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Due settimane di guerra

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A due settimane dall’aggressione di Vladimir Putin all’Ucraina, vedere l’ospedale pediatrico di Mariupol bombardato ci ricorda che le guerre che si risolvono “senza sparare un colpo” non esistono, e che spesso le azioni militari sul campo non seguono affatto le idee o le illusioni di coloro che le hanno scatenate.

Un’altra legge ferrea delle guerre: in poco tempo, ci si dimentica dei pretesti o degli argomenti che hanno giustificato la presa delle armi. La “de-nazificazione” dell’Ucraina. La protezione della componente russofona – che vive sotto l’incubo delle bombe esattamente come quella di lingua ucraina. L’indipendenza delle repubbliche separatiste del Donbass; con il paradosso che il Donbass è finora relativamente il fronte più tranquillo del conflitto.

Un’immagine dal centro di Kharkiv (6 marzo)

 

Visioni, narrazioni, realtà

L’Ucraina è solo un’espressione geografica, se l’è inventata la Russia. Gli ucraini si solleveranno contro il loro governo e ci batteranno le mani. L’esercito ucraino si sfalderà, i soldati scapperanno senza combattere. In due giorni saremo a Kiev e sarà tutto finito. Il presidente Zelensky andrà a nascondersi in America e non sentiremo più parlare di lui. L’Occidente, come tante altre volte, non muoverà un dito.

Nessuno può sapere se questi fossero davvero gli assunti di Putin. Secondo alcuni, l’ex spia del KGB è dotata di grande finezza strategica e vasta abilità politica: usa la propaganda in maniera spregiudicata, ma non ci crede mica. Secondo altri, come succede spesso ai tiranni dopo lunghi anni alla testa di un potere indiscutibile, intoccabile e incancrenito (sono 23 per Putin), l’autocrate che ha gettato Russia e Ucraina in un conflitto che ricorda per scala, coinvolgimento internazionale e numero delle vittime la Seconda guerra mondiale non è più lucido.

Cosa è successo dopo il 24 febbraio, data dell’invasione? L’Ucraina non si è sollevata contro il suo governo. I suoi cittadini si sono iscritti in massa alle milizie volontarie, e hanno deciso di combattere e resistere esattamente come i suoi soldati effettivi. L’avanzata delle truppe russe è stata bloccata dalla reazione dell’esercito ucraino: in due settimane, solo un capoluogo di regione è stato occupato, Kherson, nel Sud. Volodymyr Zelensky è diventato una specie di mito in Europa e negli Stati Uniti – con l’Europarlamento che gli ha tributato l’ovazione al momento del suo video-discorso, il 1° marzo, saluto ripetuto a Westminster il 9 marzo – mentre i partiti che in Europa erano politicamente vicini alla Russia sono in fila per sconfessare Putin col capo cosparso di cenere. Non ci sono solo gli applausi di facciata: gli europei stanno mandando armi all’Ucraina. E grazie alla martellante azione diplomatica di Zelensky unita alla leadership del sottovalutatissimo Joe Biden, Stati Uniti e Unione Europea, più il Regno Unito, ma anche l’Occidente “allargato” (Australia, Giappone, Corea del Sud) si sono uniti in una controffensiva economica epocale. Di certo, nessuno di questi sviluppi è positivo per la Russia. Anche perché la lucidità della Casa Bianca ha impedito finora che la NATO cadesse in qualche inciampo o provocazione che giustificasse una reazione di Putin.

Le sanzioni sono arrivate fino a minacciare la stabilità stessa dello Stato russo, con il congelamento delle riserve estere della banca centrale mentre il rublo perdeva un quarto del suo valore. E sono sempre più dure: il blocco delle importazioni negli Stati Uniti di gas e petrolio, di petrolio nel Regno Unito (entro l’anno), e una spinta decisiva dell’Unione Europea verso la ricerca di nuove fonti di sostentamento energetico alternative al gas russo. Decisioni di portata mondiale; punti di riferimento e legami che sembravano inossidabili scardinati in due settimane. E sostenuti da un consenso ampio nelle opinioni pubbliche occidentali, così ampio che ha spinto molti operatori privati nazionali o multinazionali a chiudere ogni rapporto commerciale con la Russia, o a sospendere gli investimenti futuri.

 

Spazio e tempo

Per comprendere l’andamento di una guerra non si può trascendere dai punti focali dello spazio e del tempo. La Russia ha messo in campo ormai quasi tutti i 190mila soldati che aveva schierato ai confini dell’Ucraina; a questi, vanno aggiunti i 20mila separatisti che combattono nel Donbass. L’esercito ucraino ha completato la sua mobilitazione e dispone ora di circa 200mila soldati – la “legione internazionale” conta al momento su circa 2mila effettivi al fronte. Le forze in campo dunque si equivalgono nel numero, ma i russi mantengono una superiorità molto netta nell’aviazione e nell’artiglieria. E la flotta ucraina ha finito i suoi giorni nel 2014: il Mar Nero è un’unica rampa di lancio di missili che partono dalle navi russe.

Qui si pone il primo problema di spazio, che spiega perché l’avanzata russa si sia arenata – almeno in queste prime due settimane – senza raggiungere tutti gli obbiettivi importanti. I russi non hanno abbastanza effettivi per controllare davvero il territorio dell’Ucraina: la loro “occupazione” si traduce in realtà in un movimento sugli assi stradali che lascia “scoperte” grandi porzioni di territorio, e anche molti centri abitati. In tal modo gli ucraini possono contrattaccare sui fianchi dell’avanzata russa, mettendola in grande difficoltà. Inoltre, chi avanza deve di regola mantenere delle linee di rifornimento e di contatto più lunghe, e questo comporta un maggior impiego di truppe e di risorse, sottratte al fronte.

