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Il Brasile torna nel mondo: le prospettive di un grande Paese nel contesto internazionale

di Roberto Panzarani e Fabio Porta

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Il leader storico del Partido dos Trabalhadores (PT) Luiz Inácio Lula da Silva, 77 anni, sarà il prossimo presidente del Brasile dopo avere vintolo scorso 30 ottobre il ballottaggio con il 50,9% delle preferenze sul presidente uscente Jair Messias Bolsonaro.

“Sono resuscitato. Hanno tentato di sotterrarmi vivo, ma sono qui” ha detto Lula nel suo discorso, ringraziando tutti i brasiliani che sono andati alle urne, e dichiarando la vittoria “…non mia, ma del popolo, di un grande movimento democratico contro il fronte dell’odio”.

 

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Il suo programma è già molto chiaro: lotta alla povertà, inclusione sociale e sviluppo sostenibile, soprattutto la riapertura al trattato di libero scambio tra Mercosur e Unione Europea. Unione Europea che si dice pronta a riallacciare la cooperazione, a partire proprio dai tre temi indicati dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen: sicurezza alimentare, commercio e cambiamento climatico.

“Non c’è dubbio che l’elezione di questo 77enne ex sindacalista alla guida del Brasile darà uno slancio a livello politico per quanto riguarda i rapporti con l’Europa, che per anni sono rimasti in secondo piano”, ha spiegato a Euronews Emily Rees, senior fellow dell’European Centre for International Political Economy (ECIPE).

Gran parte dei governi occidentali e latinoamericani hanno accolto con entusiasmo il nuovo presidente e ci si aspetta grandi cambiamenti socio-economici da questa vittoria, soprattutto da un punto di vista di energia verde e sostenibilità. Quando Lula ha lasciato il suo incarico nel 2010 il debito pubblico era al 51%, mentre a fine 2021 era salito al 80%. Se si esclude il 2020 il deficit sul PIL brasiliano è andato verso una costante riduzione dal 2015 in poi, passando dal 10,2% al 4,5%.

Rio de Janeiro

 

Sul fronte internazionale Lula ha le idee chiare, come ha fatto sapere già dal suo discorso dopo la vittoria: “il Brasile è tornato, il Brasile è troppo grande per essere relegato a questo triste ruolo di paria nel mondo”. C’è il grande problema della deforestazione amazzonica rilanciata con vigore da Bolsonaro e proprio sull’ambiente gli occhi del mondo guardano ai risultati che arriveranno; Lula lo sa bene e su questo fronte vuole creare un’alleanza con altri paesi emergenti per la difesa delle foreste, con risorse provenienti dai Paesi ricchi e un’ampia cooperazione internazionale.

“Il Brasile è pronto a riprendere il suo ruolo di primo piano nella lotta alla crisi climatica, proteggendo tutti i nostri biomi, in particolare la foresta pluviale amazzonica” ha detto riferendosi alla possibilità di ospitare nel 2025 la conferenza sul clima COP30 proprio in Brasile. L’accento sulla questione ambientale, enfatizzato nel primo discorso del Presidente appena eletto, colloca Lula più in sintonia con la “nuova sinistra sudamericana” del cileno Gabriel Boric e del colombiano Gustavo Petro che con altri governi latinoamericani ancora segnati dal tradizionale modello economico di stampo “estrattivista”, come il Venezuela e in parte l’Argentina. Per le dimensioni del Paese e la forza carismatica del suo leader, il Brasile tornerà ad assumere senza dubbio un protagonismo continentale che non potrà che dare stabilità alla regione. Un’altra “partita” importante sarà quella del BRICS (l’alleanza tra Brasile, Russia, India, Cina, e Sudafrica), nato proprio all’epoca del primo governo Lula e destinato ad avere un importante ruolo su uno scenario internazionale sempre più fragile e frammentato.

Un’altra discontinuità con il precedente governo ci sarà probabilmente anche sul conflitto russo, e c’è l’aspettativa che Lula possa assumere un ruolo di primo piano nella costruzione di uno spazio di dialogo volto a favorire la pace. Così come si distaccherà dagli ultimi quattro anni del governo precedente nel campo dei diritti umani. Con gli Stati Uniti il Brasile tornerà ad avere rapporti di confronto e interazione, e con la Cina si rafforzeranno i rapporti strategici.

Archiviato l’isolazionismo al quale Bolsonaro aveva relegato il Brasile in politica estera, la vera sfida di Lula sarà comunque quella della crescita economica del Paese, anche sul piano del commercio internazionale. Come riferisce Nunzio Bevilacqua, giurista d’impresa ed esperto di questioni internazionali che si divide fra Italia e Brasile, in un’intervista per l’agenzia Dire, gli occhi sono puntati pure sulle misure protezioniste: “il mondo dell’impresa teme che ci sia un’inversione per quanto riguarda i dazi sulle importazioni, tradizionalmente già molto forti, con una perdita di concorrenzialità rispetto alle aziende locali, e poi che si dia la priorità alla produzione nazionale, magari anche revocando progetti già assegnati ad aziende straniere in quest’ottica”.

 

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Tuttavia, come riporta ad esempio l’editoriale del Financial Times del 1° novembre, la difficile situazione geoeconomica globale “offre al Brasile grandi opportunità. Il paese è ricco di cibo, combustibili e metalli e ha un fiorente settore delle energie rinnovabili. Si trova lontano dai luoghi di conflitto e ha tradizionalmente cercato buone relazioni con Stati Uniti, Cina, Europa e Russia”.

E la chiosa dell’editoriale è un po’ anche la nostra: “il Brasile prospererà solo se la sua élite politica ed economica mostrerà la stessa unità di intenti nella modernizzazione del Paese che ha mostrato nella difesa della democrazia”.