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Gli esami di maturità della “New Space Economy”

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Nonostante la pandemia del 2019-2020, l’economia delle attività spaziali nel mondo è andata crescendo ulteriormente, arrivando a $446.88 miliardi di dollari nel 2020 – più del 50% rispetto al 2010, e ben oltre il 176% di crescita rispetto al 2005, secondo i dati pubblicati dalla Space Foundation negli Stati Uniti[1].

Passata dunque l’infanzia e l’adolescenza, la New Space Economy affronta ora l’esame di maturità. È lecito attendersi un consolidamento del mercato, ora che molte aziende nate sotto l’egida del New Space dovranno dimostrare la propria capacità di generare ritorni per gli investitori. E per le tecnologie nate sotto tale paradigma, è ora possibile valutare i risultati. L’obiettivo di tale analisi retrospettiva è comprendere se lo spazio abbia mantenuto le promesse fatte agli investitori. E dunque, conseguentemente, se potrà continuare a espandersi.

In un precedente articolo per Aspenia nel 2015 illustravo la prospettiva di innovazione di questo settore con una enfasi particolare sullo “spazio non solo per lo spazio,” ossia l’evoluzione dei prodotti e servizi satellitari rivolti al mondo dell’industria e dei servizi “terrestri”, e non soltanto a scopi istituzionali o scientifici. Possiamo ora ipotizzare le possibili ulteriori evoluzioni della New Space Economy per il nostro Paese e per l’Unione Europea.

 

Cosa intendiamo oggi per New Space?

Non esiste in effetti una definizione univoca di New Space. Molto spesso si tende a delimitare il concetto ad un sottoinsieme di attività come il turismo spaziale con la Virgin Galactic di Richard Branson, le attività della SpaceX di Elon Musk, piuttosto che le startup innovative ed i piccoli satelliti noti come ‘CubeSats’ (satelliti miniaturizzati della dimensione di 10cm3 per unità). In realtà la New Space Economy va ben oltre tutto ciò. Un recente sondaggio svolto dallo scrivente in collaborazione con un collega di Virginia Tech negli Stati Uniti, e pubblicato nel Journal on Miniaturization for Air and Space Systems dell’IEEE[2], evidenzia tre tratti distintivi delle attività New Space.

Il primo è certamente l’enfasi sui clienti privati come mercato primario delle attività, piuttosto che il solo mercato istituzionale. Nonostante l’aumentato interesse per i mercati privati emergenti, viene comunque riconosciuto che il mercato istituzionale è ancora ad oggi quello che contribuisce alla maggior parte dell’indotto economico dell’industria spaziale su scala globale. Il secondo è l’approccio non convenzionale allo sviluppo di prodotti e servizi spaziali – adottando metodologie di lavoro che spesso infrangono paradigmi molto strutturati e rigidi su come l’innovazione venga portata in orbita. Mentre il terzo tratto distintivo è l’introduzione di nuovi modelli di business e di nuove fonti di finanziamento, come ad esempio l’idea di vendere “tempo operativo” sugli asset spaziali come servizio, piuttosto che vendere il satellite in sé come prodotto (idea nota come Space as a Service). Non più solo i governi come finanziatori delle attività spaziali, ma anche investitori privati quali venture capitals, fondi di private equity, angel investors, e fondi di investimento.

 

Chi saranno i vincitori nella New Space Economy?

Secondo il Q4 2021 Space Investment Quarterly di Space Capital, fondo di venture capital statunitense focalizzato sullo spazio, vi sono 1,694 startup operanti nella New Space Economy, che hanno attratto negli ultimi 10 anni investimenti in equity per $252.9 miliardi di dollari. Passata una decade di investimenti, alcuni dei fondi originariamente investiti in aziende spaziali si ritrovano a tirare le somme degli investimenti con i propri limited partners.

Nel recente boom di quotazioni via SPAC aziende spaziali hanno ricevuto valutazioni oltre il miliardo di dollari, con multipli di decine (ed in alcuni casi centinaia) di volte il fatturato operativo realizzato – valutazioni giustificate talvolta su proiezioni di ricavati futuri, spesso su servizi ancora non dimostrati tecnologicamente o sul mercato. È ragionevole attendersi un consolidamento del mercato, con alcune aziende che termineranno le operazioni, altre che saranno oggetto di operazioni di M&A da parte dei grandi gruppi industriali, ed altre che scaleranno le proprie operazioni realizzando le promesse originarie fatte agli investitori. Ci si chiede dunque quali delle tante aziende – inclusi i grandi gruppi industriali operanti nel settore da decenni – risulteranno come emergenti “vincitrici” nella New Space Economy.

