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Crescita, lavoro e sostenibilità nel XXI secolo: Fatti non foste a viver come ròbot

Conversazione con Marco Magnani

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Nel corso della storia l’innovazione – tecnica, scientifica, tecnologica, organizzativa, commerciale, finanziaria – ha portato cambiamenti dirompenti, nell’economia e nella società, spesso scardinando equilibri consolidati. Ma nel lungo periodo ha sempre avuto un impatto positivo su crescita e occupazione. Sarà così anche questa volta?

In “Fatti non foste a viver come ròbot. Crescita, lavoro, sostenibilità: sopravvivere alla rivoluzione tecnologica”, Marco Magnani propone una sorta di viaggio oltre le colonne d’Ercole, per esplorare i vincoli di sostenibilità – ambientale, demografica, alimentare, energetica, sociale – della crescita e per immaginare il futuro del lavoro. Un futuro che ha contorni ancora indefiniti, tra timori di disoccupazione tecnologica e nuovi mestieri, proposte di nuove tasse e modelli di redistribuzione.

 

 

Aspenia Online: Un dato ricorrente nel lungo percorso storico – dal neolitico al XXI secolo – riassunto nel libro è che gli ingredienti della crescita economica e dell’innovazione sono diversi, e tutti necessari: ad esempio il capitale e un sistema finanziario (compreso il venture capital che può sostenere le start-up) disposto ad accettare il rischio – un aspetto che spesso viene tralasciato nelle critiche sempre più frequenti alla grande finanza del XXI secolo. Perché il ruolo degli investitori è così spesso sottovalutato o perfino denigrato? In termini di reputazione e immagine del mondo finanziario, è possibile che nuove forme di credito, come il microcredito e il “crowdfunding”, facilitino un rilancio del settore nella percezione dell’opinione pubblica?

Marco Magnani: La finanza è spesso associata alle grandi recessioni economiche del 1929 e del 2008, a tonfi di borsa che bruciano il risparmio, a scandali e comportamenti poco etici.

Tuttavia è importante ricordare che nel corso della storia lo sviluppo della finanza ha spesso accompagnato la crescita dell’economia: agevolando i pagamenti e facilitando il commercio, canalizzando il risparmio in investimenti produttivi, consentendo diversificazione e copertura del rischio. La finanza ha anche facilitato il cambiamento tecnologico: l’evoluzione di strumenti e tecniche finanziarie ha consentito a molte invenzioni di diventare innovazioni, a diverse idee di tradursi in processi, prodotti e servizi, facilitando e accelerando l’impatto positivo dell’innovazione tecnologica sulla crescita. Innovazioni finanziarie e tecnologiche sono strettamente connesse e spesso evolvono insieme.

Microcredito e crowdfunding sono un frutto dell’innovazione finanziaria. Il primo dà un contributo rilevante a lotta alla povertà e crescita economica attraverso il sostegno ai consumi e a piccole attività di artigiani, commercianti e agricoltori. Il secondo consente a vasti gruppi di persone di collaborare per sostenere – attraverso prestiti, contributi in conto capitale o donazioni – iniziative economiche o nonprofit, anche con piccole somme. Entrambi gli strumenti, oltre a stimolare la crescita e ridurre la diseguaglianza, contribuiscono a migliorare l’immagine del settore finanziario.

Ma non è sufficiente. E’ necessario che il sistema bancario e la crescente attività di shadow banking migliorino la propria reputazione attraverso un comportamento rigoroso ed etico. Ed è altrettanto importante che l’innovazione finanziaria non sia fine a se stessa – come in parte è stato per molti prodotti finanziari lanciati negli ultimi decenni – si traduca in crescita dell’economia reale.

AO: Il ritmo attuale dell’innovazione sembra in effetti non avere precedenti, ma c’è anche chi sostiene una tesi parzialmente diversa, che cioè i “low hanging fruit” dell’innovazione digitale (soprattutto guardando ai progressi delle capacità di calcolo) sono stati già colti e che dunque saremmo ora in una fase di rallentamento invece che di accelerazione, intrecciandosi ad altre spinte che vanno della direzione della “stagnazione secolare”: quanto sono forti i segnali in tale senso? Si può aggiungere la considerazione che esista forse un punto di saturazione della stessa domanda di nuovi “gadget”, per cui a un certo punto i consumatori/utenti potrebbero desiderare soprattutto servizi migliori e più semplici da usare, piuttosto che nuovi servizi. Una transizione del genere è comunque compatibile con la crescita economica “classica”? Se così non fosse, almeno in alcuni settori potremmo osservare un certo assestamento anche degli effetti diretti sul lavoro e sulla vita sociale?

