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I dilemmi del nuovo attivismo diplomatico tedesco

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Il semestre tedesco di Presidenza del Consiglio dell’Unione Europea – iniziato a luglio – è giunto nel momento storico più intenso dell’UE. Tra marzo e aprile, in piena crisi Covid-19, l’Unione è andata probabilmente più vicina che mai a un’irreparabile spaccatura nord-sud sul tema della solidarietà interna. Dopo pericolosi tentennamenti, è stata proprio Berlino a staccarsi dal massimalismo del fronte dei cosiddetti frugali e a riposizionarsi come assertiva moderatrice. Un’evoluzione tatticamente inevitabile per una Germania i cui destini sono profondamente legati all’UE e le cui ipotetiche exit strategy più anti-europeiste si sono rivelate troppo complicate e auto-distruttive. Il percorso avviato con l’accordo di luglio sulla cosiddetta Next Generation EU (piano dell’UE per la ripresa post-Covid che può contare su un “Recovery Fund” straordinario di 750 miliardi per i paesi più in difficoltà) è chiaramente un primo passo con cui Berlino vuole superare il ruolo che alcuni hanno definito di “egemone riluttante” e puntare a una forma di egemonia più consapevole.

L’Europa Centro-Orientale, il cuore dell’Unione Europea, il Mediterraneo Orientale: le prospettive cruciali dell’attuale azione diplomatica tedesca

 

La resistenza tedesca allo shock Covid-19

Gli sviluppi della Next Generation EU non significano certo che l’impostazione finanziariamente rigorista e cauta della Germania sia destinata a svanire. Se l’establishment politico tedesco sta infatti vivendo una fase di particolare consenso internazionale e supporto interno è grazie a quella che, fino a oggi, è unanimemente considerata una performance eccezionale di Berlino nella tempesta del Covid-19. Una performance che una parte decisiva del mondo politico tedesco ha proprio indicato come il risultato diretto di anni di rigore e attenzione nei conti pubblici. Pur non verbalizzandola mai nella sua crudezza, l’implicita metafora narrativa nella Germania degli ultimi mesi è stata una: noi tedeschi possiamo affrontare la gravissima crisi del Covid-19 senza il peso aggiuntivo di gravi “malattie pregresse”.

Sul piano sanitario il paese ha forse beneficiato di una certa fortuna iniziale nella diffusione dell’epidemia, ma ha poi potuto fare affidamento su un sistema sanitario rivelatosi incredibilmente più solido di quello di numerosi altri paesi occidentali. Il trend sanitario potrà ovviamente peggiorare anche in Germania e la stessa Angela Merkel ha recentemente avvisato i tedeschi che con la stagione invernale si aprirà un periodo difficile: Lo spauracchio costante per le autorità sanitarie resta una nuova crescita accelerata di contagi come in Francia o Spagna

Ma è intanto soprattutto sul piano economico che Berlino ha dimostrato tutta la propria innegabile capacità di assorbire meglio di altri lo shock del Covid-19. Se è vero che il lockdown più soft imposto in primavera sul territorio tedesco ha permesso di non chiudere i battenti di molte industrie strategiche, è anche vero che la Germania è stata fin da subito capace di aiutarsi da sola con un’enorme liquidità (in buona parte raccolta senza difficoltà sui mercati finanziari). Con un totale di 1300 miliardi iniettati velocemente su più livelli e con molteplici modalità nel tessuto economico e sociale del paese (una cifra che da sola supera l’ammontare dell’intero Recovery Fund della UE), la cura tedesca alla crisi economica da Covid è stata a dir poco robusta.

E adesso, i risultati vengono già presentati con soddisfazione dal governo Merkel IV: il Ministro dell’economia Peter Altmaier ha recentemente dichiarato che per l’economia della Germania si starebbe verificando la tanto sognata dinamica a “V” (una rapida risalita dopo un crollo improvviso). Altmaier ha detto di prevedere che il PIL tedesco tornerà ai livelli pre-Covid solo nel 2022, ma intanto un crollo che veniva previsto del 6,3% per il 2020 appare ora stimato sul 5,8%. La FAZ riporta che la produzione industriale avrebbe già raggiunto lo scorso giugno l’88% del livello pre-crisi mentre Der Spiegel spiega che nel 2021 l’economia tedesca potrebbe crescere di nuovo del 4,4%. In altre parole: in Germania le cose andranno abbastanza male come per tutti, ma certo non così male come per tanti.