 

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Da un punto di vista fondamentale, è possibile distinguere tra business spaziali incentrati sul movimento di massa, e business incentrati sul movimento di dati. Considerati gli alti costi di lancio derivanti dall’altissimo dispendio energetico necessario per portare oggetti in orbita, è opinione di alcuni (tra cui lo scrivente ed il collega Ed Crawley di MIT), che le aziende che avranno successo commerciale nello spazio saranno quelle che realizzano le proprie entrate ricorrenti sul movimento di dati, piuttosto che sul movimento di massa. Quest’ultima attività esclude il dispiegamento di routine delle risorse in orbita e si concentra sulle operazioni ricorrenti estese. Tale ipotesi è certamente influenza dai già menzionati alti costi di lancio, su cui certamente le istituzioni possono intervenire per facilitare la riduzione, come proposto in seguito.

 

Il ruolo delle Istituzioni

Nel paradigma del New Space, l’evoluzione del ruolo delle istituzioni e delle agenzie preposte a stimolare lo sviluppo dell’ecosistema industriale spaziale si accelera ulteriormente. Le agenzie spaziali e gli stakeholder governativi assumono sempre più il ruolo di catalizzatori di attività innovative, e disgregatori di quelle barriere all’ingresso che caratterizzano i segmenti a più alto contenuto tecnologico, ovvero alti costi capitali e ricorrenti quali l’accesso allo spazio.

Al fine di abilitare i modelli di sviluppo iterativi ed i modelli di business basati sui servizi, le aziende New Space hanno necessità di accesso frequente e a basso costo all’orbita terrestre. Ciò si traduce dunque per le istituzioni in una necessità di sovvenzionare i costi di ricerca e sviluppo, nonché di sovvenzionare frequenti lanci in orbita al fine di ridurre il costo di lancio di un fattore dieci, se non cento, rispetto ai costi odierni. Così facendo, le istituzioni faciliteranno la creazione di nuove opportunità di mercato per cui le soluzioni spaziali risulteranno attrattive rispetto a soluzioni tecniche concorrenti.

Non è un caso che Starlink – la costellazione di telecomunicazioni satellitare di SpaceX – sia la prima delle megacostellazioni ad aver quasi completato il suo dispiegamento completo (con oltre 1,469 satelliti in orbita al momento di scrittura di questo articolo). La motivazione, ipotizza lo scrivente, risiede nella verticalizzazione della azienda di Elon Musk, che controlla l’intera catena del valore del progetto – dal segmento di lancio, a quello di terra, passando per il segmento spaziale. Riuscendo a controllare tempistiche e costi del lancio, componente maggioritaria del costo di dispiegamento e mantenimento della costellazione, Starlink è riuscita a fornire un servizio attualmente già operativo e disponibile al grande pubblico mediante sottoscrizione mediante un normale sito web – impresa in cui altri grandi attori del settore stanno ancora lavorando, o che non sono in grado di fornire allo stesso livello di costo o di performance della suddetta costellazione.

La grande opportunità per le Istituzioni, e dunque anche per il continente europeo, è dunque quella di sovvenzionare i costi di lancio, e favorirne una alta frequenza per il comparto industriale di riferimento. Così facendo si abilitano nuovi modelli di business, la capacità di sperimentare più aggressivamente con nuova tecnologia in orbita (accettando più facilmente gli inevitabili fallimenti). E dunque di abbattere la barriera più importante allo sviluppo della New Space Economy – probabilmente, tra i contributi più importanti che le istituzioni possano dare per favorire la futura evoluzione commerciale del settore spaziale.

È prevedibile ed auspicabile inoltre una attività più vivace delle istituzioni, sia a livello nazionale (quali le agenzie spaziali nazionali) che internazionale (quali le agenzie spaziali transnazionali), nell’accelerare ulteriormente lo sviluppo della regolamentazione dell’accesso allo spazio e l’utilizzo delle relative risorse, di natura limitate, ed attualmente regolate da accordi internazionali – come ad esempio quelli formulati sotto l’egida delle Nazioni Unite e delle relative organizzazioni. Esempi di risorse limitate includono l’utilizzo delle radiofrequenze e gli slot orbitali in orbita geostazionaria. Queste ultime sono già oggi regolate da organismi internazionali (come ad esempio l’International Telecommunication Union per la allocazione delle radiofrequenze), in un contesto in cui l’allocazione di risorse è tuttora un problema di dimensioni relativamente contenute. Nel momento in cui il numero di lanci aumenta esponenzialmente, ed un singolo progetto privato invia in orbita un numero di satelliti di quantità dello stesso ordine di grande della intera popolazione di satelliti orbitanti attorno alla Terra (è questo il caso di Starlink ad esempio), il problema dell’accesso allo spazio assume un’entità del tutto nuova. Le istituzioni dovranno da un lato facilitare l’accesso allo spazio agli attori emergenti, nonché alle industrie nazionali, ma dall’altro dovranno riempire dei vuoti normativi su temi rilevanti per lo sviluppo dell’economia spaziale. Mentre da un lato i meccanismi e le istituzioni preposte a normare l’utilizzo allo spazio già sono in piedi, l’entità delle annesse problematiche da gestire in futuro non ha precedenti storici, e dunque richiederà senza dubbio una riorganizzazione ed una riflessione a livello nazionale ed internazionale per la relativa gestione.