La presenza effettiva delle truppe russe sul territorio ucraino. Mappa elaborata da @war_mapper

 

Gli ucraini, proprio perché chiusi in una situazione difensiva, muovono le loro truppe su linee di collegamento molto più corte, dunque più facili da proteggere. E ancora: i russi, probabilmente perché convinti che l’Ucraina sarebbe collassata in poche ore, hanno lanciato la loro invasione su molte direttrici: a nord-est su Kiev, Chernihiv, Sumy, Kharkiv. A est nel Donbass. E a sud su Kherson, sul bacino del Dnepr e su Mariupol. Hanno dunque disperso la loro forza propulsiva: si fossero diretti in forze su uno o due bersagli specifici, li avrebbero raggiunti prima che gli ucraini riuscissero a riorganizzarsi.

Il problema del tempo si intreccia invece con le trattative che le due parti hanno in un certo senso provato ad abbozzare. A chi conviene se la guerra si prolunga? La logica direbbe all’Ucraina, a condizione che questa sia davvero in grado di fermare e controbattere l’offensiva russa, e a sopportare vittime civili a decine di migliaia, e la fuga di milioni di abitanti. Il rischio di bancarotta in Russia sfavorisce Putin, che deve comunque rispondere a una cupola di oligarchi certo non entusiasti all’idea del blocco finanziario internazionale e al fantasma della fine delle forniture di gas e petrolio. E non è da sottovalutare il fatto che anche da una Russia economicamente devastata cominciano a fuggire migliaia persone: sta accadendo già adesso. Continuare la guerra significa poi contare i morti tra le proprie fila, e dover spiegare ai russi perché i giovani sono mandati a farsi sparare in Ucraina. Nessuna guerra è popolare: la legge appena passata che punisce con 15 anni di carcere chiunque diffonda notizie non ufficiali sul conflitto conferma la paura del Cremlino in questo senso.

L’intensificarsi del conflitto implica anche la possibilità, seppure i russi lo “vincessero”, che una nazione ucraina per reazione si formi davvero in profondità, sul territorio conteso: una nazione che dopo essere stata distrutta e dissanguata dalla “sorella” per i prossimi secoli si volterebbe via da Mosca. Con il passare dei giorni, senza che diminuisca il flusso dei profughi, le vittime civili provocate dai russi sono aumentate: oltre ad essere il prezzo tragico di ogni guerra, sono queste un’arma che Putin usa in sede di trattative per spingere gli ucraini a cedere.

Ma il fattore tempo non gioca per forza a favore degli ucraini. Le défaillance dell’avanzata russa sono da imputare anche a una clamorosa disorganizzazione in alcuni reparti che gli alti comandi potrebbero riuscire infine a correggere. E poi l’esercito ucraino sta resistendo, va bene, ha il morale alto, certo, ma al prezzo di vedere il proprio Paese ogni giorno di più fatto a pezzi dall’artiglieria e dai missili russi. A Kiev ci si vanta della capacità di adattarsi all’avversità ricordando che perfino i servizi di consegna dei cibi a casa si sono adeguati alla vita sotto attacco nemico (ti rimborsano se al momento della consegna suona l’allarme e il rider non può venire). Ma sono già due milioni le persone che hanno abbandonato le proprie case. Lo scorrere del tempo potrebbe rendere difficile all’Ucraina e a Zelensky mantenere viva l’ondata di simpatia e sostegno che ha percorso l’Occidente in queste prime due settimane: quando si affievolirà, la Russia potrà giocarsi le sue carte per rompere l’isolamento internazionale. La prima è quella che porta a Pechino: Mosca ha inserito Taiwan in una lista di Paesi “non amichevoli” perché aiuta l’Ucraina, e la Cina ha ringraziato specificando che la guerra in Ucraina è “scoppiata per colpa dell’America”. “E ricordatevi che Taiwan non è nemmeno un Paese”, hanno anche aggiunto i cinesi. Un po’ come diceva Putin dell’Ucraina.

 

Alla ricerca di una via d’uscita

Ma per cosa si tratta esattamente? In molti hanno parlato della necessità di offrire una via d’uscita a Putin per fargli salvare la faccia davanti ai russi, altrimenti non smetterà mai la guerra. Come si salva la faccia dell’autocrate, soprattutto ora che le armi russe mirano sempre più ai civili e sempre meno ai militari? Non è nemmeno da escludere la creazione di un falso pretesto per intensificare e giustificare ex-post una guerra ormai bloccata, di cui incolpare l’Ucraina e i suoi alleati. L’attacco chimico-batteriologico è stato un classico della guerra in Siria; e da mesi i media russi, spalleggiati negli ultimi giorni dalla diplomazia cinese, sostengono di avere “le prove” che gli ucraini ne starebbero organizzando uno.

Comunque, il rovesciamento di Zelensky da sostituire con un governo fantoccio filo-russo ormai è fuori discussione, persino i russi lo escludono. Allora, quale richiesta aspettarsi dalla Russia? Un po’ di territorio, magari la stremata Mariupol come trofeo, e il controllo delle regioni dove sono arrivate le sue truppe? La garanzia che l’Ucraina sarà sempre neutrale, smilitarizzata? Un’altra domanda insomma è d’obbligo: chi può fidarsi di chi, adesso? Se dobbiamo giudicare dagli accordi sui cessate il fuoco e sui corridoi umanitari, in questo momento nessuno.