a metà marzo, mentre in Inghilterra si giocava un letale turno di Champions League, Slovacchia, Polonia, Repubblica Ceca, Austria sono stati i primi paesi a ridurre gli assembramenti consentiti fino a un massimo di 30 persone. Queste decisioni hanno permesso quindi di limitare il numero dei focolai, fra i quali spicca in modo preoccupante il caso della destinazione sciistica tirolese di Ischgl.

Oltre al fattore tempo/fortuna e a scelte rapide e drastiche, alcuni elementi caratteristici di questa parte d’Europa hanno contribuito al successo iniziale. Come osservato da più parti, il distanziamento sociale avviene già in modo abbastanza naturale, con una sorta di intermittenza esistenziale, rarefazione sociale soprattutto in inverno, in un contesto con pochi grandi centri abitati, bassa densità di popolazione e paesini semideserti dove solitudine fa rima con abitudine.

Questa tendenza forastica non solo ha evitato una rapida circolazione/trasmissione del virus, ma inevitabilmente porta a una iper-territorialità, a limitare il proprio spazio, e marcare il confine è pratica diffusa anche all’interno dello stesso paese. I cittadini hanno poi accettato le restrizioni sia per un passato non troppo lontano di convivenza con decisioni prese dall’alto, sia per una capacità di resistenza alle difficoltà maturata in anni di guerra (Croazia) o crisi finanziaria.

In ultima analisi, l’esperienza dell’Italia ha effettivamente funzionato come modello per altri paesi, ma non quelli cui si è solito guardare. L’Europa centro-orientale invece ha osservato quanto accadeva nella Penisola, rendendo l’Italia, quindi, un modello inconsapevole, più che involontario, per questa parte d’Europa.