Ovviamente non mancano le incognite: la prima è che l’andamento della pandemia continua a essere comunque pericolosamente imprevedibile; la seconda è che i provvedimenti del governo potrebbero aver semplicemente ritardato il crollo di molte aziende che non reggeranno comunque uno shock sul lungo periodo; la terza è che l’esposizione dell’export tedesco al rallentamento dell’interscambio globale non può certo essere solo risolta da provvedimenti interni alla Germania.

Come detto, tuttavia, è dalla propria specifica performance nella crisi Covid-19 che il governo tedesco attinge attualmente una nuova forza interna ed esterna. Quest’estate Berlino ha infatti trovato anche il tempo di ricercare una nuova assertività diplomatica non solo in seno all’UE, ma anche in diversi altri scenari, a partire dai rapporti geopolitici con la Russia e dalla conflittualità greco-turca nel Mediterraneo orientale. In entrambi i casi Berlino si è subito imbattuta nelle contraddizioni fisiologiche del suo particolare status geopolitico. Uno status che continua a essere fatto di molto soft power diplomatico-commerciale e poco hard power militare.

 

Il rapporto con Mosca: quale Ostpolitik?

Il 28 agosto, 6 giorni dopo l’arrivo in condizioni gravissime a Berlino dell’attivista russo Aleksej Navalny, la Cancelliera Merkel ha dichiarato di non ritenere utile collegare il caso Navalny al destino del gasdotto Nord Stream 2. Il 2 settembre, però, la stessa Merkel è andata davanti alle telecamere per dire che l’indagine da parte dell’Istituto di farmacologia e tossicologia delle Forze armate tedesche aveva ora “prove inequivocabili” che Navalny fosse stato avvelenato con un agente del gruppo novichok, aggiungendo poi che il Cremlino “può e deve rispondere a domande molto serie”. Dopo l’intervento di Merkel, notato a ogni latitudine per la sua inedita durezza, in Germania si è così in poche ore ricompattato il fronte ostile al Nord Stream 2. Il raddoppio del gasdotto nel Mar Baltico ha ormai una funzione tanto materiale quanto simbolica, essendo un’infrastruttura che non contiene certamente tutto il traffico energetico Mosca-Berlino, ma che esprime ugualmente tutta la storica complessità del rapporto russo-tedesco.

Il tragitto del Nord Stream 2, che raddoppia il Nord Stream 1 aperto nel 2011

 

Norbert Röttgen, attuale presidente della Commissione esteri del Bundestag e uno dei candidati alla presidenza della CDU, ha velocemente dichiarato che per rendersi credibile nel caso Navalny il governo tedesco non possa limitarsi a generiche sanzioni e debba ora colpire Putin dove sia più efficace, cioè proprio sul Nord Stream e sugli interessi di Gazprom. Nel frattempo, il Ministro degli esteri Heiko Maas ha detto di “sperare che la Russia non costringa la Germania a bloccare il Nord Stream 2”. Nella CDU il dibattito è ora aperto, mentre il posizionamento di Maas conferma che anche tra i socialdemocratici ci sia ormai una minore disponibilità a essere “Putin-Versteher” (cioè concilianti con le posizioni del Cremlino). Un dato significativo, quest’ultimo, perché la SPD è tradizionalmente la vera garante di una Ostpolitik fondata sull’assunto che una relazione commerciale e di interdipendenza energetica con Mosca sia da mantenere sempre e a ogni costo (perché considerata il solo meccanismo di stabilizzazione permanente per evitare conflitti eurasiatici).

Tuttavia, nonostante nella prima settimana di settembre anche una parte dei media tedeschi abbia spinto con insistenza per il blocco del Nord Stream 2 sull’onda del caso Navalny (molto attiva è stata la Bild Zeitung), nella politica tedesca e nelle posizioni della stessa Merkel sono presto emerse tendenze a frenare decisioni affrettate nei delicati rapporti con la Russia. Markus Söder, presidente CSU della Baviera (anch’egli candidato, ufficioso ma molto quotato, a sostituire Merkel) ha ad esempio avvertito che non bisogna cadere nel “rigorismo morale” su progetti come il Nord Stream 2, visto che la Russia “non è il solo paese che non rispetta i diritti umani”. Anche l’ipotesi di voler ora rimandare la questione Nord Stream 2 a una “decisione europea”, soluzioni espressa con crescente insistenza da voci della CDU e della SPD, può essere certamente letta come un’apertura a una politica estera più europeista, ma si sta anche trasformando in un tentativo di scaricare sulle dinamiche decisionali UE una questione che per Berlino è diventata d’un tratto troppo scottante.