 

Il boom delle SPAC spaziali del 2020.

Le prime startup – oggi “non più startup” – della nuova fase New Space hanno ormai oltre dieci anni di vita operativa. Le più grandi giungono dunque al bivio in cui decidere se continuare a crescere come aziende private, o se effettuare il salto verso la quotazione pubblica – con i pro ed i contra che ne conseguono.  Nel 2020-2021 si è osservata una attività esuberante di quotazione sul mercato pubblico di società spaziali mediante Special Purpose Acquisition Companies, note con l’acronimo di SPAC, ossia veicoli temporanei il cui scopo è raccogliere capitale in trust, al fine di identificare e fondersi con una società privata che poi viene quotata sul mercato di riferimento. Al lancio sul mercato, le azioni della società quotata vengono poi offerte al pubblico ad un prezzo nominale di $10 dollari per azione.

Nello scorso biennio almeno 13 aziende spaziali (tra cui Rocket Lab, Spire, Astra, Planet, ed altre) hanno annunciato la propria business combination con una SPAC, in particolare nel mercato statunitense del New York Stock Exchange e del NASDAQ. Tali operazioni di mercato offrono agli investitori retail la possibilità di investire direttamente nella New Space Economy, e danno alla società l’opportunità di usufruire di iniezioni di capitali potenzialmente importanti (anche dell’ordine delle centinaia di milioni di dollari). Tali capitali possono essere poi impiegati per operazioni di fusione ed acquisizione, e per far crescere il business della società stessa.

Il punto di domanda più importante in molte delle operazioni di SPAC “spaziali”, così come sollevato da molti osservatori, è la quotazione su mercato società con valutazioni in taluni casi anche cento volte ed oltre superiori al fatturato annuo realizzato. Si sono osservati casi di quotazioni di società pre-lancio (ossia, società che non hanno dimostrato la propria tecnologia in orbita), o di quotazioni le cui valutazioni erano per la maggior parte basate su proiezioni di fatturato futuro (in taluni casi basato su servizi non ancora dimostrati su mercato). Mentre è probabilmente troppo presto per tirare le somme su molte di queste operazioni, ad oggi (primo quarto del 2022) molte delle azioni delle SPAC quotate su mercato hanno un valore inferiore (in taluni casi molto inferiore) rispetto al prezzo di lancio iniziale. Probabilmente continueremo ad osservare sul mercato quotazioni di società spaziali, ma con valutazioni più allineate ai fondamentali della azienda di quanto non sia accaduto sino ad oggi. Se le aziende spaziali nate negli ultimi venti anni siano pronte per i mercati pubblici, come le analoghe grandi aziende spaziali già “veterane” del mercato è una domanda aperta, a cui probabilmente avremo una risposta nel corso del prossimo biennio.

La New Space Economy si trova dunque a rendere conto delle promesse fatte agli investitori ai suoi inizi. E’ un momento in cui i fondi di investimento originariamente investiti nelle prime startup spaziali hanno forse trovato la exit per i loro investimenti, ma anche un momento in cui alle aziende è richiesta la capacità di saper operare in un mercato competitivo non soltanto spaziale. Dove, dunque, la soluzione spaziale viene ad essere competitiva con tutte le altre soluzioni disponibili sul mercato per soddisfare un certo bisogno.

L’indotto istituzionale tuttora rappresenta, e rappresenterà ragionevolmente per ancora del tempo, la maggior parte del fatturato delle aziende New Space. L’istituzione gioca il ruolo di anchor customer e consente dunque al settore industriale lo sviluppo di capacità tecnologiche innovative. Il “vero New Space” si realizzerà – dunque, crescerà nella sua “fase adulta” – nel momento in cui il “vero” fatturato privato supererà quello istituzionale. In quel momento futuro potremo veramente dire di aver raggiunto la fase matura del settore, e dunque validare la massima espressione delle sue potenzialità in ambito commerciale.

La situazione attuale ricorda quanto già vissuto dal settore spaziale nei primi anni ’90, con le prime costellazioni di telecomunicazione per telefonia satellitare, successivamente soppiantate dalle infrastrutture terrestri. In certi versi ci troviamo di fronte, dunque, ad un caso di ricorso storico, in cui il settore spaziale, con l’impeto innovativo del New Space, deve dunque  reggersi sulle proprie gambe ed offrire modelli di business sostenibili. E dunque, superare brillantemente la sua prima vera prova di maturità.

 

 


Note:

[1] Space Foundation, “The Space Report 2021”, the 36th Annual Space Symposium Special Edition.

[2] A. Golkar and A. Salado, “Definition of New Space—Expert Survey Results and Key Technology Trends,” in IEEE Journal on Miniaturization for Air and Space Systems, vol. 2, no. 1, pp. 2-9, March 2021, doi: 10.1109/JMASS.2020.3045851.