MM: In effetti alcuni economisti sostengono che il principale rischio di ristagno secolare derivi non dal lato della domanda bensì da quello dell’offerta, determinato dal rallentamento nella crescita di produttività. L’ipotesi sottostante è che le grandi innovazioni generatrici di rilevanti incrementi di produttività sarebbero già state per la maggior parte introdotte e sarebbe quindi inevitabile il ritorno a tassi di crescita più modesti. La tesi è interessante ma a mio parere la tecnologia continuerà a generare forti incrementi di produttività. Il vero rischio è che questi avvengano senza un contestuale aumento dell’occupazione.

La vera minaccia di “secular stagnation” viene pertanto dalla possibilità che domanda aggregata subisca una contrazione strutturale. In altre parole che vi siano periodi prolungati a crescita zero a causa di un ridimensionamento – non temporaneo né dovuto a congiuntura economica – di consumi, investimenti e spesa pubblica.

Non vanno sottovalutati alcuni profondi cambiamenti che causano diminuzioni strutturali dei componenti della domanda aggregata. Innanzitutto il calo dei consumi. Le aziende dell’economia digitale hanno meno dipendenti rispetto ai concorrenti tradizionali (Amazon ha circa mezzo milione di dipendenti contro oltre due milioni di Walmart) e la diminuzione della forza lavoro si traduce in un calo dei consumi. Nella stessa direzione spinge la crescente precarizzazione del lavoro perché l’incertezza sul futuro fa posticipare molte decisioni di acquisto, soprattutto di beni intermedi. A ciò si aggiunga una maggiore propensione al risparmio, finalizzata a rientrare dagli elevati livelli d’indebitamento raggiunti, e un atteggiamento più prudente delle banche nell’erogazione del credito.

In questo contesto si può collocare anche, in certi paesi, la tendenza a un cambio di gusti e sensibilità del consumatore. Che da un lato è più selettivo e si concentra su servizi e prodotti migliori. Dall’altro è più attento a evitare gli sprechi e incline a riciclare materiali e far riparare oggetti.

Un secondo trend importante è il declino degli investimenti. Le imprese dell’economia digitale ne fanno meno di quelle tradizionali, perché non hanno bisogno di fabbriche e impianti. Infine, la possibilità di espandere la domanda aggregata attraverso la spesa pubblica è limitata dall’elevato debito pubblico, sia in economie avanzate sia emergenti.

La speranza è che le innovazioni tecnologiche portino a un allargamento dell’economia. In questo senso, non va trascurato l’effetto combinatorio di molte delle nuove tecnologie, che s’intersecano, si integrano e si alimentano reciprocamente, contribuendo ciascuna allo sviluppo e al miglioramento delle altre. Ciò consente nuove e inaspettate applicazioni. Una grande opportunità di crescita deriva anche dalla necessità rendere il modello economico sostenibile, in campo ambientale, energetico, alimentare. Questi trend possono tradursi in investimenti e nuovi mestieri, con benefici per la crescita.

Un lavoratore di Amazon in un magazzino altamente robotizzato

 

AO: Guardiamo al dibattito in corso sulla privacy rispetto all’utilizzo dei Big Data (in particolare quando questi sono disponibili in ambienti “cloud”): sembra essere all’opera un’inversione di tendenza storica, visto che in passato un problema fondamentale legato alle diseguaglianze era quello delle “asimmetrie informative”, mentre oggi siamo soprattutto di fronte ad asimmetrie nella capacità di analizzare le informazioni. I dati in sé sono perfino sovrabbondanti, ma molti di noi non saprebbero cosa farne. Il punto-chiave è allora chi e come può sfruttare quei dati? Quali sono le tecnologie abilitanti per utilizzare i big data? Quali i rischi di un cattivo utilizzo?

MM: E’ vero. Il vero vantaggio competitivo, più che nella disponibilità di dati sta nel big data analytics, cioè nella capacità di estrarre, analizzare e utilizzare l’enorme quantità di informazioni disponibile per prendere decisioni. Chi è in grado di farlo – imprese o paesi – ha un vero vantaggio competitivo. Per questo gli investimenti per raccolta, elaborazione e interpretazione di big data sono crescenti e trasversali in industria, settore finanziario, servizi professionali e Governi.

La capacità di utilizzare i dati dipende dalla disponibilità di un’enorme quantità di dati (big data), dalla capacità di archiviazione e memoria (cloud storage), dalla potenza di calcolo – che il computer quantistico potrebbe aumentare esponenzialmente – e da algoritmi per analisi predittive (predictive analytics) che trasformano i dati in informazioni utili.