La cerimonia di apertura di Nord Stream 1 nel 2011. Nella foto si riconoscono oltre ad Angela Merkel, l’allora presidente russo Dimitri Medvedev, il primo ministro francese François Fillon e quello olandese Mark Rutte

 

Il peso di Navalny e Nord Stream 2 sul dossier Bielorussia

Una cosa è certa: il sovrapporsi del caso Navalny e del dossier Nord Stream 2 ha intanto complicato enormemente quello che voleva essere inizialmente l’approccio diplomatico tedesco alla crisi in Bielorussia, dove le proteste continuano a sfidare il potere di Aleksandr Lukashenko, nelle ultime settimane sempre più sorretto dal Cremlino.

Nei corridoi della diplomazia tedesca c’è al momento soprattutto la determinazione a non far diventare la Bielorussia una seconda Ucraina. In questo senso era quindi fino a poco fa diffusa l’idea di perseguire un seppur difficile dialogo con Vladimir Putin sulle evoluzioni di Minsk (magari coinvolgendo anche la sempre più dichiarata volontà di Parigi di aprirsi verso Mosca). L’avvelenamento di Navalny, il riemergere del dibattito sul Nord Stream 2 e le sue profonde implicazioni geopolitiche dimostrano però quanto questa prospettiva sia oggi oggettivamente meno facile del previsto. Prospettiva che diventerà ancora più intricata se la questione Nord Stream 2 verrà davvero posta con più decisione sul tavolo dell’UE a 27. Se paesi come Francia, Paesi Bassi, Austria e Italia hanno l’interesse materiale a sostenere il progetto sul piano meramente commerciale, è nota l’avversione assoluta alla pipeline da parte di partner ormai cruciali per la Germania come Polonia, Estonia, Lituania, Lettonia, Slovacchia e Romania.

La Bielorussia, sull’asse Berlino-Varsavia-Mosca

 

Scelte e contraddizioni di uno status geopolitico nuovo

Altrettanto inevitabile continuerà a essere la sponda che i paesi UE più anti-russi troveranno a Washington in merito alla loro paura di un rapporto troppo conciliante tra Berlino e Mosca. Quando nel dicembre 2019 l’amministrazione USA ha firmato e implementato il “Protecting Europe’s Energy Security Act” (proposta legislativa ampiamente bipartisan e sostenuta da entrambe le camere del Congresso degli Stati Uniti, che colpisce duramente le aziende coinvolte nel progetto Nord Stream 2), la Germania ha fortemente protestato contro le “sanzioni extra-territoriali” di Washington e diversi politici tedeschi hanno dichiarato che il solo interesse americano fosse quello di portare in Germania il proprio GNL (gas liquefatto). Ma se nello specifico le risposte tedesche alle sanzioni possono essere più che precise, anche in questo caso Berlino è sembrata sottovalutare la dimensione geopolitica e non solo commerciale del gasdotto russo-tedesco nel Mar Baltico.

Già nel 2018 il presidente Trump aveva riassunto la questione Nord Stream chiedendo: “Dovremmo difendere la Germania dalla Russia, ma la Germania paga la Russia con miliardi di dollari per l’energia in arrivo con la pipeline. Come funziona questa cosa?“. Il presidente USA ha usato certamente modi poco diplomatici e ha banalizzato una situazione molto più articolata, ma l’annuncio dello scorso luglio di un ritiro di quasi 12mila soldati americani dalle basi tedesche ha sicuramente chiarito il nucleo tattico del suo discorso. Discorso che, piaccia o meno, resta cruciale ed essenziale per un paese militarmente ancora debole come la Germania.

Molto importante è anche considerare come l’eventuale (ma assolutamente non scontato) prossimo arrivo alla Casa Bianca di Joe Biden, che a Berlino viene sperato e invocato in maniera quasi militante, non farà comunque mutare troppo la posizione USA rispetto ai rapporti russo-tedeschi e non eroderà certo la passione americana per il fervido neo-atlantismo di Varsavia e di altre capitali geopoliticamente affini. La Germania sarà quindi costretta in ogni caso a impattare le contraddizioni tra la sua volontà di mantenere attivo il rapporto tattico-commerciale con Mosca, il desiderio di sviluppare la propria egemonia nell’UE centro-orientale e l’irrinunciabile necessità di non rendere ancora più fragile l’asse transatlantico.

