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Da Washington a Doha: nuovi spazi geopolitici

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Volare da Washington, scossa dalla imprevedibilità di un Presidente che appare ormai vulnerabile, a Doha, un Emirato che cerca oggi il suo spazio nelle sabbie agitate del Golfo, è in realtà un viaggio rapido dal vecchio centro dell’Impero a uno dei nuovi microcosmi geopolitici emergenti.

Questo cambio di prospettiva, esperienza comune a una parte del business globale, serve a fare un po’ di chiarezza sul grande caos della geopolitica attuale. Anzitutto sugli Stati Uniti, alle prese con un ripiegamento interno di cui gli storici americani stanno analizzando da tempo le radici sociali e culturali.

Donald Trump è il sintomo, piuttosto che la causa, del (parziale) ritorno a casa dell’America: la lunga transizione del dopo guerra fredda sta arrivando al suo epilogo. Washington non è più disposta a sostenere le responsabilità e i costi dell’ordine internazionale. Ma le conviene realmente? Il disimpegno dalla Siria è solo un nuovo segnale, che lascia grande spazio alla Russia, riduce i freni di Erdogan e conferma l’impotenza europea.

Con una “America First”, per definizione e per scelta, le alleanze diventano secondarie: l’Europa, che non riesce ancora a fare decollare la nuova Commissione e a liberarsi dalla saga di Brexit, sta perdendo il passo della storia proprio quando dovrebbe definirsi come attore geopolitico. Di fronte al rischio di restare schiacciata dal nuovo bipolarismo Usa-Cina, l’Europa dovrebbe darsi gli strumenti per reagire: revisione della politica commerciale, nuova strategia della concorrenza (come strumento di competizione globale e non solo interna), politica estera degna di questo nome e difesa comune. Se ne parla, naturalmente; ma in realtà si fa poco. E l’eventuale perdita di Londra renderà ancora più difficile questo passaggio necessario per l’UE.

Le scelte di Washington chiariscono – o almeno aiutano a farlo – il quadro di riferimento: dopo avere costruito il proprio mercato interno, al riparo della garanzia di sicurezza americana, l’Europa deve riuscire a difendere in modo più autonomo i propri interessi nel mondo. D’altra parte, non può più farlo sulla base dell’ idea di poter espandere gradualmente il proprio modello, attraverso l’allargamento: l’opinione pubblica, fra ritorni nazionalisti e allergie per l’immigrazione, è palesemente ostile a una ipotesi del genere. Che, fra l’altro, renderebbe ancora più difficili da governare le istituzioni europee. La tensione con la Turchia è anche figlia della crisi dei rapporti con attori vicini a cui si è offerto per anni un accesso all’Europa che in realtà non si poteva o non si voleva dare.

Mentre l’Occidente fa i conti, separatamente, con le proprie debolezze, il resto del mondo fa i conti con la propria libertà di movimento. Che determina conflitti locali senza fine (le “endless wars” deprecate da Trump), con i loro enormi costi umanitari; e che al tempo stesso produce la crescita di attori regionali alla ricerca di spazi nuovi d’azione.

Visto dal Qatar, lo scenario del Golfo appare infatti in rapidissimo movimento: lo scontro fra Iran e Arabia Saudita è giudicato meno interessante dei rispettivi sommovimenti interni (che ne sarà delle successioni?); la Russia appare più mobile degli Stati Uniti ma appare soprattutto come una potenza “opportunistica”, priva di un vero e proprio progetto mediorientale; la Turchia non sembra in grado di realizzare le proprie aspirazioni neo-ottomane.

Nell’insieme, le influenze dei grandi attori non arabi resteranno limitate; ma oggi contribuiscono, assieme alla decisione americana di concentrarsi quasi esclusivamente sui due principali alleati di Washington (Arabia Saudita e Israele), lasciando vuoti altrove, al grande disordine mediorientale. Paesi piccoli ma ricchi di risorse energetiche, grandi attori della regione ma in difficoltà con le proprie transizioni interne, si confrontano in una sorta di guerra dei trentanni in salsa mediorientale. Dove il peso degli attori esterni sfuma; mentre aumenta quello degli attori locali.

Vedremo presto se questa ritrovata libertà di movimento finirà per produrre un nuovo equilibrio, più autonomo; o si tradurrà nel passaggio da conflitti “by proxies” a scontri frontali fra le potenze regionali. Le cui conseguenze, peraltro, investiranno un’Europa distratta da se stessa.