L’intelligenza artificiale è abilitante per l’utilizzo e la valorizzazione dei big data. Attraverso data mining e IA, i big data diventando fonte d’informazione che consente di fare previsioni e prendere decisioni. In particolare il machine learning, o apprendimento automatico, si concentra sulla capacità delle macchine di apprendere grazie ad algoritmi che si adattano alle situazioni. Imparando dall’esperienza, anche dagli errori, le macchine migliorano le prestazioni.

E’ evidente che la rapida evoluzione di queste tecnologie crea scenari ricchi di opportunità ma anche di minacce. Uno dei principali rischi è che le informazioni siano utilizzate impropriamente per fini commerciali, manipolazione del consenso o addirittura di controllo sociale e politico.

Mark Zuckerberg a una presentazione dei suoi prodotti

 

AO: Nel valutare tecnologie potenzialmente “disruptive” come la blockchain si torna a un classico problema di tutte le scienze sociali, quello della fiducia interpersonale tra estranei, che è poi un ingrediente fondamentale del cosiddetto “capitale sociale”. Ora, non è però possibile che il nodo stia al di fuori dei meccanismi tecnici per lo scambio di informazioni (dati e servizi, ma in ultima analisi anche beni materiali), cioè nella rete di relazioni sociali? C’è un filone di analisi che si concentra proprio sulla fiducia come vero fattore della produzione, spesso sottovalutato. Alcuni sostengono peraltro che il metodo blockchain possa essere la soluzione complessiva per creare un sistema di scambi garantito e sicuro ma decentrato. Un cambiamento radicale di paradigma insomma anche nel rapporto tra pubblico e privato? L’esperienza delle criptovalute però solleva molti interrogativi…

MM: La caratteristica di ridurre il livello d’incertezza tra le parti è forse l’aspetto più rivoluzionario della blockchain. L’incertezza da sempre costituisce un vincolo al successo delle transazioni e quindi alla crescita economica. Nel corso della storia l’incertezza è stata limitata e le transazioni sono state garantite in diversi modi. Dapprima con la violenza. Poi con una combinazione di leggi e consuetudini informali, (tra cui anche la corruzione). Il Nobel per l’economia Douglass North ha studiato l’importanza delle istituzioni per ridurre il livello d’incertezza e aumentare connessioni e scambi di valore nella società. Le istituzioni moderne garanti delle transazioni sono Costituzione, leggi, governi, mercati, banche, imprese. L’introduzione di internet ha reso il modo di fare transazioni più efficiente – grazie a piattaforme di mercato come Amazon, eBay, Alibaba – ma non ha eliminato l’esigenza d’intermediari e istituzioni garanti che riducano l’incertezza. La blockchain invece riduce l’esigenza di un intermediario garante. La rivoluzione sta nel fatto che, per la prima volta, il livello d’incertezza può essere diminuito con la sola tecnologia e in modo decentrato. Ciò può potenzialmente sostituire lo storico ruolo di molte istituzioni politiche ed economiche centralizzate.

Ma la blockchain presenta anche diverse criticità. La principale è la difficoltà di verificare l’identità dei partecipanti. L’anonimato aumenta il rischio di utilizzo di criptovalute in transazioni illegali, riciclaggio, finanziamento al terrorismo. Si stima che i bitcoin siano usati in quasi la metà degli scambi finanziari tra gruppi criminali. Un altro problema è che il processo di convalida della blockchain determina costi computazionali, consumo di energia e impatto ambientale molto elevati.

AO: Come si sottolinea in “Fatti non foste a viver come ròbot”, la crescita economica è sempre stata la cinghia di trasmissione tra innovazione e lavoro: perché ci sono oggi alcuni dubbi sulla sostenibilità di questo stretto rapporto positivo? E’ anzitutto una questione tecnologica, o magari sociale, organizzativa e perfino politica? Dobbiamo comunque abituarci a perseguire il benessere (inteso in senso ampio) anche senza alcuna crescita? O c’è un possibile compromesso differente?

MM: Il tradizionale collegamento virtuoso tra innovazione-crescita economica-occupazione è a rischio. Innanzitutto, non è più così scontato che l’innovazione continui a produrre crescita. E in uno scenario di decrescita o di stagnazione secolare soffre anche l’occupazione. In secondo luogo, anche in un’ipotesi di crescita limitata da vincoli di sostenibilità l’effetto sul lavoro è incerto. Vi è poi la possibilità che l’innovazione apra la strada a una crescita senza occupazione.