Joe Biden e Angela Merkel

 

Più la Germania si allontanerà quindi dalla sua comfort zone di egemone riluttante e più applicherà una nuova assertività diplomatica, più dovrà trovare nuove soluzioni per affrontare vari dossier che ha per anni cercato di rimandare. Se Berlino non rinuncerà al Nord Stream 2, una nuova Ostpolitik non sarà forse impossibile, ma dovrà di certo essere profondamente aggiornata e rielaborata.

 

Il Mediterraneo sempre più vicino

La questione russa è tradizionalmente un nucleo decisivo della diplomazia tedesca, ma negli ultimi mesi Berlino sta anche cercando di muoversi più attivamente in un contesto che ha storicamente evitato: il Mediterraneo. Lo scorso gennaio nella capitale tedesca si è svolta la conferenza sulla Libia, in cui il governo Merkel ha cercato di affermarsi come nuovo campione del multilateralismo e della de-escalation (con risultati ambivalenti).

Nelle ultime settimane, con l’aggravarsi della conflittualità tra Turchia e Grecia per lo sfruttamento delle risorse marine di gas, il governo tedesco è tornato a proporsi come mediatore e stabilizzatore. Legata da un rapporto storico alla Turchia, la Germania è spesso ritenuta il solo player europeo realmente capace di arginare diplomaticamente il neo-ottomanesimo del presidente turco Erdoğan. Le conseguenze della strategia della Patria Blu di Ankara (che cerca nei mari nuovi spazi di egemonia economico-militare) stanno diventando sempre più inaccettabili per la Grecia. Nel momento in cui Atene ha chiesto aiuto ai partner UE, la Francia di Emmanuel Macron ha scelto di mandare navi militari e cacciabombardieri nel Mediterraneo orientale. Berlino ha invece di nuovo scelto il ruolo di paciere, con effetti anche qui parziali, ma andando così probabilmente a creare una dinamica di bad cop/good cop con Parigi. Dinamica da cui però riemerge la suddivisione classica dell’asse franco-tedesco: la Francia si muove poggiando sulla propria potenza militare, la Germania cerca di affermarsi diplomaticamente partendo dal proprio peso massimo commerciale (ma, in eventuale ultima ratio, appoggiandosi ugualmente sul peso militare francese).

Non esiste così fino ad ora una vera e propria sintesi europea di fronte all’escalation nel Mediterraneo, tanto meno una risposta coordinata di tutti i 27 paesi. Per ora è chiaro che la Francia sia solo agli inizi di una campagna contro il governo Ankara, che Parigi ritiene problema decisivo dell’alleanza atlantica e che Macron descrive sempre più apertamente come un pericoloso esportatore di nazionalismo islamista in Medio Oriente, in Nord Africa e nelle stesse comunità immigrate europee. Da parte sua, invece, Berlino cerca di continuare a mantenere calmi i propri rapporti con Erdoğan.

La cautela tedesca si basa su almeno tre motivi di interesse innanzitutto nazionale: primo, il rapporto commerciale privilegiato con la Turchia; secondo, la necessità di tenere in vita l’accordo sull’immigrazione stipulato nel 2016 (accordo che il presidente turco minaccia spesso di far saltare, conoscendone fin troppo bene il peso politico in prospettiva delle prossime elezioni tedesche); terzo, la necessità di non permettere al governo di Ankara di mobilitare contro la politica tedesca la comunità turca in Germania (che è per buona parte sostenitrice dell’AKP di Erdoğan e che, anche in questo caso, avrà un suo peso nelle cruciali elezioni tedesche del 2021).

Festa della comunità turca a Colonia

 

Anche quando cerca di muoversi come campione del multilateralismo nel Mediterraneo, proprio come avviene nei rapporti con i paesi UE centro-orientali, Berlino è quindi destinata a incontrare presto le contraddizioni tra la propria Realpolitik più immediata e l’aspirazione a una leadership da vera egemone, vale a dire da egemone capace di farsi promotrice di un’agenda di interessi più ampia, intraeuropea, transnazionale, tipica di una vera superpotenza continentale.

Per tenere insieme l’UE di fronte alla pericolosa spaccatura nord-sud sulla solidarietà durante la crisi del Covid-19 Berlino è stata d’un tratto capace di integrare il proprio interesse nazionale in una geometria più ampia che contenesse anche gli interessi eterogenei di tutti i propri partner europei. La Germania saprà però fare qualcosa di simile quando dovrà riformulare la propria Ostpolitik o muoversi nel Mediterraneo?