Il modello di crescita del capitalismo liberale è sotto straordinaria pressione. E da più parti se ne chiede la “rottamazione”. All’approccio ideologico della “rottamazione” preferiamo quello pragmatico che possiamo chiamare “aggiustamento”, con l’obiettivo di recepire gli stimoli emersi dalle critiche più costruttive.

Pur mostrando tante fragilità, infatti, il modello di crescita capitalista-liberale è stato, nel corso degli ultimi due secoli, migliore di altri dal punto di vista economico e sociale e ha dimostrato di essere intimamente legato al modello politico di democrazia. Inoltre, ha più volte saputo adattarsi ad aggiustamenti volti a limitarne gli eccessi. Si pensi, tra l’altro, all’introduzione nel tempo di norme per la tutela del lavoro, welfare previdenziale e sanitario, leggi antitrust.

L’aggiustamento non è semplice. Il cambiamento fondamentale consiste nell’inserire in un processo decisionale volto a massimizzare il risultato economico nel presente anche una variabile che tenga conto degli interessi delle generazioni future. L’obiettivo è cercare di allineare, non contrapporre, il valore economico a quello sociale. A tal fine è importante adottare metodi di misurazione del benessere che tengano conto non solo del pil, tradizionale misura di ricchezza, ma anche del progresso di una società da un punto di vista sociale e ambientale, dei livelli di disuguaglianza e sostenibilità. Un ottimo esempio è il BES, benessere equo e sostenibile.

Ampliare la definizione di benessere non significa tuttavia rinunciare alla crescita. Anche perché senza crescita è difficile perseguire il benessere.

Una partecipante alla fiera tecnologica “Bits e Pretzels” di Monaco di Baviera. Il rapporto tra innovazione e crescita non è più così scontato.

 

AO: Mitigare l’impatto sociale negativo di alcune innovazioni richiede certamente risorse, e un ampio dibattito è in corso sull’imposizione di vari tipi di carichi fiscali: si parla così di green tax, robot tax, web tax. Non c’è però un rischio di eccessivo intervento statuale in modi che per definizione sono distorsivi del mercato? Oltretutto, con la tentazione (già rilevabile) di imporre tasse su alcune attività per poi utilizzare i proventi a tutt’altro scopo, come ad esempio rimediare a buchi di bilancio con interventi una tantum. Con che criteri si potrà trovare il punto di equilibrio tra interventi costruttivi a effettiva tutela del lavoro e misure distorsive che frenano la libera impresa?

MM: La rivoluzione, economica e sociale, che le innovazioni tecnologiche stanno producendo richiede risorse. Da dedicare istruzione e formazione professionale, riduzione delle crescenti disuguaglianze e redistribuzione della ricchezza prodotta. Ma anche al rafforzamento del sistema economico in modo da renderlo competitivo e capace di creare nuove attività e creare occupazione.

Il rischio di eccessivo intervento statale evidentemente esiste. Così come quello che l’imposizione di nuove tasse crei distorsioni. Tuttavia occorre distinguere. Per esempio la robot tax creerebbe un disincentivo a investire in innovazione e rallenterebbe il progresso, con effetti negativi su crescita e occupazione. Che invece beneficerebbero di azioni volte a rendere un territorio attrattivo per gli investimenti in innovazione.

Analogamente, le green tax possono contribuire a cambiare il comportamento dei consumatori razionali, a promuovere la conversione dei cicli produttivi da parte delle imprese, a suscitare sensibilità su temi di sostenibilità. Ma possono anche creare problemi sia di equità sia di efficacia. Di equità perché in certi casi può danneggiare i soggetti o i paesi più deboli e quindi un beneficio per l’ambiente può avere una ricaduta sociale o politica dannosa. Di efficacia perché, in taluni casi, è preferibile indirizzare le risorse verso investimenti in ricerca finalizzata alla diretta soluzione, piuttosto che al contenimento, dei problemi di sostenibilità.

Diverso il caso della web tax, la cui introduzione andrebbe ad aumentare l’equità fiscale e tutelare la libera concorrenza. Naturalmente per essere efficace la web tax deve avere carattere internazionale.

AO: Le richieste di maggiore protezione delle fasce più deboli rispetto ai venti della globalizzazione è in parte responsabile di un ritorno ad alcune politiche protezionistiche negli ultimi anni. E’ però noto, empiricamente, che al momento sono avvantaggiati i Paesi con economie e società più aperte, rispetto a quelle relativamente chiuse. Se davvero stessimo entrando in una fase di parziale “de-globalizzazione” economica, quali effetti potremmo attenderci sulla diffusione di nuove tecnologie e poi sul mondo del lavoro?

MM: E’ opinione diffusa e crescente in molti paesi che introdurre dazi sulle merci e forti restrizioni all’immigrazione sia utile (e necessario) per tutelare l’occupazione. Mercati e frontiere più chiuse proteggono, almeno nel breve periodo, il lavoro tradizionale. Ma non certo i mestieri ad alto valore aggiunto, che nella nuova geografia del lavoro si concentrano in paesi e territori “aperti”: quelli che offrono buone infrastrutture ed elevata qualità di vita ma anche flessibilità, diversità, creatività, circolazione d’idee. Non è un caso che questi siano tutti ingredienti fondamentali dell’innovazione.

Nel breve periodo, una stretta su politiche commerciali e immigrazione può dare benefici a occupazione e pil. Più a lungo termine, un’atmosfera di dazi crescenti, barriere doganali e mercati più chiusi, porta a un calo generalizzato del commercio, e quindi della ricchezza. Analogamente, politiche sull’immigrazione troppo rigide diminuiscono l’attrattività di un paese.

Ma queste politiche sono miopi anche perché non considerano in alcun modo la rivoluzione tecnologica. Gran parte dei lavoratori che oggi si cerca di proteggere saranno presto sostituiti da robot, software e IA. Né dazi doganali né quote sugli ingressi dei lavoratori stranieri possono arrestare questo fenomeno già in atto. Così come non possono evitare l’effetto combinato di tecnologia e globalizzazione e il crescente scollamento tra presenza e localizzazione, che aumentano la mobilità del lavoro intellettuale a livello internazionale. Ciò riguarda soprattutto i mestieri a elevato tasso di creatività e alto valore aggiunto, che si concentrano nei territori più attrattivi e innovativi. Dove generano anche un indotto di occupazione a più bassa remunerazione legata a servizi locali.

Ai fini dell’occupazione un elemento fondamentale è quindi la distribuzione geografica dei nuovi mestieri. Nell’economia globale, città, territori e paesi competono per attrarre capitale, finanziario e umano. Solo chi ha successo può beneficiare dell’allargamento dei mercati derivante dalla globalizzazione e avere un saldo occupazionale positivo. Gli altri rischiano il declino.

La distribuzione molto diseguale delle capacità d’innovazione nelle regioni dell’Unione Europea (incluso Regno Unito). Fonte: Commissione Europea, 2019

 

AO: Data la dimensione delle sfide che abbiamo di fronte, è chiaro che serve molta creatività e immaginazione nel gestire la transizione complessa che ormai è già stata avviata: quali sono le ricette più promettenti proposte nel libro per riconnettere tecnologia, lavoro, e dignità della persona?

MM: Il punto di partenza è mettere la persona al centro.

Da qui è necessario fare alcune scelte imprescindibili. Occorre innanzitutto un nuovo quadro normativo che regoli alcune criticità – legali, fiscali, etiche – relative alle nuove tecnologie e che aiuti a inserire i vincoli di sostenibilità nel modello di crescita economica. E’ necessaria una politica economica che renda economicamente vantaggioso un comportamento sostenibile e una politica del lavoro che concili la tutela di quello esistente con la creazione di quello nuovo. Fondamentale è anche investire in scuola e formazione e migliorare la collaborazione tra sistema educativo e imprese, per ridurre il crescente divario tra competenze richieste e disponibili (skill gap) e per accrescere la sensibilità in materia di sostenibilità. E’ inoltre necessario affrontare il tema della redistribuzione, per consentire a tutti di partecipare ai benefici del progresso tecnologico e per ridurre diseguaglianza e povertà.

Questi interventi sono importanti ma “difensivi”. E non sono sufficienti.

E’ necessario cercare di spostare politiche e risorse dai tradizionali meccanismi di redistribuzione a un modello di pre-distribuzione. Ed è essenziale rafforzare il sistema economico. L’obiettivo è un’economia che, nel rispetto dei principali vincoli di sostenibilità, sviluppi nuove attività ad alta intensità di lavoro, anche in settori tradizionali, sostenga un elevato tasso d’innovazione, investendo in ricerca e sviluppando attività economiche in cui la qualità del capitale umano è centrale, sia in grado di competere con altri territori per attrarre investimenti innovativi e mestieri con elevate competenze. In queste direttrici si gioca gran parte della partita.

 

 


Marco Magnani, economista, è docente di Monetary and Financial Economics in Luiss e Senior Fellow a Harvard Kennedy School. Nel febbraio 2020 ha pubblicato, per Utet, “Fatte non foste a viver come ròbot. Crescita, lavoro, sostenibilità: sopravvivere alla rivoluzione tecnologica”. www.magnanimarco.com – twitter: @marcomagnan1